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	<title>Perugia Online &#187; Università degli Studi di Perugia</title>
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		<title>Il ‘Dì di Dante’ o ‘Dantedì’, e l’omaggio dell’Università degli Studi di Perugia</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 15:41:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[25 marzo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> Lunae dies, Martis dies, Mercurii dies… ‘Dì di Dante’ o ‘Dantedì’, com’è stato, più comunemente, ribattezzato. Già, perché, il 25 marzo di ogni anno – 25 marzo che, quest’anno, cade proprio di mercoledì –, si festeggia la Giornata nazionale dedicata al genio di Dante Alighieri e, appunto, al 25 marzo del 1300, quando, secondo alcuni ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> <em>Lunae dies</em>, <em>Martis dies</em>, <em>Mercurii dies</em>…</p>
<p>‘Dì di Dante’ o ‘Dantedì’, com’è stato, più comunemente, ribattezzato.</p>
<p>Già, perché, il 25 marzo di ogni anno – 25 marzo che, quest’anno, cade proprio di mercoledì –, si festeggia la Giornata nazionale dedicata al genio di Dante Alighieri e, appunto, al 25 marzo del 1300, quando, secondo alcuni studiosi, sarebbe iniziato il viaggio del ‘Sommo poeta’ nella <em>Divina Commedia</em> (nonostante la questione sia <em>sub iudice</em>).</p>
<p>Anche l’Università degli Studi di Perugia si accinge a celebrare questa importante ricorrenza: mercoledì 25 marzo, infatti, alle 10.30, al Centro Linguistico d’Ateneo (CLA) dell’Ateneo perugino, verrà celebrato il Dantedì, con due eventi speciali:</p>
<ol>
<li>La videolezione di Fabio Melelli dal titolo: <em>Dante nella storia del cinema</em>, realizzata per i-Fest International Film Festival (riprese e montaggio di Carlo Sampogna)</li>
<li>La conferenza di Filippo Fonio intitolata: <em>Dante nella storia del teatro</em>.</li>
</ol>
<p>Attraverso questi due interventi si intende celebrare la figura di Dante non solo all’interno dell’universo letterario, ma complessivamente in una prospettiva transmediale che mostri la perdurante vitalità nonché la forza identitaria di quello che viene considerato il Padre della Lingua italiana.</p>
<p>L’incontro è gratuito e aperto alla cittadinanza e, in particolare, alle studentesse e agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado.</p>
<p>Fabio Melelli è docente di Storia del Cinema Italiano al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e di Storia del Cinema e del Video all’Accademia di Belle Arti di Perugia, nonché Coordinatore di sezione della Commissione Cinema per i contributi selettivi del Ministero della Cultura e Presidente della commissione di Valutazione del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola promosso dai Ministeri della Cultura e dell’Istruzione e del Merito.</p>
<p>Filippo Fonio è professore associato all’Università Grenoble Alpes, dove codirige il centro di ricerca internazionale in Immaginario e socioantropologia. È attualmente visiting professor di Storia del teatro e dello spettacolo presso l’Università degli Studi di Perugia. Fra i suoi numerosi interessi di ricerca, le performance translingui e il medievalismo performativo sulle scene internazionali.</p>
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		<title>&#8216;Alfonso X e la Galizia&#8217;</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Oct 2023 17:11:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Alfonso X]]></category>
		<category><![CDATA[Centro di studi galeghi]]></category>
		<category><![CDATA[Galizia]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ad Alfonso X e alla Galizia sarà dedicata una mostra (4 ottobre-13 dicembre 2023, esclusi il sabato, la domenica e i giorni festivi), che verrà inaugurata mercoledì 4 ottobre alle ore 11.00 presso il Rettorato dell&#8217;Università degli Studi di Perugia. Mercoledì 4 ottobre alle ore 11, infatti, presso il Rettorato dell’Università degli Studi di Perugia, ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Ad Alfonso X e alla Galizia sarà dedicata una mostra (4 ottobre-13 dicembre 2023, esclusi il sabato, la domenica e i giorni festivi), che verrà inaugurata mercoledì 4 ottobre alle ore 11.00 presso il Rettorato dell&#8217;Università degli Studi di Perugia.</p>
<p>Mercoledì 4 ottobre alle ore 11, infatti, presso il Rettorato dell’Università degli Studi di Perugia, si inaugura la mostra <i>Alfonso X e la Galizia</i>, organizzata dal Centro di studi galeghi dell’Ateneo, alla presenza delle istituzioni culturali della Galizia e di quelle spagnole presenti in Italia.</p>
<p>La mostra, gratuita, si propone di offrire un percorso flessibile e multidisciplinare basato su cinque blocchi tematici. Il primo presenta Alfonso X nella sua dimensione più intima, mentre il secondo ha per oggetto la sua vita e i suoi conflitti personali. Il terzo blocco riguarda il suo lavoro scientifico, storico e culturale: viene presentata una ricostruzione del suo atelier di lavoro, attraverso immagini di manoscritti e miniature. Il quarto spazio è dedicato alla musica e agli strumenti medievali, con diverse riproduzioni provenienti da luoghi diversi. L&#8217;ultimo spazio è dedicato all&#8217;illustrazione grafica della società medievale e della vita del monarca attraverso le immagini di uno dei codici medievali più affascinanti: il “Codice Rico” della Biblioteca del Escorial.</p>
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		<title>&#8216;Poetry village&#8217;, quando la poesia incontra l&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Sep 2023 15:24:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poetry Village]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>A Roma, nella suggestiva cornice del Parco della Caffarella, si terrà l&#8217;8 e il 9 settembre prossimi la I edizione del Poetry Village. A partecipare alle due giornate di full-immersion nella natura e nella parola poetica, anche tre umbri &#8216;adottivi': la poetessa Francesca Tuscano e i docenti dell&#8217;Università degli Studi di Perugia Carlo Pulsoni e ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[ A Roma, nella suggestiva cornice del Parco della Caffarella, si terrà l&#8217;8 e il 9 settembre prossimi la I edizione del Poetry Village. A partecipare alle due giornate di full-immersion nella natura e nella parola poetica, anche tre umbri &#8216;adottivi': la poetessa Francesca Tuscano e i docenti dell&#8217;Università degli Studi di Perugia Carlo Pulsoni e Luigi Giuliani.</p>
<p>Il Poetry Village è un evento gratuito, che porterà venerdì 8 e sabato 9 settembre (ore 17.00 – 23.00), oltre trenta voci della poesia, della letteratura e dell’arte a interagire fra loro e a creare con il pubblico una vera e propria jam session di scrittura, lettura, musica e arti visive.</p>
<p>L’iniziativa nasce dalla sinergia fra la start-up culturale <strong>Saperenetwork</strong>, il <strong>Comitato per il Parco della Caffarella Odv</strong>, l’<strong>associazione Humus Ets </strong>e il<strong> Municipio VII di Roma</strong> che sostiene il progetto, patrocinato anche dall’<strong>Ente Parco Regionale dell’Appia Antica </strong>e affiancato dalle associazioni <strong>Terra Insieme</strong> e <strong>Rete Antropocene</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un format inedito, che mette insieme trenta voci della poesia e dell’arte con reading, laboratori, teatro, musica. Tra i nomi più noti, Antonella Anedda, una delle maggiori poetesse italiane,<strong> </strong>che proporrà il Reading “Piante Bestie Poesie”, e Franco Mussida, musicista<strong> </strong>che ha segnato la storia della musica italiana, alle radici della Premiata Forneria Marconi e di una lunga esperienza di ricerca intorno al rapporto fra sonorità ed emozioni al di là dei cliché delle produzioni di mercato. Prenderanno parte all’evento anche tre umbri &#8216;adottivi': la poetessa Francesca Tuscano, e i docenti dell’Università degli studi di Perugia Luigi Giuliani e Carlo Pulsoni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il programma completo sul sito del festival<strong> </strong><a href="http://www.poetryvillage.it/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.poetryvillage.it/&amp;source=gmail&amp;ust=1693753416676000&amp;usg=AOvVaw2t0hymwQCtmc65GzFPrAbz">www.poetryvillage.it</a><u>.</u></p>
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		<title>Se &#8216;tutto chiede salvezza&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Mar 2023 17:54:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA['Progetto-Lettura']]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Mencarelli]]></category>
		<category><![CDATA[I.I.S. Giordano Bruno di Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[Incontro con l'autore]]></category>
		<category><![CDATA[Liceo scientifico 'Galileo Galilei' di Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[Tutto chiede salvezza]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> In un passo dello Zibaldone Giacomo Leopardi ricorre all’immagine di ‘un giardino sofferente’, paragonato a ‘un vasto ospitale’, all’interno del quale vi è, ovunque, traccia di patimento. E se quel ‘giardino sofferente’ fosse davvero ‘un vasto ospitale’ psichiatrico in cui, a seguito di un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), viene ricoverato un ragazzo poco più che ...</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/se-tutto-chiede-salvezza/">Se &#8216;tutto chiede salvezza&#8217;</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> In un passo dello <em>Zibaldone</em> Giacomo Leopardi ricorre all’immagine di ‘un giardino sofferente’, paragonato a ‘un vasto ospitale’, all’interno del quale vi è, ovunque, traccia di patimento. E se quel ‘giardino sofferente’ fosse davvero ‘un vasto ospitale’ psichiatrico in cui, a seguito di un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), viene ricoverato un ragazzo poco più che ventenne? Un giovane dalla ‘pelle sottilissima’, che chiama la sua malattia, la sua ossessione, il suo disagio ‘salvezza’? E che, non da ultimo, è convinto che ‘tutto chieda salvezza’?</p>
<p><strong>Nell’alveo del ‘Progetto Lettura’</strong> – che da anni offre ai giovani la possibilità di dialogare con noti scrittori e che quest’anno è stato reso possibile grazie a una sinergica collaborazione tra Scuola e Università – <strong>si è tenuto oggi, martedì 7 marzo 2023, dalle 8.30 alle 13.00, nella cornice dell’Aula Magna del Rettorato dell’Università degli Studi di Perugia, l’incontro con l’autore Daniele Mencarelli, poeta e scrittore romano, autore, tra gli altri, di <em>Tutto chiede salvezza</em>, romanzo edito per i tipi di Mondadori nel 2020 e insignito del Premio Strega Giovani</strong>, nonché una delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo.</p>
<p><strong>Circa 900, le studentesse e gli studenti dell’I.I.S. ‘Giordano Bruno’ e del Liceo scientifico ‘Galileo Galilei’ di Perugia</strong> che, oggi, suddivisi in due turnazioni, lo hanno incontrato, ascoltandolo con attenzione, ponendogli numerose domande sul disagio esistenziale del protagonista – un Daniele Mencarelli allora ventenne &#8211; e condividendo con lo scrittore le proprie riflessioni sul romanzo <em>Tutto chiede salvezza</em>.</p>
<p><strong>Alle 8.30 è stata la volta delle studentesse e degli studenti dell’I.I.S. ‘Giordano Bruno’ di Perugia, diretto dalla professoressa Anna Bigozzi.</strong> L’incontro con l’autore è stato reso possibile grazie a un approfondito percorso didattico iniziato all’interno delle 25 classi che hanno aderito al progetto, con la lettura integrale e l’esegesi del romanzo <em>Tutto chiede salvezza</em>, seconda fatica letteraria della trilogia autobiografica di Daniele Mencarelli, autore anche del recente <em>Fame d’aria</em>, uscito anch’esso per Mondadori e anch’esso incentrato sulla fragilità.</p>
<p><strong>L’incontro si è aperto alla presenza del Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Perugia, il professor Maurizio Oliviero</strong>, che, nell’introdurre i lavori, ha sottolineato la valenza della giornata di oggi e dei temi che sono stati toccati, che paiono esserci lontani, ma non lo sono. Ha fatto leva sul tema delle vulnerabilità, il Magnifico Rettore, citando anche il cantautore Alessandro Mannarino, che, in <em>Vivere la vita</em>, sottolinea come, cambiando scarpe, si può cambiare strada, e quindi idee, e infine il mondo e noi stessi, forti di quelle speranze che determinano, necessariamente, un cambiamento e consapevoli che l’ascolto dell’altro sia la vera cura.</p>
