giovedì, 18 ottobre 2018 Ultimo aggiornamento il 14 ottobre 2018 alle ore 22:41

‘Salute, malattia e bellezza dal Rinascimento all’età moderna’

All'Università per Stranieri di Perugia, un convegno tenutosi il 16 e 17 maggio e promosso dal Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento diretto dal professor Roberto Fedi. Il Centro ha inaugurato, così, la sua attività pubblica.

 
‘Salute, malattia e bellezza dal Rinascimento all’età moderna’
Perugia.  Quattro. Il numero delle pagine che Carchia e D’Angelo dedicano, nel loro dizionario (Laterza, 2005), alla categoria estetica della ‘bellezza’: «possiamo distinguere – si legge nell’introduzione –, in una prima approssimazione, due accezioni del concetto di bellezza. In senso lato, si definisce bello ‘tutto ciò che vediamo, sentiamo, immaginiamo con piacere ed approvazione (…). Viceversa, il bello strictiori sensu è, accanto alla grazia, alla sottigliezza, al sublime e simili, una categoria del bello sensu largo. Solo il bello in senso stretto è una categoria specificamente estetica, dunque in qualche modo moderna. In altri termini, da un punto di vista delimitatamente estetico, ‘si può paradossalmente dire che il bello è una categoria del bello’, ovvero una categoria che si differenzia da altre consimili (l’adeguatezza, l’ornamento, l’avvenenza, la grazia, la sottigliezza, il sublime) o opposto (il brutto e le sue suddivisioni) (…)». Che dire, allora, del concetto di ‘bellezza’ dal Rinascimento all’età moderna? Come aveva i capelli, ancor prima, Beatrice? Non è dato sapere. Ma, da Laura in poi, almeno fino all’Ottocento escluso le muse son tutte bionde. Poi c’è Marylin, che, in una lettera datata al 1954, esorta ad ‘amarla solo per i suoi capelli biondi’. E ancora: come si combina questa categoria estetica con i concetti di ‘salute’ e di ‘malattia’?

‘Salute, malattia e bellezza dal Rinascimento all’età moderna, è stato il titolo scelto per il convegno che si è tenuto, il 16 ed il 17 maggio, all’Università per Stranieri di Perugia (Palazzo Gallenga, Sala Goldoni) e che è stato promosso dal Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento diretto dal professor Roberto Fedi. Proprio al noto petrarchista, già direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia, è toccato fare ‘gli onori di casa’, decretando aperta l’attività pubblica del Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento: «oggi inauguriamo – è stata la sua dichiarazione – l’inizio di questa attività ufficiale. Questo convegno, che vede la partecipazione di studiosi italiani e stranieri e di molti dottorandi nasce con l’altro Centro di Studi sul Medioevo e sul Rinascimento diretto a Los Angeles, alla UCLA, dal professor Massimo Ciavolella: la partecipazione congiunta di studiosi in fieri credo sia molto positiva». «Il professor Fedi – ha affermato il Magnifico Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia, Giovanni Paciullo – ha svolto un’attività importante in questo Ateneo, fin da quando ha guidato, insieme ad altri docenti, la fase di passaggio da ‘scuola di lingua italiana’ ad Università strutturata in corsi di laurea, costruendo intorno a sé una scuola. Una delle principali responsabilità che ho nei confronti di questo Ateneo poggia sul sistema di relazioni internazionali, che hanno sempre caratterizzato il suo magistero, e di cui un riferimento è costituito proprio dal Rinascimento. La formula su cui si basa il Centro di Studi diretto dal professor Fedi corrisponde a quella dell’Università, che si apre ad una visione più ampia, la terza missione: un passaggio di ridisegno dell’impegno delle Università, della didattica e della ricerca, della ‘terza missione’, appunto, un vivere la propria esperienza nel territorio, promuovendo una iniziativa di educazione permanente». «Il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali – è stato il commento della professoressa Giovanna Zaganelli, direttrice del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia e coordinatrice del Dottorato di ricerca in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale dello stesso Ateneo – ha seguito le varie fasi della strutturazione del Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento. Per me è motivo di orgoglio e di interesse essere qui, oggi. Il professor Fedi porta in campo questo ponte con gli Stati Uniti, con la UCLA, e con altre Università italiane presenti in questa giornata inaugurale. Penso che un centro internazionale sia da intendersi come un laboratorio di ricerca. Porto qui, in questa occasione una notizia: l’Anvur ha riconosciuto come ‘innovativo ed internazionale’ il Dottorato di ricerca che coordino. Un’ottima opportunità, questa, anche per il nostro centro, che viene inaugurato e il cui insieme degli interventi di oggi e di domani è autorevole».