<p>Ad accogliere l’ospite, oltre al Rettore dello <em>Studium</em>, <strong>il professore associato di <em>Letteratura italiana contemporanea</em> presso il Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà antiche e moderne dell’Università degli Studi di Perugia, Simone Casini.</strong> Nel ribadire che «Scuola e Università sono i luoghi decisivi nella formazione del futuro» e che «la letteratura vi ha un ruolo fondamentale, in quanto dà forma a ciò che fermenta e matura oscuramente nel nostro presente», il professor Casini ha messo in luce come «quando si legge un romanzo, si fa un’esperienza di impatto emotivo, di vite individuali che diventano, appunto, esperienza comune. E l’esperienza – ha proseguito – ci fa comunità». E, di certo, le due comunità scolastiche che oggi hanno incontrato l’autore si sono riconosciute in ciò che ha scritto Daniele Mencarelli, andando a fondo alla sua vulnerabilità con una capacità critica e analitica straordinaria. Incontrando un’esperienza altrui, gli studenti hanno imparato a conoscere meglio se stessi. Ed è grazie alla collaborazione tra Scuola e Università che i giovani, spesso, si avvicinano alla letteratura.</p>
<p><strong>La Dirigente dell’I.I.S. ‘Giordano Bruno’, la professoressa Anna Bigozzi</strong>, nel ringraziare l’autore, l’Università degli Studi di Perugia per aver accolto le classi della scuola che lei dirige in un luogo prestigioso come l’Aula Magna del Rettorato, la professoressa Barbara Moretti e il professor Roberto Rettori, le docenti e i docenti della ‘Commissione -lettura’ dell’istituto perugino e l’Associazione Fulgineamente, ha evidenziato come la presenza di oggi sia stata significativa per gli studenti, in un’ottica di scambio proficuo tra Scuola e Università.</p>
<p><strong>La professoressa di Lettere dell’I.I.S. ‘Giordano Bruno’ Barbara Moretti, docente-referente del ‘Progetto-Lettura’</strong>, ha, poi, condotto l’<em>auditorium</em> nel vivo dell’incontro, sia moderando gli interventi degli studenti, che introducendo il lavoro didattico svolto a monte dell’incontro stesso. Lo ha fatto, la professoressa Moretti, rimarcando come la lettura di questo romanzo abbia rappresentato una chiave d’accesso per entrare in contatto con i ragazzi, che si sono ritrovati in queste pagine e che le hanno interrogate (un centinaio, le domande, le riflessioni, le rappresentazioni anche grafiche e le pagine scritte che sono pervenute alla ‘Commissione-lettura’, quale frutto della sensibilità e della vitalità dei giovani lettori). È seguita la lettura di un passo tratto da <em>La casa degli sguardi</em> (Mondadori, 2018): «La sensibilità. Il metro degli sciocchi. Come voler misurare ogni altro sentimento umano. La retorica del poeta sensibile la impiccherei. Si parli, semmai, di fragilità, di essere nati con la pelle più sottile, un bassissimo numero di anticorpi a ogni bene e male del mondo, dal dolore alla tenerezza, malinconia e amore compresi. Persone che le inchiodi con poco, basta un fiore per bucargli la pelle».</p>
<p><strong>Le domande poste dagli studenti-lettori</strong>, che hanno rappresentato con le loro voci il lavoro svolto dalla scuola e che sono stati i veri e attivi protagonisti dell’incontro, si sono alternate in maniera ordinata alle risposte dell’autore, il quale ha affermato che i copioni sono fatti (anche) per essere strappati, al fine di agire liberamente.</p>
<p>Dalla ‘pelle sottilissima’ del protagonista del romanzo alla sua permeabilità alla sofferenza altrui, dall’etimo di ‘salvezza’, intesa nell’opera come ‘malattia’, ‘ossessione’, ‘desiderio patologico’ alla funzione che può avere ‘la penna’ per un ragazzo costretto a un T.S.O.; dal parallelismo, fondato su pari sensibilità e sincerità di cuore, tra poeti e pazzi allo spirito di fratellanza che accomuna Daniele ai suoi compagni di stanza, passando per le conversazioni telefoniche con i genitori e la figura della madre, <em>I Muri</em> di Costantinos Kavafis e la conseguente esclusione dalla società (che ha emarginato il poeta greco per la sua omosessualità), il concetto di ‘normalità’, quello di ‘recita’ e quello relativo all’impossibilità di mentire all’interno di un ospedale psichiatrico, il confronto con la serie uscita su Netflix (che, per certi versi, si discosta dal libro). E ancora: la tempesta di notizie drammatiche che azzerano la fragilità di molte persone, l’uso che il protagonista del libro fa delle droghe (è preferibile, secondo Daniele Mencarelli, parlare di uso, leggero o pesante, che se ne fa, piuttosto che di droghe leggere o pesanti), il distacco dei medici e degli infermieri… Sono solo alcuni dei temi sondati dai giovani studenti.</p>
<p><strong>Temi sui quali ha focalizzato la sua attenzione, con una certa empatia, l’autore, che ha parlato, con riferimento al protagonista dell’opera, di sensibilità spiccata</strong>, di un ‘sentire’ in modo particolare il mondo. Ma Mencarelli ha anche rimarcato che il gesto di uno scrittore non finisce con la sua autobiografia: il ruolo della letteratura, al di là della sospensione dell’incredulità e dell’immedesimazione con i personaggi, è quello di dare gli strumenti per acquisire una certa consapevolezza di questo sentire. La letteratura è intrecciata al vissuto dell’autore, ma passa attraverso l’immaginifico: l’unica cosa che conta è la scrittura. L’uomo, poi, si è sempre interrogato su una natura che è drammatica, solo che l’individualizzazione ci ha portati a competere con tale natura, più che ad ascoltarla. E, come scrittore, Mencarelli lavora sulle fragilità, per dialogare con le quali occorre riprendere un rapporto dialettico con la propria, profonda natura; un aspetto, questo, quasi mai realizzabile durante la gioventù, quando si rende necessario condividere il proprio magma interiore di emozioni con qualcuno in atteggiamento di ascolto, prima che tale complesso di sensazioni esploda. I giovani sono serbatoi di vitalità e di poesia, ma anche di inquietudine. Proprio sul tema della vitalità lo scrittore romano ha fatto leva, parlando della modernità e del Novecento, secolo che ha saputo frantumare quel concetto di salvezza che nei Vangeli era unitario. Si definisce, poi, un ‘progressista tragico’. Nel senso che crede che l’umanità proceda per errori. Ma afferma anche di sperare in una salvezza dalle ingiustizie di questo mondo e in una salvezza oltremondana (da non credente). Oltre alla vitalità, gli scrittori hanno un’altra radice: la cultura. Il copione, infatti, può essere tradito solo se lo si conosce. Confida, però, agli studenti, di essere arrivato, alla loro età, alla letteratura muovendo dalla vitalità. Allora, costruendo scene mentre si parla, si può vedere la natura umana come un prato o come un bosco oscuro, una selva dalla quale non si riesce a uscire e nella quale si esperisce il senso del proprio limite, il sentimento e il contro-tema del sentimento, il dualismo amore/morte, la follia, la psicosi, l’esplosione delle nevrosi… Scrivere, ha affermato Mencarelli, non è mai terapia: è un gesto che lo scrittore non compie per sé, ma perché sente che è fondamentale scrivere di questo limite, in quanto tale azione può diventare importante per gli altri.</p>
<p>Lo scrittore romano ha, poi, posto l’accento sull’importanza della letteratura. La provocazione rivolta agli studenti è stata questa: «E se vi dicessi che io non ho mai fatto un T.S.O.? E che i personaggi del romanzo sono inventati?». Ovviamente, si è trattato di una provocazione, atta, però, a ribadire che la letteratura altro non è che una lingua che lavora con tutto ciò che riguarda l’autore. E confida al suo giovane auditorio che il personaggio che ha amato di più è stato Giorgio, che vive l’incubo della perdita della figura materna, e che, dopo il T.S.O., ha rivisto Alessandro, ingrassato e incolto, ma ambulante, alla fermata di un autobus.</p>
<p>Altri argomenti affrontati sono stati la scissione di ogni essere umano tra il racconto di sé (sé narrato) e il sé reale (sé agito), specie per chi, come i giovani studenti, non ha vissuto il mondo analogico: con l’era digitale, dagli anni Duemila, tante diversità che prima erano esiliate (sessualità, malattia mentale, etc.) sono state portate dentro le mura di quella cittadella che chiamiamo ‘normalità’, anche per slittamento lessicale (il termine ‘paura’ è stato sostituito da altre parole, quali ‘ansia’, ‘fobia’, ‘panico’, etc.). Il rischio dell’era digitale è legato allo scollamento dell’uomo dalla sua vita reale: crediamo che ciò che vediamo su un display sia un surrogato della realtà, ma non ci sono surrogati della realtà, in quanto si tratta di narrazioni del reale e, in quanto tali, nascono sempre da una visione di parte. Ciò che resta fuori dalle mura della cittadella chiamata ‘normalità’, invece, sono i temi legati alla nostra natura profonda, in quanto non abbiamo gli strumenti per comprenderla. La poesia, però, potrebbe esserne uno. E noi siamo chiamati, mediante un allenamento costante, a riappropriarci della nostra realtà.</p>
<p>Quanto alla trasposizione dei contenuti del suo libro nella serie Netflix, visionata dagli studenti, Mencarelli ha sottolineato come si sia trattato di un passaggio da una lingua a un’altra, ovvero a un prodotto audiovisivo e seriale. La voce-pensiero del protagonista, infatti, non avrebbe potuto ‘riempire’ e informare di sé una serie TV. Il ricovero coatto di Daniele, poi, è stato ambientato nel 2022, nell’era digitale: da qui, l’inserimento di personaggi nuovi, che fungessero da paradigma di nuove forme di distruzione, come Nina. Anche se l’autore afferma di rimanere ancorato alle sue creature, che sono i romanzi, anche quelli che ancora scriverà: il racconto per l’uomo è altamente esperienziale.</p>
<p>Incalzato ancora dalla curiosità (e dalla vitalità, di cui si è parlato prima) degli studenti, Mencarelli conclude facendo un affondo sui cosiddetti ‘sani’. Sostiene lo incuriosiscano. Perché in quella categoria c’è un sommerso psico-patologico che è inconsapevole: «Sono pazzi a loro insaputa!» esclama ironicamente l’autore, che preferisce la consapevolezza e l’anti-istituzionalità. L’istituzione è una scatola vuota in cui ci sono delle persone che fanno quell’istituzione. Solo così si riempie di significato. D’altronde Daniele Mencarelli il senso lo cerca ancora. Ponendosi le stesse domande del suo riuscitissimo romanzo, pur se in un mondo e in una lingua che sono cambiati. Consapevole che «la parola, quando costruisce visioni, diventa invincibile».</p>
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		<title>Un Paese in cui si superano i confini delle singole lingue? Chiamiamola ‘letteratura’</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2023 16:22:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[1^ convegno 'La lingua (ab)batte']]></category>
		<category><![CDATA[I.I.S. Giordano Bruno di Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[lingue e linguaggi]]></category>
		<category><![CDATA[scuola e formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Un Paese in cui si superano i confini delle singole lingue? Chiamiamola ‘letteratura’… E se la letteratura diviene ‘comparata’? Allora il riferimento è a un metodo e non a un mero confronto tematico fra testi di diverse letterature. La ‘letteratura comparata’, infatti, studia la letteratura da una prospettiva critica sovra-nazionale e trans-linguistica, proiettando il testo ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Un Paese in cui si superano i confini delle singole lingue? Chiamiamola ‘letteratura’… E se la letteratura diviene ‘comparata’? Allora il riferimento è a un metodo e non a un mero confronto tematico fra testi di diverse letterature. La ‘letteratura comparata’, infatti, studia la letteratura da una prospettiva critica sovra-nazionale e trans-linguistica, proiettando il testo nella cultura del tempo che l’ha prodotto e concependo il discorso sulla letteratura come ‘luogo di scoperta dell’altro’. L’anima di questo coro di voci dialoganti è la traduzione: un tramite per la trasmigrazione di un testo da una lingua all’altra, un modo per avvicinare diversi poli culturali. Comparando due autori che si sono espressi in lingue diverse, dunque, si ha una migrazione tra le lingue, una trasmutazione delle proprie radici e non una perdita.</p>
<p>All’Istituto di Istruzione Superiore ‘Giordano Bruno’ di Perugia, diretto dalla professoressa Anna Bigozzi, si è tenuto oggi, venerdì 20 gennaio, il 1^ convegno dal titolo ‘La lingua (ab)batte. Lingue e linguaggi in contatto’. Il convegno, promosso dalle docenti Antonia Ruspolini e Vania Battistoni (entrambe insegnanti di <em>Lingua e letteratura inglese</em> all’I.I.S. ‘Giordano Bruno’), ha registrato la partecipazione, nelle vesti di relatrici e di relatori, delle studentesse e degli studenti dell’innovativa e sperimentale scuola perugina.</p>
<p>Convinti che ‘le lingue e le culture straniere costruiscano ponti, laddove altri ergono muri’, la Dirigente scolastica, i docenti e gli studenti, si sono confrontati sui temi di cui sopra e hanno aperto i lavori, nell’aula Magna dell’Istituto, alle 9.00, alla presenza del professor Luigi Giuliani, docente di <em>Letteratura spagnola</em> all’Università degli Studi di Perugia (Dipartimento di <em>Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche e Moderne</em>), che, con la sua partecipazione in qualità di relatore, ha sottolineato quanto importante e proficuo sia il dialogo tra scuola e Università.</p>
<p>Di seguito, <strong>il programma dettagliato del convegno</strong>:</p>
<ul>
<li>9.00-9.15 – Afflusso dei partecipanti (gli studenti e le studentesse delle classi quinte del Liceo linguistico, le redazioni del giornalino di Istituto ‘Ikaro’ e della ‘GBRadio’ e i/le rappresentanti delle classi quarte dell’Indirizzo linguistico sono state invitati all’apertura dei lavori in presenza in aula Magna).</li>
</ul>
<ul>
<li>9.15-9.20 – <strong>Saluti della Dirigente scolastica, professoressa Anna Bigozzi</strong>, e apertura dei lavori.</li>
</ul>
<ul>
<li>9.20-9.50 – <strong>‘Keynote Speaker’ – <em>Lectio</em> del Prof. Luigi Giuliani (Università degli Studi di Perugia).</strong></li>
</ul>
<ul>
<li>10.00-11.00 – <strong>Panel 1: ‘Lingue e linguaggi nelle discipline STEM’.</strong></li>
</ul>
<ul>
<li>10.00-10.15 – Angelica Giappichini, ‘Il linguaggio universale della Chimica’.</li>
</ul>
<ul>
<li>10.15-10.30 – Clara Chiavini, ‘The use of Greek letters in STEM subjects’.</li>
</ul>
<ul>
<li>10.30-10.45 – Anne Amina Yimga, Soumia Khalid, ‘Chemical elements symbols and chemical substances nomenclature’.</li>
</ul>
<ul>
<li>11.00-11.50 – <strong>Panel 2: ‘Lengua Española e Língua Portuguesa’</strong>.</li>
</ul>
<ul>
<li>11.00-11.20 – Melissa Cipiciani, ‘El euskera: el misterioso idioma del País Vasco’.</li>
</ul>
<ul>
<li>11.20-11.40 – Filippo Ciampana, Aurora Pucciatti, ‘Curiosidades sobre España’.</li>
</ul>
<ul>
<li>11.40-11.50 – Isabel Lins De Souza, ‘Portuguese and English Heritage’.</li>
</ul>
<ul>
<li>12.00-13.00 – <strong>Panel 3: ‘English Language’.</strong></li>
</ul>
<ul>
<li>12.00-12.20 – El Hassania Zigou, ‘Types of language in communication’.</li>
</ul>
<ul>
<li>12.20-12.40 – Margherita Muzzati, ‘British VS American food vocabulary’.</li>
</ul>
<ul>
<li>12.40-13.00 – Vanja Antonic, ‘The bilingual brain’.</li>
</ul>
<ul>
<li>13.00-13.40 – <strong>Panel 4: ‘Langue Française’.</strong></li>
</ul>
<ul>
<li>13.00-13.20 – Nisrin Boubia, ‘La langue arabe et ses nuances’.</li>
</ul>
<ul>
<li>13.20-13.40 – Njomaso Bless Abongyah, ‘Franaglais, English and/et Français in/en Camerun’.</li>
</ul>
<p>Nelle intenzioni delle due docenti-referenti, la professoressa Antonia Ruspolini e la professoressa Vania Battistoni, «l’incontro ha evidenziato che, vivendo il privilegio di parlare due o più lingue, si possa diventare promotori di cambiamenti culturali importanti, soggetti attivi di inclusione, consapevoli fattori di diffusione di patrimoni ed eredità. L’intento della scuola, infatti, è quello di descrivere, illustrare, e condividere aspetti linguistici e culturali dei propri Paesi d’origine o di interesse, approfondire un particolare tipo di linguaggio, lingua o dialetto, al fine di creare un fruttuoso scambio di opinioni ed esperienze tra tutti gli attori presenti nel nostro Istituto».</p>
<p>Un altro modo, certamente originale, per indagare quelle che Umberto Eco considerava ‘alcune funzioni della letteratura’ (ECO U., ‘Su alcune funzioni della letteratura’ in «Sulla letteratura», Bompiani, 2002). Il grande semiologo annoverava tra ‘i poteri immateriali’ anche la letteratura, quel ‘complesso – a detta sua – di testi che l’umanità ha prodotto e produce <em>gratia sui</em>, per amore di se stessi, per diletto, per elevazione culturale (…)’. Ma quali sono, in chiusa, ‘alcune funzioni della letteratura’? Educare all’esercizio della fedeltà, nella libertà dell’interpretazione; seguire la migrazione dei personaggi; educare al fato nell’impossibilità di modificare il destino dei personaggi e i racconti. Non da ultimo (e il convegno di oggi lo attesta), tenere in esercizio la lingua, sia come patrimonio collettivo che come lingua individuale.</p>
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		<title>Prosa &amp; poesia: le due ripartizioni dello scrivere</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 21:02:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[ARCI Spazio Humanities APS]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[Umbr?]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> ARCI Spazio Humanities A.P.S presenta due eventi, di cui uno promosso dal Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche &#38; Moderne dell’Università degli Studi di Perugia, e uno promosso da suddetta Associazione di promozione sociale nel mese corrente (novembre 2022). Il primo convegno, promosso dall’Università degli Studi di Perugia, in collaborazione con la ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> ARCI Spazio Humanities A.P.S presenta due eventi, di cui uno promosso dal Dipartimento di <em>Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche &amp; Moderne </em>dell’Università degli Studi di Perugia, e uno promosso da suddetta Associazione di promozione sociale nel mese corrente (novembre 2022).</p>
<p>Il primo convegno, promosso dall’<strong>Università degli Studi di Perugia</strong>, in collaborazione con la IULM di Milano e l’Università degli Studi di Milano, oltre che con l’Università per Stranieri di Perugia, concerne la <strong>IV edizione del Seminario annuale di <em>Poesia contemporanea</em>, che si terrà, il 10 e l’11 novembre, nella Sala Adunanze di Palazzo Manzoni</strong> (il Seminario è fruibile anche online, sulla piattaforma Teams). Il Seminario è a cura di Maria Borio, presidente di ARCI Spazio Humanities A.P.S. e di Lorenzo Cardilli; il Comitato scientifico è composto da Stefano Ghidinelli, Paolo Giovannetti, Stefano Giovannuzzi, Sabrina Stroppa, Maria Borio e Lorenzo Cardilli. La valorizzazione del testo poetico nel Novecento, le strategie di distribuzione della poesia e uno sguardo sulla poesia dell’ultimo quindicennio sono solo alcuni dei temi che verranno trattati (per il programma completo del Seminario, si rinvia alla locandina pubblicata).</p>
<p>La sera del <strong>10 novembre, alle ore 21.00,</strong> nella Sala Muro Etrusco di Umbrò (ingresso da via Oberdan), ARCI Spazio Humanities propone un <strong>Reading di poesia con Claudio Damiani</strong>, vincitore del Premio Viareggio 2022, e con altre due voci della generazione degli anni Settanta: l’anglista <strong>Renata Morresi e Gabriel Del Sarto. </strong></p>
<p>Per quanto riguarda la prosa, invece – il ciclo novembrino promosso da <strong>ARCI Spazio Humanities A.P.S.</strong> si intitola, infatti, <strong><em>Prosa &amp; Poesia</em></strong> –, sempre ad Umbrò, nella Sala Muro Etrusco, si terrà, il <strong>22 novembre</strong> prossimo, <strong>alle 18.30</strong>, un incontro sulla <strong>narrativa</strong> e sul <strong>romanzo di Leonardo Colombati (presente l’autore), <em>Sinceramente non tuo</em></strong>, uscito per Mondadori. L’evento sarà introdotto da <strong>Karen Berardi.</strong></p>
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		<title>Le serie TV, quintessenza della creazione televisiva</title>
		<link>http://www.perugiaonline.net/le-serie-tv-quintessenza-della-creazione-televisiva/</link>
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		<pubDate>Fri, 15 Nov 2019 20:21:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[serie tv]]></category>
		<category><![CDATA[Umbr?]]></category>
		<category><![CDATA[Umbrò Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> La lettura (o la visione) di una storia suscita nel lettore (o nello spettatore) un processo di immedesimazione nella vicenda narrata e di identificazione nei personaggi. È questa magia che rende possibile il patto narrativo, la cui regola fondamentale poggia sulla sospensione dell’incredulità ovvero su quella trasposizione nel mondo della finzione, che, però, si accetta ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> La lettura (o la visione) di una storia suscita nel lettore (o nello spettatore) un processo di immedesimazione nella vicenda narrata e di identificazione nei personaggi. È questa <em>magia</em> che rende possibile il patto narrativo, la cui regola fondamentale poggia sulla <em>sospensione dell’incredulità</em> ovvero su quella trasposizione nel mondo della finzione, che, però, si accetta come vera.</p>
<p>Questo è ancora più vero se a essere poste sotto la lente critica sono le piattaforme streaming (Netflix, Infinity, Now TV) e le serie TV, tipologie testuali aperte ed estese, che, per loro natura, raccontano storie e si fondano sulla ricorrenza di certe variabili e di alcuni atti combinatori, quintessenza della creazione televisiva. Sono, senza meno, la forma di racconto più discussa degli ultimi anni, anche se solo fino a poco tempo fa erano considerate intrattenimento leggero. I risvolti narrativi delle varie tipologie di serie TV, dalla sitcom all’antologia, sono divenute oggetto di indagine da parte di studiosi e giornalisti, che mettono in evidenza come, oggi, si preferisca il <em>binge watching</em> (‘l’abbuffata televisiva’), piuttosto che l’attesa del prossimo episodio. È cambiato, insomma, il modo di raccontare e di fruire delle storie.</p>
<p>Al fenomeno seriale quale cifra caratteristica del <em>medium</em> televisivo è dedicato un ciclo di incontri seminariali che il progetto ‘Umbrò Cultura’, costituenda associazione di promozione sociale, promuove, per le giornate di mercoledì 13 novembre e di martedì 10 dicembre, in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia. <em>Screenwriting</em> – questo il titolo del ciclo dei due incontri seminariali – intende affrontare il problema della serialità televisiva da una specola trasversale e ad ampio raggio, utile a favorire, grazie anche ad un largo spettro di ospiti, un dibattito proficuo su un argomento di interesse e attualità.</p>
<p>Il primo dei due appuntamenti, <em>I generi e le serie TV</em>, con Giorgio Grignaffini e Andrea Bernardelli, si è tenuto, mercoledì 13 novembre nella sala Muro Etrusco di Umbrò, in via S. Ercolano 2, a Perugia, mentre il prossimo, <em>La sitcom</em>, con Luca Barra e Giulia Falistocco, è stato fissato nello stesso luogo per martedì 10 dicembre, alle 18.00.</p>
<p>&#8216;A fare gli onori di casa&#8217; è stata l’ideatrice del progetto ‘Umbrò Cultura’, Maria Borio, che ha sottolineato l’importanza e la stringente attualità di questo primo incontro dedicato a ‘tutto ciò che viene scritto per essere performato sullo schermo&#8217;. A Maria Borio è spettato il compito di presentare i due ospiti di questa prima giornata di riflessione e di dibattito intorno al fenomeno seriale e alla presentazione del loro libro, edito per i tipi di Carocci, <em>Che cos’è una serie televisiva</em>: Andrea Bernardelli dell’Università degli Studi di Perugia e Giorgio Grignaffini, direttore editoriale presso Taodue film (Mediaset Group) e docente alla Cattolica di Milano.</p>
<p>Il dialogo di Andrea Bernardelli e di Giorgio Grignaffini intorno alle serie TV si è incentrato sul funzionamento della macchina produttiva, sul significato di serie TV, sugli step che portano alla realizzazione di una fiction, sull’industria culturale quale settore in cui sono coinvolte diverse persone e personalità. Perché se il testo letterario gode di una certa ‘libertà’, pur nelle intenzioni del testo stesso, dell’autore e del lettore, come voleva Eco, la serie TV si confronta, necessariamente, con un percorso produttivo, fatto di step che interessano l’aspetto estetico, culturale, testuale dei racconti. In altre parole (semiotiche), si tratta di passaggi che ricostruiscono l’influenza di contesto e di testo. Poi… Poi ci sono i costi, una serie TV è molto esosa: mediamente una prima serata che dura all’incirca 100 minuti costa non meno di un milione di euro in Europa, mentre in America un’ora mediamente equivale a 4 milioni di dollari, con punte che arrivano fino ai 7. Si tratta di budget importantissimi. Perché, allora, si spende così tanto per una serie TV, considerando anche che c’è un’alternativa (comprare il prodotto, come un tempo facevano le TV commerciali italiane)? Le aziende si pongono il problema del ‘faccio o compro?’. Uno dei motivi che spinge le aziende a produrre una serie TV risiede nel fatto che, negli anni Novanta, la capacità delle serie internazionali di raggiungere un target ampio era diminuita. Era, infatti, cambiato il modo di fare TV: si cercava un target specifico, più giovane (15-49 anni). La TV italiana è ancora generalista ovvero è rivolta a un pubblico dal baricentro socio-demografico adulto. La TV, d’altronde, rimane un elemento centrale nella dieta mediale e sociale. Eppure, almeno in Italia, è tuttora generalista. Come, tuttora, il 30 % delle persone non usa Internet: la percentuale è degna di nota, perché coincide con circa 20 milioni di nostri connazionali.</p>