A partire dal suo, incentrato su ‘Tre idee di bellezza del Polifilo tra scrittura e immagine’: l’Hypnerotomachia Poliphili, attribuita a Francesco Colonna, esce nel 1499 dall’officina di Aldo Manuzio. Una splendida copia è conservata alla Biblioteca Comunale Augusta di Perugia: qui l’interdipendenza fra testo e immagine si pone alla base del concetto di ‘bellezza’, fil rouge delle riflessioni, poggianti sui concetti di innovazione tipografica, chiarezza narrativa e purezza architettonica delle tecniche descrittive. Prima di approfondire alcuni interventi presentati nel corso della prima giornata di convegno, tenutasi il 16 maggio, restituiamo ai lettori ‘un volo pindarico’ sugli argomenti trattati dagli studiosi partecipanti e basati sui concetti di ‘salute, malattia e bellezza dal Rinascimento all’età moderna’: ‘Visitare gli ammalati’ è stato il titolo dell’intervento presentato da Monica Bindi (Soprintendenza Firenze, Pistoia e Prato), che muove da una delle formelle del fregio in terracotta invetriata policroma che decora la facciata dell’ospedale del Ceppo di Pistoia (rappresentante l’insegnamento medico e quello della chirurgia), fondato nel 1277 e passato sotto il controllo dell’ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze nel 1501. Rinaldo Canalis, della David Geffen School of Medicine della UCLA, si è invece occupato de ‘Il mistero della morte di Huayana Capac Inca’, l’ultimo Inca regnante, la cui morte viene attribuita, dalla maggior parte dei cronisti e degli storici moderni, ad un’epidemia di vaiolo: un’ipotesi, questa, contrastata da Canalis, che propone, come patologia alternativa, la bartonellosi o il tifo, malattie che precedettero l’arrivo dei conquistatori. Il professor Giovanni Capecchi, dell’Università per Stranieri di Perugia, ha presentato un intervento dal titolo ‘Il corpo dello Stato: pestilenze e malattie politico-sociali’, in cui ha interpretato la malattia come metafora politico-sociale: i contagi pestilenziali, infatti, sono stati spesso legati a disordine sociale, a sua volta una malattia nel corpo della pòlis, perché anche la società si ammala. Sulla letteratura termale nel Cinquecento e su ‘miracoli, pratiche sanitarie e nuova scienza medica’ ha focalizzato la sua attenzione la relazione proposta da Chiara Gaiardoni (Università per Stranieri di Perugia): nel Cinquecento si registrano alcune delle massime espressioni della cultura delle acque, confluite nel De balneis omnia quae extant apud Graecos, Latinos et Arabas di Tommaso Giunti, fra concezioni miracolistiche dei bagni e studi prettamente medici. Metodi e indagini sulla paleopatografia sono stati presentati da Francesco Maria Galassi (Flinders University, Adelaide, Australia), Giovanni Spani (College of the Holy Cross, Worcester, Massachusetts) e da Elena Varotto (Università degli Studi di Catania): studiando le malattie del passato, tale disciplina combina ragionamento clinico, filologia e storia della medicina e ricostruisce la presentazione clinica di come si manifestavano le malattie anche millenni fa, avvalendosi dello studio di fonti documentarie e archivistiche. Contemplare la bellezza nella sofferenza e nella malattia in epoca rinascimentale può essere (anche) un ‘Dolce martir’: partendo dalla Maddalena Penitente di Donatello, passando per la Pietà Bandini di Michelangelo e giungendo sino agli affreschi del Pellegrinaio, Jenny Luchini (Università per Stranieri di Perugia) ha messo in luce come sia possibile contemplare la bellezza anche da luoghi di sofferenza. O da luoghi di morte, che suscitano paura: ‘Paura della morte e morale eroica nel Decameron’ è il titolo dell’intervento presentato da Toni Marino (Università per Stranieri di Perugia): nell’opera di Boccaccio la rappresentazione della morte, funzionale all’avanzamento dell’intreccio, ha posizione incipitaria, mostrandola in tutta la sua veste distruttiva. La morte in Boccaccio fa paura e presuppone delle reazioni distruttive, spesso legate a processi degenerativi della morale precedente, a volte costruttive e connesse alla progettazione sociale. ‘Declinazione dell’idea di felicità nell’Illuminismo meridionale’ è stato il titolo scelto per la relazione di Sebastiano Martelli (Università degli Studi di Salerno), che ha posto l’accento sul dibattito sulla felicità in seno al processo di secolarizzazione messo in moto dal secolo del Lumi in tutta Europa e sul confronto fra due tipi di felicità, pubblica e individuale, nelle riflessioni di Genovesi e dei suoi allievi, Galanti e Longano. Dall’idea di felicità a quella dei giardini principeschi: in ‘Dal bello al Sublime: quando i ‘giardini principeschi’ perdono il loro fascino’ Sara Morganti (Università per Stranieri di Perugia) ha messo a fuoco il tema dei giardini inglesi, che Umberto Eco ha identificato col nome di ‘poetica delle montagne’, legata all’idea di sublime, che, dalla seconda metà del Settecento ha influenzato anche l’architettura e la letteratura, oltre che la natura. Agli ‘Experimenti’ di Caterina Sforza è stato dedicato l’intervento di Laura Nuti (Università per Stranieri di Perugia), che ha indagato la sperimentazione e la produzione da parte della nobildonna del Rinascimento, di preparati per la salute e per la bellezza, di cui lasciò testimonianza scritta in un corpus di oltre 400 ricette in italiano volgare, spaziando dalla medicina alla cosmesi. Da testo documentario a testo maiolico: ‘L’amore scortese. Erotismo e grottesco nella maiolica di Deruta’ è il titolo della relazione presentata da Puma Valentina Scricciolo (Università per Stranieri di Perugia), che è ruotato attorno al concetto di ‘Rinascimento clandestino’, legato al collezionismo privato, all’opera di Francesco Xanto Avelli, Pietro Aretino e Marcantonio Raimondi e alla maiolica derutese, con focus sui manufatti delle maestranze di Deruta. Il decoro del corpo, però, non è solo appannaggio della maiolica derutese: anche nell’erbario rinascimentale di Pietro Andrea Mattioli si può rinvenire un approfondimento su questa tematica. A occuparsene è stata Giovanna Spina (Università per Stranieri di Perugia), che ha evidenziato come negli erbari illustrati del Cinquecento il connubio fra medicina, salute e bellezza fosse particolarmente sondato, come nel caso de I Discorsi o Commentarii di P.A. Mattioli, che sottolinea l’importanza delle cure estetiche e del decoro del corpo umano. Il tema della bellezza è stato affrontato anche da un altro punto di vista: ‘Beltà rinascimentale: must, prêt-à-porter haute couture’ è il titolo dell’intervento presentato da Guadalupe Vilela Ruiz (Università per Stranieri di Perugia), che ha approfondito l’aspetto relativo al costume nell’Umanesimo e nel Rinascimento, quando ‘l’eleganza italica’ costituiva un modello di raffinatezza e maestosità dei capi. Da un punto di vista più marcatamente filosofico si colloca la relazione presentata dal professor Aldo Stella (Università per Stranieri di Perugia), dal titolo ‘Dove si nasconde la salute?’, che vuol essere un omaggio a Gadamer, il quale si interrogava sul nascondersi della salute intesa come benessere o ‘essere nel bene’: ciò che si perde di vista, insomma, sembra essere la persona che soffre, per cui la salute cessa di valere come lo stato che viene percepito dal soggetto, che deve essere, quindi curato non solo nel suo aspetti materiale, ma nella sua dimensione esistenziale.