<p>Per contro, con le fiction, si può andare ad intercettare un target che, altrimenti, è meno interessato alle serie americane. Il cinema americano, dal canto suo, negli anni Novanta, si è spostato verso i teenagers. Ciò che è accaduto in Italia, e, più in generale, in Europa, è che la narrativa seriale si è adattata ai propri bisogni, subendo una transizione da un sistema televisivo pubblico a un sistema televisivo misto: se le TV pubbliche parlano ad un pubblico adulto, le TV commerciali si sono dovute rinnovare e hanno, dapprima, provato ad investire su fiction internazionali per poi arrendersi, cominciando a produrre serie TV. ‘Make or buy’? Comprare non era più efficiente, per cui il vantaggio editoriale e i risultati di ascolto hanno sollecitato a ‘fare’.</p>
<p>Ma dietro precise scelte editoriali e contenutistiche e di politica culturale ci sono diversi fattori che riguardano l’industria. Insomma, si deve produrre ciò che può essere efficace per il pubblico. Come nel caso di Rosy Abate, esempio di serie TV incentrata su una donna di mafia. Una decisione di questo tipo da quali logiche parte? ‘Tutto ha avuto origine da ‘Squadra antimafia’ – è stato il commento di Giorgio Grignaffini –, un poliziesco ambientato a Palermo e a Catania, che aveva al centro della storia alcuni poliziotti, che avrebbero dovuto occuparsi della cattura di un latitante. Il plot, dunque, si avvicinava alla cattura, ma, al contempo, vedeva scappare il latitante stesso in 600 minuti di racconto. Allora, si è costruito un racconto collaterale, un’altra storia, quella di una famiglia mafiosa che faceva parte della cosiddetta ‘mafia perdente’. Il poliziesco è diventato, dunque, sempre più un ibrido.  Rosy Abate è, allora, emblematica: non ha più un contraltare buono, è una cattiva seriale funzionale alla complessità della stessa trama narrativa. E alla ricorrenza di certe variabili e di alcuni atti combinatori tipici delle serie TV.</p>
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		<title>Quel luogo di incontro che è la poesia</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Oct 2019 12:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[CILBRA]]></category>
		<category><![CDATA[Ilana Eleá]]></category>
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		<category><![CDATA[Mia Lecomte]]></category>
		<category><![CDATA[Mirco Bonucci]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
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		<category><![CDATA[Umbrò Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[Vera Lucia de Oliveira]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Che cos’è la letteratura se non un Paese in cui si superano i confini delle singole lingue? Che cosa sono le letterature comparate se non un metodo, lo studio critico della letteratura da una prospettiva sovra-nazionale e trans-linguistica, che permetta di proiettare i testi nella cultura che li ha prodotti e di concepire la produzione ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Che cos’è la letteratura se non un Paese in cui si superano i confini delle singole lingue? Che cosa sono le letterature comparate se non un metodo, lo studio critico della letteratura da una prospettiva sovra-nazionale e trans-linguistica, che permetta di proiettare i testi nella cultura che li ha prodotti e di concepire la produzione letteraria come luogo di scoperta dell’altro? Che cos’è la traduzione se non l’anima di un coro di voci dialoganti, il tramite per la trasmigrazione di un testo da una lingua a un’altra? Che cos’è, infine, l’intertestualità se non una totalità di rifrangenze di un’esperienza letteraria in un’altra?</p>
<p>Un gioco di specchi, dunque, di superfici riflettenti. Una migrazione fra le lingue, una trasmutazione delle proprie radici e non una perdita. Perché, per Alda Merini, la poesia è il luogo degli incontri. E, allora, un reading poetico non è solo la semplice lettura di alcune poesie. È molto di più: si fonda sulla condivisione di un vero e proprio luogo, sia da parte del poeta, che da parte di chi quei versi li riceve, a più livelli, nell’atto dell’ascolto o della lettura.</p>
<p>Questo è ancora più vero se a promuovere un reading o, meglio, due momenti di lettura – momenti di condivisione inaugurali della stagione 2019-2020 della costituenda associazione di promozione sociale Umbrò Cultura, a seguito del successo di pubblico riscosso dall’evento <em>Poesiæuropa</em>, tenutosi nel luglio 2019 all’Isola Polvese e posto sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo ­– è un progetto culturale che, sin dal suo esordio nel 2017, ha voluto ricreare uno spazio, prima di tutto umano, che potesse offrire una sinergia fra la diffusione culturale, la ricerca, la didattica e i media (<a href="http://www.umbrocultura.com">www.umbrocultura.com</a>).</p>
<p>Dopo avere dedicato il primo evento della stagione a dialoghi e letture sulla poesia, lo scorso 8 ottobre, con i poeti Franco Buffoni, Andrea De Alberti, Pietro Cardelli e Andrea Donaera, Umbrò Cultura è tornato ad omaggiare, mercoledì 16 ottobre, nella sala Muro Etrusco di Umbrò, a Perugia, la poesia contemporanea con le poetesse Ilana Eleá (Svezia/Brasile), Mia Lecomte (Francia/Italia), Maria Borio (Italia) e Vera Lucia de Oliveira (Brasile/Italia). Il reading, coadiuvato dal patrocinio dell’Università degli Studi di Perugia e da CILBRA (Centro di Studi Comparati Italo-Luso-Brasiliani) è stato, infatti, dedicato al crocevia internazionale di voci poetiche diverse, comparate per il tramite della traduzione. Traduzione da una lingua all’altra – dall’italiano al portoghese e viceversa –, traduzione delle emozioni in parola poetica, traduzione delle emozioni e delle parole in musica, con la chitarra del musicista Mirco Bonucci.</p>
<p>Un incontro posto fuori dalle mura accademiche (da cui, pure, alcune delle quattro autrici provengono), in cui far dialogare tra loro poetesse che passano per l’Umbria, attratte dalla terra di San Francesco e di Sandro Penna, e convinte che, scrivendo in lingue diverse, si possano attraversare le frontiere. Specie quando a tradurre i testi sono gli stessi studenti del Dipartimento di <em>Lettere, lingue, letterature e civiltà antiche e moderne</em> dell’Università degli Studi di Perugia. CILBRA, poi, il Centro di Studi Comparati Italo-Luso-Brasiliani, dal 2016 organizza congressi a riguardo, sia in Italia che in Brasile, promuovendo anche la pubblicazione di antologie di poeti contemporanei.</p>
<p>Dalla <em>Sequenza di Fibonacci</em> a <em>Il settimo ritorno</em>, la poesia di Ilana Eleá, insiste sui temi delle radici, delle forme di riconoscimento, della frontiera, mentre la produzione letteraria di Maria Borio – il riferimento è a <em>Trasparenza</em>, edito nel 2019 da Interlinea nella collana di poesia a cura di Franco Buffoni – riflette sulla funzione degli schermi, delle superfici vitree, della trasparenza, appunto, in ambito politico, filosofico, culturale <em>tout-court</em>. La trasparenza vuole essere netta o racchiude un doppio fondo? Di certo coincide con una visione pura e impura al contempo, su cui si riverberano le relazioni umane di oggi, le linee di confine che separano gli orizzonti verticali, le storie scomposte in sagome che fanno cortocircuito, i quartieri multietnici delle città, il tema dell’accoglienza. Scrive in italiano, Mia Lecomte, nonostante le sue origini francesi, a seguito di un percorso a zig-zag che l’ha condotta in Italia: lo fa, Mia Lecomte, intessendo testi che trasfigurano la dimensione quotidiana in una dimensione trascendentale, fatta di dialoghi insoliti, stanze della casa lontanissime tra loro, luci che non devono separare ciò che il vuoto dell’io poetico ha unito. È docente di <em>Letteratura portoghese e brasiliana</em> all’Università degli Studi di Perugia, Vera Lucia de Oliveira: nonostante padroneggi perfettamente sia l’italiano che il portoghese, non mescola le due lingue, in quanto, dal suo punto di vista, un testo nasce in una data lingua. La sua selezione si è incentrata sulla riflessione sul dolore, sulla notte ‘mangiata’, senza fare rumore, dai personaggi di carta che popolano i suoi versi, sulla luce che goccia dal tetto in riflessi gialli, sullo scolo dell’universo, sul bisbigliare dei becchi delle rondini, sull’assenza di tracce e di ombre.</p>
<p>Immagini, queste, che sono migrate da un testo all’altro, da una lingua all’altra. Se è vero che la poesia è la traduzione di emozioni in parole, che la traduzione è l’anima di un coro di voci dialoganti, che l’intertestualità è una totalità di rifrangenze di un’esperienza letteraria in un’altra.</p>
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		<title>Esplorare il teatro contemporaneo, fra testo e messinscena</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 13:29:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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		<category><![CDATA[teatro]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Esplorare il teatro contemporaneo, fra testo e messinscena. Sabato 22 giugno alle ore 16:30, nell’Aula Magna del Dipartimento FISSUF, avrà luogo l’evento conclusivo (un reading degli attori e la performance degli esiti del lavoro svolto) del workshop teatrale, che ha visto coinvolti gli studenti dell’Ateneo perugino e che è aperto alla cittadinanza. Il workshop sarà accompagnato in tutte le sue fasi da LABEL – LABoratorio di E-Learning, incaricato di realizzare le produzioni audiovisive da diffondere sui canali comunicativi dell’Ateneo. Seguirà, in anteprima nazionale, la lettura della pièce <em>Guerrieri in Gelatina</em> di Claudius Lünstedt, a cura di PCI_Piccola Compagnia Italiana (con Antonietta Bello, Matteo Francomano e Gianni Giuliano, per la regia di Giulia Randazzo).</p>
<p>Il Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Perugia, in collaborazione con PCI_Piccola Compagnia Italiana e LABEL – LABoratorio di E-Learning, infatti, ha presentato il workshop teatrale<em> Il rapporto tra testo e messinscena nel teatro contemporaneo: nuove drammaturgie “alla prova”</em>, rivolto agli studenti dell’Ateneo di tutti i Dipartimenti, che avrà luogo dal 17 al 22 giugno 2019, presso gli spazi della gipsoteca d’Ateneo.</p>
<p>Nato da un dialogo tra il Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia e la PCI_Piccola Compagnia Italiana, il workshop è dedicato al progetto di messinscena dell’opera <em>Krieger im Gelee</em> (<em>Guerrieri in gelatina</em>) di Claudius Lünstedt, uno dei testi scelti da “Fabulamundi-Plywriting Europe” per il sostegno e la promozione della drammaturgia contemporanea in Europa, avviato da PCI_Piccola Compagnia Italiana per le attività di Fabulamundi in Italia durante il triennio 2018-2020.</p>
<p>Attivo dal 17 al 22 giugno, dal lunedì al venerdì, dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 14,30 alle ore 18,30, il laboratorio rappresenta un importante momento didattico nel corso del quale i partecipanti avranno la possibilità di esperire in prima persona le motivazioni pragmatiche che hanno portato alla nascita e allo sviluppo di alcuni linguaggi della scena distintivi della storia del teatro di prosa europeo.</p>
<p>Con l’obiettivo di dare origine e approfondire il dibattito sulle potenzialità e sulle criticità relative alla rappresentazione delle nuove drammaturgie contemporanee, il percorso didattico alterna momenti pratici ad appendici di riflessione teorica e offre inoltre ai partecipanti la rara opportunità di seguire le prove della compagnia teatrale alle prese con le prime ipotesi di messinscena dell’adattamento italiano del testo di un drammaturgo vivente.</p>
<p>Alla lettura critica di <em>Krieger im Gelee</em> prenderanno parte gli attori Antonietta Bello, Gianno Giuliano e Matteo Francomano, per la regia di Giulia Randazzo.</p>
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		<title>Nuove drammaturgie &#8216;alla prova&#8217;</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2019 10:41:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Dipartimento di Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Letterature e Civiltà antiche e moderne]]></category>
		<category><![CDATA[lingue]]></category>
		<category><![CDATA[Piccola Compagnia Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[workshop teatrale]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il rapporto tra testo e messinscena nel teatro contemporaneo. Il Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Perugia, in collaborazione con PCI_Piccola Compagnia Italiana e LABEL – LABoratorio di E-Learning, presenta il workshop teatrale Il rapporto tra testo e messinscena nel teatro contemporaneo: nuove drammaturgie “alla prova”, ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Il rapporto tra testo e messinscena nel teatro contemporaneo. Il Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Perugia, in collaborazione con PCI_Piccola Compagnia Italiana e LABEL – LABoratorio di E-Learning, presenta il workshop teatrale<em> Il rapporto tra testo e messinscena nel teatro contemporaneo: nuove drammaturgie “alla prova”</em>, rivolto agli studenti dell’ateneo, che avrà luogo dal 17 al 22 giugno 2019, presso gli spazi della gipsoteca d’Ateneo.</p>