Si fornisce, ora, un approfondimento sulla prima sessione del convegno, presieduta dal professor Fedi: per primo, la parola è spettata al maggiore studioso di Italianistica degli Stati Uniti, il professor Massimo Ciavolella (UCLA, Center for Medieval & Renaissance Studies, Los Angeles), che, in qualità di direttore del Centro, si è occupato di malattia d’amore, che fino a poco tempo fa non si conosceva sul piano scientifico. Il professor Ciavolella ha presentato una relazione dal titolo ‘Curare il corpo, persuadere la mente: il rapporto tra erotomania, malinconia e nostalgia nella cultura rinascimentale’, incentrata sugli elementi in comune fra erotomania, malinconia e nostalgia, tanto che le loro patologie si sono spesso sovrapposte. La trattazione parte da lontano, quando Girolamo Cardano, studioso, matematico, medico e astrologo morto nel 1576 definisce il suo carattere e la sua personalità in un lungo oroscopo sulla sua persona. Un’inclinazione innata e lacerata fra il desiderio di sapere e il desiderio della carne. Robert Burton, dal canto suo, dice di non credere agli astri. Marsilio Ficino afferma che chi ha Venere nel Leone, ha la stessa lussuria e quindi la stessa natura di Venere. Campanella, così come Tolomeo, accumula aforismi su questi argomenti: il primo spiega, attraverso di essi, la follia amorosa, ovvero gli effetti di Venere nel segno mascolino. Gli astrologi considerano Venere e Saturno con proprietà opposte, ma l’influenza di entrambi trova un terreno comune a livello somatogenico. Gli erotomani, infatti, sopraffatti dagli stimoli della carne, possono diventare malinconici, fino a raggiungere livelli di supereccitazione erotica, tanto che l’erotomane vive sotto la falce di Saturno. Una vera e propria ossessione, che si è fissata nell’immaginazione nel Rinascimento. Eros e malinconia, prodotti di un’immaginazione corrotta, fissa sull’oggetto particolare dell’immaginazione nel Rinascimento. Quanto alla fisiologia del cervello e alla natura dei sensi interni, che controlla l’atto del percepire e del capire, Gregor Reisch, in Margarita philosophica, illustra delle immagini impresse dai sensi, ovvero l’immaginazione, la memoria che li contiene, la fantasia che li elabora. Avicenna, spiega tutto ciò nel De anima: le immagini passano da fuori a dentro fino ad arrivare come essenza di quell’immagine alla potenza cognitiva, al pensiero vero e proprio. Si ha una corruzione della potenza o facoltà estimativa, che dovrebbe separare intenzioni buone da intenzioni nocive. Nel De amore heroico di Arnaldo da Villanova l’amante fissa la sua attenzione su come ottenere l’oggetto della percezione per raggiungere il piacere distruttivo immaginato nella propria mente. I sintomi della condizione della malinconia erotica corrispondono, d’altronde, ad un temperamento saturnino. Coloro che nascono sotto il segno di Venere possono diventare malinconici e folli, mentre chi nasce sotto il segno di Saturno è portato ad un atteggiamento ossessivo. I malinconici dovrebbero seguire una dieta psicologica e fisiologica. Giordano Bruno scrive che, a causa del loro temperamento, i malinconici sono impressionabili, e immaginano il piacere con maggiore intensità: sono indotti da un pensiero speculativo e risultano agitati da passioni più violente. Cardano rimane convinto per tutta la vita che la sua libidine travolgente e la sua concezione fra eros e malinconia faccia parte del patrimonio congenito della propria età e che non può esserci tregua da questa terribile malattia, che toglie fame e sete, e che può essere causa di morte. ‘Laboravi interdum etiam amore heorico’. Johannes Hofer, in Dissertatio medica de nostalgia definisce la nostalgia nella sua tesi discussa a Basilea. È un neologismo, quello creato da Hofer: nostalgia indica sia il ritorno che la sofferenza: i soldati svizzeri mercenari portati in Francia vivevano un momento di delusione, di disfacimento. Per la prima volta, dunque, la nostalgia viene trattata come una malattia, che affonda le proprie radici nella semiotica medica. La mente non può immaginare nulla che non sia corporeo: a essere colpita è quella parte del cervello, il centro ovale, in cui i sintomi della malattia sono simili a quelli provocati dall’eccessivo desiderio erotico. Una tristezza continua, la patria come unico pensiero, la perdita di forza, una minore sensibilità a fame e a sete, palpitazioni di cuore, etc. Le terapie che venivano impiegate erano le stesse usate per l’eros e la malinconia: oppiacei, salassi, frequentazioni con amici. Infine, nei casi più estremi, il rimpatrio.

Mirella Masieri (Università del Salento) ha parlato, invece, de ‘Il tarlo dell’eros: il mal francese nella poesia erotica del Cinque e Seicento’: la sifilide nella poesia erotica della fine del Quattrocento, fu un fertile terreno di metafore, dall’elogio nel ‘Capitolo in lode del malfranzese’ di Giovanni Francesco Bini al racconto contenuto nel ‘Capitolo in lode del legno santo’ di Agnolo Firenzuola. La sifilide era temuta più per le sofferenze che per l’impatto sociale: vasta è la letteratura sugli aspetti più inquietanti del male. Molte, sono le leggende sull’origine della malattia: la tesi americanista, secondo la quale nel 1493 i marinai di Colombo l’avrebbero introdotta nelle Americhe,  è ancora la più accreditata. Si aprì, così, la polemica su chi dovesse essere l’untore: i napoletani parlarono di ‘mal francese’, i francesi di ‘mal napoletano’. Ciò che è importante è che si registrò sin da subito una rapida propagazione, tanto da diventare un fenomeno sociale di vaste proporzioni, con implicazioni etiche e comportamentali. Nella produzione erotica, quindi, si registra anche la presenza di entità negative come la sifilide: l’attività poetica del gruppo dei vignaioli si focalizza proprio sul mal francese. Le terapie proposte furono tutte poco efficaci: si basavano sul ricorso al mercurio, all’argento vivo, somministrato come unguento, o a saune effettuate dentro botti chiuse. Ma il mercurio è velenoso: gli affetti morivano avvelenati e non di sifilide. Dal 1517 la cura fu sostituita dal legno santo, che non fa nulla contro la sifilide. Fu così che il Firenzuola scrisse il ‘Capitolo in lode del legno santo’.