<p>Nato da un felice dialogo tra il Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Perugia e la PCI_Piccola Compagnia Italiana, il workshop è dedicato al progetto di messinscena dell’opera <em>Krieger im Gelee</em> (<em>Guerrieri in gelatina</em>) di Claudius Lünstedt, uno dei testi scelti da “Fabulamundi-Plywriting Europe” per il sostegno e la promozione della drammaturgia contemporanea in Europa, avviato da PCI_Piccola Compagnia Italiana per le attività di Fabulamundi in Italia durante il triennio 2018-2020.</p>
<p>Attivo dal lunedì al venerdì, dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 14:30 alle ore 18:30, il laboratorio rappresenta un importante momento didattico nel corso del quale i partecipanti, dopo aver preso coscienza delle dinamiche della messinscena classica, avranno la possibilità di esperire in prima persona le motivazioni pragmatiche che hanno portato alla nascita e allo sviluppo di alcuni linguaggi della scena distintivi della storia del teatro di prosa europeo.</p>
<p>Con l’obiettivo di dare origine e approfondire il dibattito sulle potenzialità e sulle criticità relative alla rappresentazione delle nuove drammaturgie contemporanee, il percorso didattico alterna momenti pratici ad appendici di riflessione teorica e offre inoltre ai partecipanti la rara opportunità di seguire le prove della compagnia teatrale alle prese con le prime ipotesi di messinscena dell’adattamento italiano del testo di un drammaturgo vivente.</p>
<p>Alla lettura critica di <em>Krieger im Gelee</em> prenderanno parte gli attori Antonietta Bello, Gianno Giuliano e Matteo Francomano, per la regia di Giulia Randazzo.</p>
<p>Sabato 22 giugno alle ore 16.30, presso l’Aula magna del Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione avrà luogo un reading degli attori e la presentazione/performance degli esiti del lavoro svolto nel laboratorio dagli studenti. L’appuntamento di sabato 22 sarà aperto alla cittadinanza.</p>
<p>Il workshop sarà accompagnato in tutte le sue fasi da LABEL – LABoratorio di E-Learning, incaricato di realizzare le produzioni audiovisive da diffondere sui canali comunicativi dell’Ateneo.</p>
<p>PCI_Piccola Compagnia Teatrale | BIOGRAFIE</p>
<p>GIANNI GIULIANO. Si diploma presso l&#8217;<em>Accademia Nazionale D&#8217;Arte Drammatica Silvio D&#8217;Amico</em> di Roma. Come attore è stato diretto tra gli altri da Ronconi, Enriquez, Squarzina, De Fusco, Scaparro, Lavia. Doppiatore e direttore di doppiaggio, ha prestato la voce a Bill Nighy, Jeremy Irons, Kevin Spacey. È noto al grande pubblico per essere stato la voce italiana di Capitan Harlock, di Davy Jones (Pirati dei Caraibi), dello Stregatto di Alice in Wonderland di Burton, di Telespalla Bob dei Simpson. Nel 2015 vince il Premio Voci nell&#8217;ombra come Miglior Voce Maschile &#8211; Sezione Cinema per il film &#8220;Diplomacy-Una notte per salvare Parigi&#8221;, in cui doppia l’attore francese Niels Arestrup.</p>
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<p>MATTEO FRANCOMANO. Nasce a Palermo nel 1992. Diplomato all’Accademia d’Arte del Dramma Antico &#8211; Scuola di Teatro Classico &#8220;Giusto Monaco&#8221;<em> </em>(INDA) a Siracusa.</p>
<p>A 23 anni debutta al Teatro Biondo di Palermo nel ruolo di Serse al fianco di Anna Maria Guarnieri nello spettacolo <em>I persiani a Caporetto </em>per la regia di Roberto Cavosi.</p>
<p>Dal 2012 affianca al lavoro d’interprete collaborazioni come assistente e <em>dramaturg</em> con la Piccola Compagnia Italiana. Nel 2015 è autore di testi e speaker per il programma Misosofica presso Radio Eco (UNIPI).</p>
<p>Nel 2017 interpreta il ruolo di Meneceo ne <em>Le fenicie </em>per la regia di Valerio Binasco, presso il Teatro Greco di Siracusa per il 53° Ciclo di Rappresentazioni Classiche dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico e debutta al Teatro Eliseo nel ruolo di Mario Vivaldi nello spettacolo <em>Un borghese piccolo piccolo</em>, per la regia di Fabrizio Coniglio. Ha lavorato tra gli altri con artisti come Moni Ovadia, Roberto Andò, Cristina Pezzoli, Roberto Herlitzka e Mauro Avogadro.</p>
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<p>ANTONIETTA BELLO. Dopo aver frequentato il corso di Laurea in “Arti Visive e dello Spettacolo” all’Università IUAV di Venezia, si diploma nel 2010 alla Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova. Ha lavorato insieme ad artisti come Fausto Paravidino, Daniele Ciprì, Marco Sciaccaluga, Filippo Dini, Roberto Herlitzka, Elena Sofia Ricci, Eros Pagni e Graziano Piazza.</p>
<p>Nel 2014 riceve una Menzione speciale come migliore attrice protagonista per l&#8217;intensità dell&#8217;interpretazione Premio Parodos presso il Festival del Teatro antico di Tindari per la sua interpretazione di Elettra e nel 2017 il premio come miglior attrice per il cortometraggio <em>Altre </em>di Eugenio Villani<em> </em>all’Actors Awards Los Angeles.</p>
<p>Ha partecipato a diverse produzioni del Teatro Stabile di Genova e lavora attivamente presso il Teatro Nazionale di Roma; tra gli spettacoli più significativi del suo percorso: <em>L’esposizione universale</em> di Luigi Squarzina, per la regia di Piero Maccarinelli;<em> Ve lo faccio vedere io ora il teatro&#8230;!</em> a cura di Claudio Longhi, di cui è ormai la protagonista da cinque anni; <em>Maria Stuarda</em> di Dacia Maraini, realizzato in collaborazione con Diana Manea e con Dacia Maraini e <em>I due gentiluomini di Verona</em>, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile del Veneto, per la regia di Giorgio Sangati.</p>
<p>Dal 2010 alterna il lavoro sul palcoscenico a quello sui set televisivi e cinematografici, recitando da protagonista in film come <em>Lovers</em> di Matteo Vicino e nella fiction <em>M</em> <em>&#8211; Moro</em> di Michele Santoro<em>.</em></p>
<p>Antonietta Bello cura inoltre attività di formazione e didattica del teatro nelle scuole medie superiori, nelle Università, nelle carceri (Rebibbia) e presso i Musei Capitolini di Roma. Attualmente ha una docenza al Master di produzione cinematografica e televisiva presso l&#8217;Università LUISS di Roma.</p>
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<p>GIULIA RANDAZZO. Inizia la sua formazione teatrale come attrice. Nel 2006 si sperimenta nella prima regia, vincendo a vent’anni i premi della critica e del pubblico alle selezioni macroregionali del Festival Internazionale di Regia Teatrale “Fantasio Piccoli” con uno studio sul “Don Giovanni” di Molière. Decide così di dedicarsi alla regia. Sceglie inoltre specializzarsi nel campo della pedagogia teatrale e della formazione attoriale. Ne approfondisce le potenzialità attraverso attività di studio e di ricerca [<em>research program on theatre anthropology and actor training</em>] in Francia (<em>Université de Rouen</em>), Germania (<em>Institut für Theaterwissenschaft – FU Berlin</em>), Regno Unito (<em>Faculty of Education-Univ. of Cambridge</em>), conseguendo il titolo di <em>PhD &#8211; Doctor Europæus</em> con un progetto di ricerca sull&#8217;antropologia pedagogica del teatro. Tra i suoi ultimi allestimenti: “Macbeth NO BUDGET” (in collaborazione con Lab. di Barriera di Torino e Accademia delle Belle Arti di Macerata); &#8220;La Sonata a Kreutzer&#8221; per Calatafimi Segesta Festival-Dionisiache; &#8220;Menzogne e sortilegi&#8221;, opera aperta in dialogo con Elsa Morante, per Contemporaneo Sensibile (MDA &amp; Museo d&#8217;Arte Contemporanea della Sicilia); &#8220;E io sarò una donna che sorride&#8221;, frammenti di vita e di poesia della scrittrice Sylvia Plath per Spazio Macro &#8211; Roma Capitale; &#8220;Nessuna nuova…&#8221; per il XIX Festival Internazionale del Teatro Urbano di Roma; &#8220;Essere Elettra&#8221;, con il sostegno della Fondazione Piccolomini, rappresentato anche in occasione del Premio Parodos-Tindari Festival; &#8220;Guardami&#8221;, da &#8220;Il Bell’Indifferente&#8221; di Jean Cocteau; &#8220;Τρωάδες. Le donne troiane&#8221;, vincitore del premio della critica alla rassegna Mitincanti (Teatro Politeama Garibaldi, Palermo). Questa estate farà parte della Biennale College-Teatro con il maestro Susie Dee nell’ambito del programma del 47. Festival Internazionale del Teatro – Biennale di Venezia 2019.</p>
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		<title>Per una perpetua perfettibilità</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 17:24:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Autore e testo]]></category>
		<category><![CDATA[filologia]]></category>
		<category><![CDATA[paleografia]]></category>
		<category><![CDATA[Universit? per Stranieri di Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Perugia]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Si legge ciò che si sa di dover leggere. A sostenerlo è Giorgio Pasquali in <em>Pagine stravaganti</em> (Firenze, Sansoni, 1968): ‘l’occhio assuefatto a determinati segni non trova soddisfazione che in un ductus di quella fatta’, prosegue il filologo. Se è vero che scrivere, dopo un periodo di addestramento, diventa un abito psicofisico irriflesso (si scrive come si parla o come si gesticola), e se è altrettanto vero che un testo è scritto per essere letto, come si può intessere un discorso sul rapporto che intercorre fra quel testo ed il suo autore? Partendo, forse, proprio dall’etimologia di ‘autore’, che deriva da <em>augeo</em>: colui che accresce un testo. Il riferimento, qui, è all’autorità, all’autenticità, a qualcosa che è di più di un consiglio e di meno di una legge. A differenza del copista, che scrive di cose altrui senza aggiungere o cambiare, o del compilatore, che scrive di altri come testo principale e di suo sotto forma di glossa, l’autore è colui che scrive di suo come elemento principale, aggiungendo, magari, un commento e altri testi a conferma di quanto scritto in precedenza. In questa breve rassegna, di mano del paleografo Armando Petrucci, l’autore compare per ultimo. Ma può, senz’altro, aprire il discorso.</p>
<p>‘Autore e testo nel riflesso della produzione manoscritta’ è stato il titolo del seminario che Antonio Ciaralli – professore associato di <em>Paleografia latina</em> all’Università degli Studi di Perugia ed allievo di Armando Petrucci – ha indirizzato, mercoledì 6 febbraio, ai dottorandi del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dell’Università per Stranieri di Perugia coordinato da Giovanna Zaganelli, direttore del Dipartimento di <em>Scienze Umane e Sociali</em> dello stesso Ateneo, e a quelli dell’indirizzo in <em>Scienze linguistiche e filologiche</em> in particolare.</p>
<p>‘Ogni filologo necessita di un dialogo fitto con un paleografo’ – è stato il commento di Daniele Piccini, professore associato di <em>Filologia italiana</em> all’Università per Stranieri di Perugia e direttore del Comitato scientifico dell’indirizzo di Dottorato in <em>Scienze linguistiche e filologiche</em> dello stesso Ateneo, che scorge nel collega e amico Antonio Ciaralli ‘un’attenzione metodologica, un accento posto non solo sull’analisi del singolo manoscritto, ma su tutta una serie di problemi relativi al copista e all’autore che copia se stesso, nell’alveo di un costante esercizio di decifrazione condotto in senso ampio, come voleva il suo grande maestro, Armando Petrucci, di cui l’allievo ha da poco pubblicato il ‘Ricordo’.</p>
<p>‘Il connubio filologia-paleografia si pone alla base di ogni lavoro nell’ambito delle nostre ricerche’ – ha esordito Antonio Ciaralli, che ha rimarcato l’importanza di un cammino da fare insieme: ‘loro (i filologi, n.d.r.) capiscono ciò che io (paleografo, n.d.r.) so leggere’ nei meandri dei contorni delle testimonianze scritte. ‘Oggi – ha proseguito Ciaralli – esco fuori dal mio campo per affrontare un argomento difficile, quello del rapporto fra autore e testo, e, nel farlo, non potrò far altro che essere un buono studente, che ripetere ciò che già Armando Petrucci ha scritto nei suoi saggi lucidissimi, esemplari, datati agli anni Ottanta del secolo scorso, ma ancora moderni’. Il riferimento è, nello specifico, a quegli scritti che hanno trattato della letteratura attraverso i manoscritti, degli autografi, dei libri d’autore, della scrittura del testo. E, non da ultimo, del binomio paleografia-filologia: una relazione, questa, che con la critica genetica si stringe ulteriormente, perché attraverso la filologia della trasmissione – accostata alla filologia della tradizione: da un lato, dunque, la storia della tradizione critica di un testo, dall’altro uno studio condotto sulle testimonianze, sulla manifestazione dei testi e sulla loro espressione concreta – si intraprende lo studio della partecipazione dell’autore alla scrittura di un testo. ‘Lo studio della partecipazione dell’autore all’opera di scritturazione del proprio testo – scrive Armando Petrucci – e l’analisi delle modificazioni nel tempo di tale partecipazione e dei modi in cui essa si è di volta in volta realizzata possono costituire un contributo notevole sia alla migliore conoscenza dei processi di produzione di testi complessi, sia alla critica dei testi stessi: ma ancor di più possono servire a meglio precisare, per ciascuna epoca e situazione storica, alcuni rapporti, quale quello scrittura-lettura o quello, appunto, libro-testo’.</p>