Antonella Tropeano (Università per Stranieri di Perugia, Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento) ha relazionato circa ‘L’antica tradizione dell’aegritudo amoris dal Medioevo al Cinquecento’, ripercorrendo il tema del mal d’amore, quale condizione fisica e psicologica, classificata in filosofia, letteratura ed arte (hereos, aegritudo amoris e fin’amor). Il tema del mal d’amore si ricollega a quelli della ferita inferta da amore e della malattia dell’anima, prigione del corpo. In ogni luogo i segni non mutano: a cambiare nel tempo è l’atteggiamento con cui gli uomini si sono relazionati al mal d’amore. Si pensi ai lirici greci e latini (Saffo, Ovidio, Catullo) o al mal d’amore che colpì Fedra, Didone, Medea. Catullo, più precisamente, invocava la misericordia degli dei per essere liberato da un morbum funesto e non corrisposto. Per Lucrezio, l’amore è un morbo distruttivo, mentre per Fedra una passione incontrollabile. Un amore folle, totale, cui si sacrifica tutto. L’eros viene esaminato anche nei testi della medicina, dai medici della scuola di Ippocrate, quale dolce infermità, malattia agognata, attraverso gli occhi, che portano l’amore al cuore. Nel Medioevo, si sviluppa la letteratura degli exempla e delle problematiche rispetto al genere femminile: Guido Cavalcanti indaga la malinconia e la fatalità del linguaggio lirico, mentre Petrarca canta la passione per Laura, un lungo tormento, quello di un uomo alla mercè dello sguardo dell’amata. Boccaccio propone dei rimedi contro la malattia d’amore, contro una passione amorosa totalizzante con dei risvolti devastanti se non ricambiata, ovvero come malattia dell’anima e del corpo. Come quella provata da Enea Silvio Piccolomini per Cinzia. Pietro Bembo, dal canto suo, conduce un dibattito sull’amore: negli ‘Asolani’, l’amore coincide con la legittimità nella vita spirituale dell’uomo. L’amore terreno è considerato precario se non conduce alla spiritualità. Non a caso, in Ariosto, Orlando impazzisce quando scopre che Angelica è diversa da quella che credeva: il suo amore coincide con la perdita di senno, con la follia, a fronte dell’amore devoto di Bradamante.

Il primo intervento della seconda sessione, presieduta dal professor Sebastiano Martelli (Università degli Studi di Salerno) è stato quello del professor Roberto Fedi, Direttore del Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento dell’Università per Stranieri di Perugia: il suo intervento, ‘Amami per i miei capelli biondi’ rimanda al titolo di un libro, pubblicato da Le Càriti Editore nella collana Talia, dal titolo ‘I poeti preferiscono le bionde. Chiome d’oro e letteratura’. «Lo so – ha esordito il professor Fedi – è un titolo furbino. Un titolo che ho scelto, perché parleremo di capelli biondi e di bellezza rinascimentale. Mi sembrava questa frase cadesse a proposito. Chi l’ha detta? L’ha detta il mito della bellezza bionda, Marylin Monroe, che, in una lettera, scrive questa frase. Alcuni l’hanno presa in modo superficiale. Nel 1954 scrive ‘Love me for my blond hair only’. La Monroe non è ancora un mito. Ma è uscito da poco ‘Gli uomini preferiscono le bionde’. C’è l’idea di una Monroe-bionda svanita, confondendo il personaggio con la persona. Il destinatario, un poeta che vive a New York, secondo la mia ricostruzione, le ha mandato un suggerimento, di leggere un volume, in cui Marylin ritrova una poesia dialogica, in cui si legge: ‘Amami per me stessa, non per i miei capelli gialli’. Marylin trasforma questa frase in un’altra cosa. Si passa da una notazione giornalistica ad una notazione mitica: è lì che comincia il mito. Ma prima? Cos’era successo prima? A chi amasse i capelli biondi e la poesia lirica? Abbiamo la fortuna di sapere quando, cosa, dove, perché. La data è il 1327, il luogo, la chiesa di Santa Chiara ad Avignone. Petrarca vi entra e gli appare una fanciulla, poco più che diciassettenne, bionda, bellissima. È amore a prima vista. Questa cosa rimane impressa nella sua poesia, nella sua anima, per tutta la sua vita. Ha i capelli biondi, metafora dell’immaginazione poetica, della realtà, dell’amore. Ma la fanciulla è già sposata e muore con la peste del 1348, dopo aver messo al mondo undici figli. Rimarrà fino al Cinquecento e oltre la metafora della poesia e della vita. E prima? Prima le cose non erano così. Il mito va anche alla rovescia. Beatrice ‘non ha capelli’, Dante non se ne interessa: parla del sorriso, degli occhi, non dei capelli. Petrarca innova partendo dalla tradizione, in avanti. Ma il mito va anche indietro. ‘Erano i capei d’oro a l’aura sparsi’. Nel 1912, una canzone recita così: ‘son fili d’oro i tuoi capelli biondi’. Per i provenzali le fanciulle potevano essere anche bionde. Che succede in avanti? Prima del Petrarca i capelli hanno un valore denotativo: ci sono, punto e basta. Dopo Petrarca il colore dei capelli ha un valore connotativo. Nel Cinquecento, con il Petrarchismo, Firenzuola, compone un trattato sulla bellezza delle donne: l’unico colore dei capelli delle donne è il biondo. E tutte le altre? Le donne hanno i capelli neri. Un terzo delle donne è biondo, ma una su venti ha i capelli biondi nel bacino del Mediterraneo. E chi non aveva i capelli biondi? Mi sono sbalordito di quanti siano i trattati, i volumi dedicati al modo di diventare bionde. I libri nel Cinquecento su come diventare bionde li compravano le donne. Marinello scrive un testo fondamentale per la biondezza (un trattato con quattro edizioni, perché ha un suo pubblico: volumi in ottavo, che fanno parte di volumi di ginecologia, sulle malattie delle donne e che suggeriscono come farsi biondi i capelli, come fosse una malattia). Rotula de Ruggero è una delle prime donne che scrive trattati di ginecologia. Ecco una ricetta su come trasformare i capelli biondi in capelli neri: si prenda un ramarro e, staccatagli testa e coda, lo si cuocia bene in olio e in tal modo unga la testa e ciò rende i capelli lunghi e neri. La cosmesi c’è sempre stata. Il Marinello, nel 1562, pubblica una trentina di ricette per farsi i capelli biondi, per farsi ‘la bionda’: ‘si prenda del latte di donna che nutra un fanciullo maschio, unire semi di girasole e quivi lasciarlo dieci giorni, poi pestarlo e poi spremere olio, dove cucinare oro tirato in folia (foglia oro), poi ungervi i capelli’. Un’altra ricetta: ‘si prendano fusti con radici di gambi di cavoli e bruciarli, con la cenere bollire parti di agrimonia e salice con aloe, levarle dal fuoco, spargere zafferano, pestare e mischiare, e lavarci il capo di sera’. L’abbronzatura, d’altro lato, è vista come aspetto negativo, fino al boom economico: un elemento contadino, a differenza della pelle bianca come il latte. Però il sole fa diventare più biondi i capelli. Allora, si opta per tese larghe del cappello, per via che i capelli stiano al sole: questo facilita il processo che fa divenire biondi i capelli. In realtà questa storia non finisce: viene tramandata nelle canzoncine popolari, poi in Alfieri, nelle rime per contessa d’Albany che in effetti era brutta, ma che ha i capelli biondi. Poi in Ugo Foscolo: l’editore delle ‘Ultime lettere di Jacopo Ortis’ chiama Sassoli e glielo fa concludere. Sassoli non è un cattivo letterato. Teresa non ha più in questa edizione i capelli neri: ha i riccioli d’oro sparsi sulla testa.

Donne bionde, dai capelli d’oro, e donne brune. Dov’è che finiscono le ragazze brune? Le ragazze brune finiscono nelle canzoni (nell’Ottocento sono tutte brune: Lucia dei ‘Promessi Sposi’, Silvia di Leopardi), nella poesia popolare, quella realistica. La bellezza femminile nelle chiome. La mia non è una forma di esibizionismo ‘biondistico’! Ma un piccolo contributo alla storia del biondo».

 

 

 

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