<p>La critica strutturalistica ha indagato il problema della scomparsa dell’autore e della sua riapparizione sotto varie forme. Ma non è stata questa la prospettiva prescelta per guardare alla questione dell’autore: il termine, si è detto, deriva dal latino <em>augeo</em> e designa colui che incrementa il testo, che lo accresce. Colui, in definitiva, che scrive il proprio testo come elemento principale e che aggiunge un commento o altri testi a conferma di quanto scritto in precedenza. Se si osserva, però, la realtà medievale, è difficile discernere l’autore dal copista e dal compilatore: l’opera non è altro che la risultante di un lavoro collegiale, a cui prendono parte segretari, compilatori, e, appunto, autori. La partecipazione diretta dell’autore alla fattura materiale dei propri testi interessa vari ambiti: l’ideazione, la fase di trasformazione del testo in libro d’autore, le fasi di scrittura o, almeno in epoca classica, di dettatura. Un’officina, questa, sospesa fra ideazione dell’opera e sua messa in esistenza, e che passa per una mediazione compiuta dall’autore e per delle inevitabili trasformazioni, determinate dalle mutazioni delle tecniche di scrittura e dalle modificazioni della figura dell’autore e, perciò, del rapporto fra autore e pubblico, fra autore e testo (tenendo conto, in quest’ultimo caso, del diverso orientamento delle teorie letterarie).</p>
<p>Il processo di scrittura autoriale ha inizio nell’XI secolo: prima di allora possiamo solo attribuire a qualcuno i testi presi in esame. Con l’XI secolo, invece, si dispone di testimonianze numericamente considerevoli di autografi e, di conseguenza, è a quest’epoca che è opportuno rifarsi per prendere in considerazione una modificazione sostanziale del rapporto fra autore e testo. La maggior parte degli autori sono monaci, che interagiscono con il mondo delle biblioteche, e con quelli della storiografia e dell’agiografia. Due, i luoghi in cui si insegna a scrivere nell’XI secolo: la chiesa (con le sue istituzioni: scuole cattedrali e monasteri) e notariati. I testi qui prodotti sono caratterizzati da unicità, conservazione nel luogo di produzione e destinazione nell’ambito ristretto del cenobio: si tratta di codici caratterizzati da un processo di correzione e di aumento autoriali, da aggiunte e da integrazioni di parti mancanti. Interventi, questi, che sono compiuti per mezzo di tecniche lente, risolte nella rasura e nella riscrittura, ovvero in operazioni che camuffano le modifiche apportate. Questa, una tassonomia: nel verso di una pergamena conservata all’archivio arcivescovile di Ravenna ci sono una nota tarda di tipo archivistico e due testi nel margine superiore e lungo il margine laterale, testi che hanno a che fare con il discorso relativo all’autografia. Il testo fu scoperto da Alfredo Stussi, è databile al 1220 circa – ovvero risale alla fase aurorale della nostra storia letteraria – e fa parte dell’area padano-meridionale, mentre la lingua è ravennate. Si tratta di un testo autoriale, di un atto giuridico: a scrivere non è stato un notaio, ma uno scrivente gravitante attorno all’ambito ecclesiastico. Un testo aggiunto in margine, compare nel <em>Ritmo laurenziano</em>, con errori di copia: si è di fronte ad una pagina con scritte avventizie, aggiunte, testi di vario genere, <em>ex-libris</em>, tracce, depositi occasionali. L’<em>intentio</em> della conservazione è affidata ad una sorta di religiosità del manufatto.</p>
<p>La prima vera testimonianza di una autografia autoriale è data dal <em>Liber ad honorem Augusti</em> dedicato a Enrico VI di Svevia: i distici sono suddivisi in cinquantadue parti che trattano di cronaca di guerra e dell’elogio per la conquista del regno, mentre il testo poetico è affiancato da alcune miniature. Il rapporto testo-immagine è stato, qui, progettato dall’autore, che inserisce le didascalie al di sotto delle miniature. Ma è nella carta di guardia finale che Pietro assume la paternità dell’opera: ‘Ego magister Petrus (…) composui’. Si parla di <em>compositio</em>, addirittura. Il ‘nostro’ compie un’operazione senza precedenti: da un anonimato imperante e da una passività nei confronti della materia ad una costruzione attiva del testo. Chi è Pietro? Un curiale, un notaio? Forse un notaio: era stato educato alla beneventana.</p>
<p>Con riferimento alla modificazione del rapporto fra autore e testo, un ruolo non secondario e che va sottoposto a giudizio di revisione è giocato dalla cultura notarile: quanto le prassi di scrittura autografica dei notai hanno inciso su quelle di scrittura autoriale in letteratura? Chi scrive nell’Italia di inizio Duecento? Se è vero che la domanda di scrittura e di lettura aumenta col progresso dell’organizzazione urbana, cresce esponenzialmente il bisogno di documentazione. Gli autori sono coloro che possono conferire autorità a ciò che scrivono, in quanto godono della <em>fides publica</em> su ciò che scrivono. Se i chierici sono <em>scriptores</em> e non <em>auctores</em>, ovvero copiano i testi, spetta ai notai intessere un tessuto di relazioni con i testi letterari, e agli studiosi porre sotto la lente di ingrandimento tale rapporto. Dei <em>Documenti d’amore</em> di Francesco da Barberino ci sono giunti due manoscritti, conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana: entrambi i codici presentano parti autografe e il testo organizzato, su cui l’<em>autore</em> interviene con una traduzione in latino ed un commento nella medesima lingua, a margine. Ma con Francesco da Barberino non si compie ancora un salto completo verso l’autorialità, a differenza che con un suo contemporaneo, nipote e figlio di notai: Francesco Petrarca. ‘Una religione dello scrivere’, la sua: ‘Petrarca – per Armando Petrucci – sviluppò soprattutto nell’età matura e in vecchiaia una vera e propria religione dello scrivere e scrisse e riscrisse di suo proprio pugno molte delle sue opere. Ma per lui l’autoscrittura rappresentò lo strumento primario ed essenziale di una complessa strategia scrittoria e libraria, che mirava al rinnovamento radicale sia delle tipologie grafiche in uso al suo tempo, sia della stessa forma libro’. Petrarca ha rivoluzionato, dunque, il modo di scrivere basso-medievale. Non è uno scriba, non un calligrafo: deve, da intellettuale qual è, aprire la strada ad uno stuolo di eruditi che, operativamente, cambiando il <em>modus scribendi</em> (si pensi, ad esempio, a Colluccio Salutati, a Niccolò Niccoli, a Poggio Bracciolini).</p>
<p>E quest’arte del rifare, questa perpetua perfettibilità sono esperibili entrando nell’officina autoriale petrarchesca, popolata, come nel <em>Codice degli abbozzi</em>, in quegli appunti che il poeta laureato si porta dietro per tutta la vita, di frettolosi abbozzi, di varianti, di ripensamenti, di un incedere della scrittura che macchia, che oblitera il testo, pur lasciandolo percepibile, di un discorso critico condotto su di sé attraverso glosse marginali e interlineari.</p>
<p>Perché la scrittura, specie se autoriale, è un fatto di riscrittura. E di ‘perpetua perfettibilità’.</p>
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		<title>Sul crinale della verità e della verosimiglianza</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2019 13:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> L’abrasione con la realtà. Rischia di perdere questo una poesia intrisa di biografismo. Gustave Flaubert, nelle numerose lettere indirizzate alla sua Louise Colet, era solito ripetere che fosse ‘una cosa buffa mettere la letteratura al servizio delle passioni’ e che non fosse necessario ‘scriversi’. Poi scrive <em>Madame Bovary</em>, che, per certi versi, è la biografia (denigrata) della stessa Colet. Certo, si trattava di un genere letterario diverso. Perché la poesia è, prima di tutto, questo, un genere letterario. Imbrigliato in diverse cattività, che, però, non dovrebbero farlo oscillare fra le minime intermittenze del cuore e del cervello. Ma farlo camminare sul crinale fra verità e verosimiglianza.</p>
<p>All’‘enigma della verità’, alla poesia e alla biografia’ è stato dedicato, martedì 22 gennaio, il primo seminario classe 2019 del progetto ‘Umbrò Cultura’ (<a href="http://www.umbrocultura.com">www.umbrocultura.com</a>) – giunto al suo secondo anno consecutivo e patrocinato dall’Università degli Studi di Perugia e dalla Banca di Credito Cooperativo dell’Umbria –, a seguito di un incontro, tenutosi al Dipartimento di <em>Lettere</em> dell’Università degli Studi di Perugia, sull’editoria italiana. Entrambi gli incontri seminariali sono stati un’occasione per riflettere, insieme al poeta, scrittore e critico letterario Antonio Riccardi – nato a Parma nel 1962, ha studiato Filosofia all’Università di Pavia. Dalla fine degli anni Ottanta ha lavorato per Mondadori ed è stato direttore editoriale degli Oscar. Ha pubblicato le raccolte poetiche <em>Il profitto domestico</em> (Il Saggiatore, 1996) e <em>Gli impianti del dovere e della guerra</em> (Garzanti, 2004), <em>Acquarama e altre poesie d’amore</em> (Garzanti, 2009) e il recente <em>Tormenti della cattività</em> (Garzanti, 2018). Ha curato il volume di saggi <em>Cosmo più servizi. Divagazioni su artisti, diorami, cimiteri e vecchie zie rimaste signorine</em> (Sellerio, 2015). La sua opera ha ricevuto, fra gli altri, il Premio Dessì, il Premio Brancati, il Premio LericiPea, il Premio Mondello. È direttore editoriale della casa editrice SEM – alcuni dei temi-cardine dell’editoria italiana e della ricerca poetica contemporanee.</p>
<p>‘Editori protagonisti. Così li definisce Gian Carlo Ferretti, che al mondo dell’editoria ha dedicato tanti libri. Sono di cultura ed estrazione diversissima, ma tutti capaci di imprimere un’identità editorial-letteraria alla propria impresa al fine di costruire un proprio pubblico’. Così, Annalina Grasso in un recente articolo apparso in 900letterario. Il riferimento è alle case editrici che hanno basato la propria fortuna su un rapporto consapevole fra l’editore, il suo progetto, i suoi redattori, la sua macchina organizzativa, la politica d’autore, di collana e di prodotto. Allora, secondo Ferretti, ‘la Mondadori è un’istituzione, la Rizzoli un impero, Bompiani un club, Einaudi un laboratorio’…</p>
<p>Che dire, invece, del rapporto che intercorre fra poesia e biografia? Nella sua introduzione al secondo dei due seminari, Maria Borio si è addentrata nel vivo di questioni inerenti la poesia e la poetica. Lo ha fatto, presentando l’esempio del libro dal titolo <em>Tormenti della cattività</em> di Antonio Riccardi, edito da Garzanti nel 2018 e che, da diversi punti di vista, presenta l’apice e il punto cruciale di una parabola che è iniziata con <em>Il profitto domestico</em>, pubblicato da Mondadori nel 1996. Il titolo scelto per il secondo seminario, che si è tenuto nella Sala Muro Etrusco di Umbrò, in via S. Ercolano, 2, ‘L’enigma della verità’, costituisce un ossimoro, in quanto comunemente ciò che è vero appare sotto gli occhi di tutti e non dovrebbe contenere enigmi. È pur vero che la verità dell’arte è portatrice di visione, di domande. Di enigmi, appunto. Raccontiamo il mondo attraverso la poesia. La biografia diventa qualcos’altro. I <em>Tormenti della cattività</em> parlano della vita di un uomo, del senso di libertà, di cosa significhi essere liberi, oggi, nel mondo familiare e lavorativo, di cosa sia la verità intima e pubblica nell’esistenza di un individuo, e di come la poesia metta insieme tutto questo e riesca a narrarlo, attraverso un oggetto caro all’autore, che è quello del diorama, della vita del mondo animale e vegetale, presentata come se fosse vera. Anzi, dice al lettore un di più: racconta di un enigma e lo conduce all’interno di una visione e di una conoscenza.</p>
<p>‘C’è una serie di prospettive nei <em>Tormenti della cattività</em>’ ha esordito Antonio Riccardi, che, con questa silloge, ha voluto affermare che la poesia, per quanto difficile, sia comunque un genere letterario, alla stregua della fantascienza, del fantasy. Chi scrive poesia non deve mettersi, secondo il direttore di SEM, alla ricerca del dato biografico. Lui che ha poco interesse per la sua stessa autobiografia, per le sue minime intermittenze del cuore e del cervello, e che cerca, invece, di ‘fare’ un libro che cammini sul crinale fra verità e verosimiglianza. Ma cosa si intende per ‘cattività’? Le cattività possono essere diverse, a cominciare dal matrimonio fino ad arrivare a quella più oscura, più cupa: la morte. Quelle individuate da Antonio Riccardi sono cinque: una geometria compositiva cui è stato anteposto un testo e posposto un altro testo. Il primo è nella forma aperta dell’elenco, dell’indice dei contenuti del libro, mentre il secondo è restituito sotto forma di enigma. La prima poesia del primo testo si intitola ‘Vero all’inizio’; l’ultima dell’ultimo testo, specularmente, ‘Enigma alla fine’. E, qui, ci sono falsi titoli, antiporte, indici, cattività a raccontare di debolezze, una sola diavolina a dare, fra le nicchie, fuoco alle stanze dei ricordi, i racconti in miniatura dei nomi. Poi c’è un’allusione a Rosso, Rosso Fiorentino, la cui pittura – il riferimento è al Cristo morto e semi-adagiato che schiaccia il corpo della Vergine nella tela della <em>Deposizione</em> conservata a Borgo San Sepolcro – rappresenta, per Riccardi, l’enigma del sentimento e del perché amiamo o disamiamo qualcuno, al di là di ogni ragione o dubbio. Ecco, al centro del dipinto c’è una figura enigmatica, da alcuni interpretata come la raffigurazione della morte. Nulla di più fuorviante: dice Vasari che Rosso vivesse con una scimmia, di cui era innamorato pazzo, nel senso amichevole del termine. Perché, dunque, amiamo chi amiamo? Questo è, forse, l’enigma degli enigmi.</p>
<p>La poesia, poi, ha a che fare con la predazione, un po’ come predatori sono i nostri felini domestici. ‘Predatore e preda’ è il titolo di uno dei componimenti del capitolo sul matrimonio, incentrato su un predatore che ‘dorme appena scosso dall’elettricità dei sogni’, consapevole del ‘ruolo della mano nel discorso’. Un’altra cattività è quella che ci stringe a dei luoghi, a una memoria che non controlliamo e che ci viene incontro sotto forma di animali, come nel caso dei fagiani di un testo di Riccardi contenuto nella raccolta. Infine, la cattività estrema, la morte. Riccardi si è esercitato con delle prove di cenotafi: ‘Vita, tempesta e morte di Antonio Riccardi’, o ‘Vita, consolazione e morte di Antonio Riccardi, soldato d’avventura’. Hanno lo stesso impeto, in quanto prove di un ‘futuro anteriore’, che vedono ‘il tempo passargli avanti e finire’. Ma che non sono intrise di autobiografismo. Perché camminano sul crinale della verità e della verosimiglianza.</p>
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		<title>Vibrazioni di pagina</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2018 16:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Anni Settanta]]></category>
		<category><![CDATA[Milo De Angelis]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> «Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto / di un giardino avvenne la carezza, la penombra / addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio, / spazio assoluto di una lacrima. Un istante / in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi, / si fece luminoso, si posò respirando sul petto, / sulla grande ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto / di un giardino avvenne la carezza, la penombra / addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio, / spazio assoluto di una lacrima. Un istante / in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi, / si fece luminoso, si posò respirando sul petto, / sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello / sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque, / noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate, / noi tra le ossa e l’essenza della terra» (Da <em>Tema dell’addio</em>, 2005). «Ho saputo. amica mia, / che sei stata un limite. Anch’io / negli intervalli di una sola e grande morte / dormivo tra i casolari / dove si raccolgono d’inverno / con la parola disunita e il fitto / delle idee: entrava / un profumo di uva passa e la neve / dell’incontro ha percepito / la mia notte nella tua» (da <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em>, 2010). Uno sbriciolarsi di linee, e una parola disunita, dove ‘dis-unita’ non significa ‘divisa’, ma rinvia ad un’unità perduta da poco. Vibrazioni, attriti della pagina o della singola parola. Incomunicabilità e ‘in-esegeticità’, impossibilità, forse, di commento critico e razionale. Rivoluzione interiore, e poi utopia, azzardo, gli stessi che erano stati propri dell’Ulisse dantesco, ripreso da Pascoli, da Pavese. È questo lo specchio riflesso entro cui si riverberano gli anni Settanta, gli anni di una continua vigilia, il decennio magico che lega a filo doppio il Sessantotto francese con i primi anni Ottanta.</p>
<p>‘Una generazione degli anni Settanta?’ è stato il quesito che si sono posti, mercoledì 19 dicembre, il poeta Milo De Angelis &#8211; nato nel 1951 a Milano, insegna in un carcere milanese di massima sicurezza. Ha pubblicato <em>Somiglianze</em> (Guanda, 1976), <em>Millimetri</em> (Einaudi, 1983), <em>Terra del viso</em> (Mondadori, 1985), <em>Distante un padre</em> (Mondadori, 1989), <em>Biografia Sommaria</em> (Mondadori, 1999), <em>Tema dell’addio</em> (Mondadori, 2005), <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em> (Mondadori, 2010), un racconto fiabesco, <em>La corsa dei mantelli</em> (Guanda, 1979, ristampato da Marcos y Marcos nel 2011) e un volume di saggi, <em>Poesia e destino</em> (Cappelli, 1982). Le sue principali interviste sono apparse in <em>Colloqui sulla poesia</em>, a cura di Isabella Vicentini (La Vita Felice, 2008). Nel 2008 viene pubblicato <em>Poesie </em>(Mondadori, a cura di Eraldo Affinati), un volume che raccoglie tutta la sua opera in versi. Ha tradotto dalle lingue classiche e dal francese Eschilo, Lucrezio, Antologia Palatina, Racine, Baudelaire. Ha diretto la rivista di poesia «Niebo» e la collana omonima per le edizioni La Vita Felice – Stefano Giovannuzzi (Università degli Studi di Perugia) e Maria Borio (membro del comitato scientifico del progetto Umbrò Cultura, che, in sinergia con l’Università degli Studi e l’Accademia di Belle Arti di Perugia e con il patrocinio dell’Ateneo perugino e della Banca di Credito Cooperativo dell’Umbria, è giunto al suo secondo anno consecutivo, proponendo attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca culturale e che consistono in seminari legati a temi cruciali del contemporaneo. Nell’alveo di questo progetto &#8211; inaugurato, il 9 dicembre 2017, con l’incontro con la scrittrice Dacia Maraini – si collocano i prossimi seminari, con cadenza mensile, fino a giugno 2019, nei locali di Umbrò in via S. Ercolano 2, a Perugia: <a href="http://www.umbrocultura.com">www.umbrocultura.com</a>). Ne hanno discusso, Milo De Angelis, Stefano Giovannuzzi e Maria Borio, di fronte ad una fitta platea che si è incontrata, alle 16.00, nella Sala delle Adunanze di palazzo Manzoni presso il Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia): a seguire, alle 19.00 nella Sala-Muro di Umbrò, in via S. Ercolano, 2, un secondo appuntamento, sempre nell’alveo di questo terzo seminario, è stato dedicato, con Lorenzo Chiuchiù, alle modalità di interazione della poesia con un immaginario poetico contemporaneo. Come collocare, in ultima istanza, la complessa produzione di uno degli ultimi giganti della letteratura italiana all’interno del controverso scenario della poesia italiana degli anni Settanta?</p>
<p>Un gigante, ‘uno degli autori più significativi della generazione degli anni Settanta, della stagione post-neoavanguardia e post-Sessantotto’: ha definito così Milo De Angelis, Stefano Giovannuzzi, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli Studi di Perugia, prima di cedergli la parola. ‘Un autore che abbiamo trattato – ha proseguito Giovannuzzi – durante le lezioni che si sono svolte all’interno del corso dedicato alla poesia contemporanea’.</p>
<p>‘Gli anni Settanta: di questo vorrei parlare’ ha esordito Milo De Angelis, che ha proposto la lettura e l’analisi di una delle sue poesie, ‘Ho saputo, amica mia’, tratta da <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em> (2010), tenendo conto delle vibrazioni, degli attriti della pagina e di quelli della singola parola. È partito dalla Grecia, De Angelis, da Omero, da Ulisse. Ulisse che, finita la guerra di Troia, decide di tornare a Itaca: questo, il suo unico proposito. Il cane Argo è il primo che lo riconosce, come si apprende dal libro XVII dell’Odissea. C’è, insomma, un Ulisse che torna a Itaca, per rimanere lì per sempre. Poi c’è un altro Ulisse: è l’Ulisse di Ovidio, dei frammenti dei tragici, del canto XXVI dell’<em>Inferno</em> dantesco: l’Ulisse che torna provvisoriamente, ma che poi continua il suo viaggio verso la ‘canoscenza’, oltre le colonne d’Ercole. Un Ulisse che si lancia in una serie di avventure, di esplorazioni, che corre il rischio, che oltraggia (anche) la volontà divina: l’Ulisse di Dante, D’Annunzio, Saba, in una eterna e ciclica migrazione del personaggio. Gli anni Settanta hanno scelto l’Ulisse dantesco, quello dell’utopia e dell’azzardo. Per De Angelis, questi sono gli anni di una continua vigilia, di una rivoluzione interiore: gli anni del teatro geniale di Carmelo Bene, della Scuola di Francoforte, delle presenze disparate che convergono in un decennio tragico, che dal Sessantotto giunge sino ai primi anni Ottanta. Sono anni difficili, che, comunque, non impediscono all’arte di produrre i propri geni; sono gli anni in cui il secondo Ulisse non vuole intraprendere l’esperienza di restare.</p>
<p>Per l’occasione, De Angelis propone la lettura di sette capitoletti sugli anni Settanta: dice di non credere alle generazioni, in realtà, ma ai singoli poeti, non alla storia della poesia, ma ai singoli testi. Afferma di sentirsi più vicino a Pavese che non al coevo Bellezza. C’è, prosegue, una giovinezza perenne negli anni Sessanta, periodo in cui la poesia è stata anche serva del popolo e delle masse, dei luoghi comuni. Una totale mancanza di dramma pervadeva le riunioni, ogni lunedì, della rivista «Niebo» e si esperiva una terza via, una via solitaria, esigente, lontana dalla politica, dal non-detto, dai ‘benpensanti borghesi’, dall’Oriente e dalle armonie prestabilite, dai collettivi e dalle assemblee. Non ci si accontentava, ricorda, di una rivoluzione: si voleva vivere accanto alla poesia, nella poesia. Quella nozione di impegno diffusa negli anni Settanta – nozione che veniva dalla Francia e dal dopo-guerra – ha esaurito la sua energia storica, oggi. La poesia vuol essere ‘qui e ora’, ma esistono diverse congiunzioni fra spazio e tempo: ai tempi di «Niebo» De Angelis era convinto che nel ‘qui’ dovessero irrompere tanti secoli. Sono anni di imminenza, di mutamento essenziale: gli anni del terrorismo, di piazza Fontana, del rapimento di Moro, delle Brigate Rosse (‘il sistema non si cambia, ma si abbatte’, lo slogan principe). Anni ricchissimi, anche, della controcultura americana, che puntano ad un mutamento dell’uomo, integrale. Gli anni dell’Adelphi, con la pubblicazione integrale di Nietzsche. Confessa, poi, leggendo i suoi capitoletti sugli anni Settanta, di essere stato molto attratto dal primo Ulisse, che è stato anche quello del Pavese de <em>L’isola</em>: calamitato, sì, dal fascino dell’avventura di conoscere, ma anche e soprattutto dall’Ulisse omerico e pavesiano, pascoliano, che sente il richiamo delle origini. Sono stati poeti della fondazione di un nuovo linguaggio, poeti dello svelamento, che rivela qualcosa che già esisteva prima di sé, come in Leopardi (<em>Zibaldone</em>, 1828): «Niebo» appartiene alla dimensione orfica dello svelamento, legata al rituale, e che giunge là dove si era già stati. Toccare il punto conosciuto e che il tempo ha cancellato: ha questo ruolo la poesia.</p>
<p>Maria Borio ha ringraziato Milo De Angelis per aver parlato di questo svelamento, che, sostiene, può essere compreso solo oggi. Due, gli appunti di Borio: Dario Bellezza diceva di essere nato senza padri. Si ha un crollo del senso di ‘generazione’: un’eredità, questa, che ci siamo portati sino ad oggi, partendo proprio dagli anni Settanta, tanto che, nella poesia dopo il Duemila, il concetto di ‘genealogia’ è diventato più forte di quello di ‘generazione’. Un secondo discorso interessa la definizione di ‘neo-orfismo’, abusata e chiarificata da De Angelis.</p>
<p>Riprendendo il filo del suo corso sulla poesia contemporanea, Stefano Giovannuzzi ha affermato, poi, che degli anni Settanta si parli per slogan, per categorie: non vogliono dire nulla, nessuno le ha riempite.</p>
<p>‘Sembrava che i maestri del marxismo degli anni Settanta utilizzassero la parola ‘orfismo’ là dove non capivano, là dove non si parlava del qui ed ora’ è stata la risposta di Milo De Angelis. L’orfismo di Campana, ad esempio, di Onofri, Rilke. Ha, poi, asserito che il suo <em>Somiglianze</em> sia un libro troppo metropolitano e psicologico per essere definito ‘orfico’. Il tempo sublime di Rilke, invece, si mischia all’elegia e alla malinconia del diario, del foglio di calendario. Anche se una mescolanza nella poesia di De Angelis c’è: se questa ultima fosse solo durata sarebbe di un classicismo imbalsamato, se fosse solo attimo, sarebbe poesia civile. Ci vuole equilibrio. Per la sua formazione molto importante è stato Montale, l’affondo verticale verso il male di vivere che questi attua. E forse, dato che ermetico è stato definito anche Luzi, Luzi anche ha avuto un’importanza.</p>
<p>Ha fatto seguito un denso e fitto dibattito, durante il quale sono intervenuti anche i docenti e gli studenti presenti, che hanno posto delle domande, ad esempio, sull’influsso di Heidelberg nella formazione filosofica di De Angelis, sull’incomunicabilità del ‘qui ed ora’, sul bisogno di monumentalizzarsi, sulla sua esperienza come insegnante in un carcere di massima sicurezza. De Angelis ha risposto, con dovizia di particolari, affermando che gli interessa più Sartre, di avere letto Heidelberg ma solo relativamente alla parte sui poeti, di non prediligere Una conduzione del filo del discorso che sente troppo logico, di amare Blanchot, e tutti quei filosofi che si collocano a metà fra filosofia e letteratura. ‘Il poeta è scosso – ha detto –: la filosofia può apparecchiare il battello, ma il poeta fa il viaggio, è indifeso, non corazzato filosoficamente’. Lungi da lui, poi, il monumentalizzare: la raccolta di tutte le sue poesie è stato solo un modo per dire ‘sin qui sono giunto’, con poesie inedite giovanili, scritte, appunto, negli anni Settanta. Un’esigenza di raccogliere. La parola ‘comunicare, poi, se legata alla poesia, è discutibile. Meglio scrivere un telegramma, allora, come suggeriva Montale. La poesia nasce fra barlumi, epifanie. Nel suo farsi la poesia non è comunicativa. È difficile leggerla, anche se un filo conduttore c’è. Insegnare in un carcere? ‘È particolare – ha concluso –, ma il carcere è anche chiuso ai provveditorati e ai libri di testo: l’insegnante pone le linee critiche. C’è una nudità frontale col testo, come insegna la scuola francese. Anche perché non posso dire di avere mai trovato un libro di testo convincente. Nemmeno un po’.</p>
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		<title>Galileo, il genio che scopre e occulta</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Oct 2018 19:46:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Centro studi sul pensiero scientifico 'Federico Cesi']]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Annunzio / Sidereo / che grandi, e oltremodo mirabili / Spettacoli apre, ed espone allo sguardo / d’ognuno e in special modo / di filosofi e astronomi, da / Galileo Galilei / Patrizio Fiorentino / dello Studio Padovano Pubblico Matematico / col cannocchiale / da lui da poco inventato, osservati nella faccia / della luna, in innumerevoli fisse, nella via lattea, / nelle stelle nebulose, e in primo luogo in / quattro pianeti / intorno alla Stella di Giove, a diversi intervalli e periodi, / con celerità mirabile rotanti; da nessuno finora / conosciuti, primo l’autore di recente li / scorse, e assegnò loro il nome di / Astri Medicei / Venezia, presso Tommaso Baglioni, MDCX / Con il Permesso e il Privilegio dei Superiori». È quanto si legge nel frontespizio – soglia, porta d’accesso alla ‘città del libro’ – dell’edizione in volgare del <em>Sidereus Nuncius</em>, il ‘Nunzio delle stelle’ o, per meglio dire, ‘Annunzio sidereo’, un rendiconto scientifico di mano di Galileo Galilei e dedicato a Cosimo II de’ Medici, che comunicava ai dotti di tutto il mondo – di qui, il ricorso al latino – le nuove scoperte. «L’opera di Galilei – ha affermato Luperini – ebbe una fortuna immensa, rivoluzionando l’immaginario dell’uomo seicentesco e segnando una svolta epocale. L’uomo cessava di essere al centro del mondo. L’universo non era finito e delimitato dalle Stelle Fisse, ma infinito e popolato da infiniti mondi, come già Giordano Bruno aveva sostenuto. La rigida gerarchia dello spazio che dall’antichità si era prolungata sino a tutto il Medioevo veniva sconvolta. E, soprattutto, le nuove acquisizioni erano alla portata di tutti: bastava sottoporle a verifica concreta e controllarne l’esattezza attraverso l’uso del telescopio». E se la rivelazione di questa sconfinatezza fosse, insieme, una forma di occultazione e di illustrazione della scoperta? E se l’infinitezza potesse trovare degli appigli, dei limiti nel terreno di un contesto storico, antropologico, scientifico e culturale <em>tout-court</em> che ne delimitasse, in un modo convenzionale, il campo sterminato? E se, in ultima istanza, ‘il genio che scopre e insieme occulta’ di Galilei potesse essere (ri)studiato, (ri)pensato e (ri)esaminato nel proprio contesto?</p>
<p>A questi quesiti di natura epistemologica ha inteso rispondere il convegno internazionale ‘Galilei nel contesto’, promosso dall’Università degli Studi di Perugia e dal Centro studi sul pensiero scientifico ‘Federico Cesi’ in collaborazione con Inter – Divisional Teaching Commission (IDTC) e  I.R.A.F.S. – International Research Area on Foundation Sciences. Il convegno, che si è tenuto giovedì 25 ottobre nell’aula magna di Palazzo Florenzi, in piazza G. Ermini, 1, a Perugia, ha registrato la partecipazione di docenti illustri, ricercatori, giovani studiosi di prestigiosi Atenei, dall’Università degli Studi di Perugia alla Ca’ Foscari di Venezia, dalla Pontificia Università della Santa Croce alla LUISS di Roma, ed è stato introdotto dagli interventi del Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Perugia, Franco Moriconi, di Claudia Mazzeschi, Direttrice del Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell’Università degli Studi di Perugia, e del professor Lino Conti dell’Università degli Studi di Perugia, direttore del Centro studi sul pensiero scientifico ‘Federico Cesi’.</p>
<p>Si sono espresse così Flavia Marcacci e Anna Pelliccia, due membri del comitato scientifico (composto, fra gli altri, anche da Paolo Capitanucci, Argante Ciocci, Lino Conti, Nicoletta Ghigi e Raffaele Pisano), in merito alla conferenza: «la giornata di studio verte a chiarire la relazione tra Galileo Galilei e l’epoca storica in cui sviluppò il suo pensiero e la sua scienza. È stato ampiamente dimostrato come la rivoluzione che portò alla costituzione della scienza moderna fu un fenomeno molto complesso e articolato, da dover essere guardato sotto molteplici punti di vista. Galileo Galilei visse esattamente alla congiuntura storica di pulsioni e tensioni culturali opposte e profonde. Esaminarne alcune sfaccettature rendono la sua figura ancora più attuale, perché sollecitano la riflessione sul ruolo della scienza in contesti sociali mutevoli e complessi».</p>
<p>Questo, un percorso attraverso le relazioni presentate in occasione del convegno perugino su uno dei più grandi sostenitori dell’infinitezza dell’universo e intellettuale cosmopolita: scienziato, filosofo, matematico.</p>
<p>Si è focalizzato sulle ‘Coordinate politico-culturali dell’affare Galilei’ l’intervento presentato da Pietro D. Omodeo dell’Università di Venezia Ca’ Foscari, e sul copernicanesimo: l’analisi si è basata sullo schema proposto da Gramsci al fine di analizzare le dimensioni della cultura filosofica. Quale contesto, dunque? Il contesto filosofico – con Copernico che per essere istituzionalizzato viene traslato nel contesto del geocentrismo e con i testi copernicani la cui lettura avviene sempre all’interno del contesto culturale tolemaico –; il contesto religioso – con l’opposizione della Chiesa nei confronti dell’eliocentrismo – e, infine, il senso comune – in seno al quale è ancora radicato il geocentrismo, e tuttavia numerosi risultano essere gli accenni alle teorie galileiane, accenni che rappresentano i prodromi della diffusione dell’eliocentrismo nel senso comune medesimo –.</p>
<p>A ‘Galilei’ e alla ‘Chiesa della Riforma Cattolica’ è stata dedicata la relazione di Rafael Martinez della Pontificia Università della Santa Croce, che ha illustrato, da un lato, la conflittualità del rapporto fra Galileo e la Chiesa, dall’altro lato la non totale chiusura di quest’ultima istituzione nei confronti dei testi galileiani. Quali sono le due questioni al centro dell’incontro-scontro? La prima poggia sulla visione tolemaica, che non è legata alla visione biblica, ma che è stata integrata a questa secondo il senso comune: in ogni caso, Galilei è stato incriminato perché, affermando l’immobilità del sole e il movimento della terra, sembra opporsi alle Sacre Scritture. La seconda questione risiede nel fatto che Galilei non si trova a vivere e ad operare in un contesto in cui l’esegesi medievale è stata sostituita da una lettura più stringente dei testi biblici. E, d’altronde, i testi di Galilei sono stati inseriti nell’Indice dei Libri Proibiti non per una questione disciplinare, ma per una questione dottrinale.</p>
<p>‘Razionalità nella scienza e nella filosofia’ è il titolo prescelto da Dario Antiseri della LUISS di Roma per il suo intervento, incentrato sulla ricerca scientifica, che mira alla risoluzione dei problemi grazie al fatto che la mente creativa umana è in grado di immaginare mondi possibili e di dar vita a delle ipotesi. Razionale è l’uomo che vuole imparare dai propri errori, e da quelli degli altri: la distinzione fra la scienza della natura e la scienza dello spirito risulta infondata, se si nota che entrambe procedono secondo un metodo di ricerca che ambisce alla risoluzione dei problemi per il tramite di teorie, congetture, confutazioni. Se la razionalità scientifica poggia sulla controllabilità delle teorie fattuali, la razionalità filosofica, sebbene non controllabile fattualmente, risulta comunque presente in quanto è criticabile. Una teoria scientifica è razionale se falsificabile, le teorie filosofiche sono razionali qualora siano criticabili. Il paradigma è dunque il seguente: ‘è criticabile, quindi è razionale’. La razionalità, dunque, è un dono, che ci ricorda la nostra fallibilità contro ogni dogmatismo. Dario Antiseri fa poi un affondo sul concetto di ‘ricerca di senso’: nell’ottica della falsificabilità e della criticabilità rimangono senza risposta le grandi domande di senso. Proprio per questo l’uomo è costitutivamente religioso, è apertura e invocazione al senso assoluto. La scienza, dal canto suo, pone solo risposte parziali, la filosofia domande e nessuna risposta, e per questo la religione semplicemente c’è e deve esserci.  La domanda di senso non è un problema (altrimenti approcciabile dalla filosofia e dalla scienza), ma è, appunto, una domanda: non c’è nessun dato cognito. Questa domanda è quindi un’invocazione di un senso assoluto che umanamente non riusciamo a costruire.</p>
<p>Nicoletta Ghigi dell’Università degli Studi di Perugia ha omaggiato, ad apertura della sessione pomeridiana del convegno, il ‘Galilei di Husserl’: dopo la prima mitizzazione e la conseguente smitizzazione, Galilei, quale emblema significativo della cultura scientifica, è stato oggetto di letture differenti. Husserl è uno dei più importanti rappresentanti di questa raffigurazione di Galilei come simbolo. L’attenzione è stata focalizzata su ciò che Husserl ha letto di positivo e di negativo su Galilei, a partire dai suo scritti, e dalla nuova idea di modernità della scienza. Come ha affermato Husserl nella <em>Crisi delle scienze europee</em> (1954, postuma), alla stregua di Cartesio, Galilei ha avuto la possibilità di anticipare le scoperte della fenomenologia, anche se, tuttavia, tali scoperte sono rimaste ferme ad uno stadio di oscuramento. Nell’antichità, un’antichità guidata dalla dottrina platonica delle idee, la geometria euclidea ha conosciuto solo compiti finiti, un a-priori finito, chiuso. Cosa succede, allora, nella modernità? Con il capovolgimento di tutto questo, si verifica ciò che Husserl definisce ‘la grande novità’: una totalità infinita dell’essere e una scienza razionale che domina questa totalità razionalmente. Prende corpo, nella modernità, una idea nuova della scienza naturale e matematica, della scienza naturale galileiana. La ‘grande novità’ del pensiero moderno cui accenna Husserl è quella di dominare una totalità ideale infinita, una molteplicità matematica. Il carattere peculiare di tale molteplicità risiede nell’esattezza degli elementi che lo costituiscono, tanto che l’entità misurabile della natura è identificabile secondo il nesso di causa e di effetto: se tutti possono attingere ad una verità, c’è una verità, appunto, identica e relativa, in maniera oggettiva e universale. È possibile conoscere ciò che è dato empiricamente. Ma è altrettanto vero che il mondo diventa esperibile attraverso la nostra realtà oggettiva: l’apprensione del mondo si dà mediante delle concrezioni particolari e attraverso le specifiche qualità di senso nelle loro gradualità proprie (i <em>plena</em> materiali di Husserl), che altro non sono che la forma intuitiva grazie alla quale si apprende. Il dubbio di Husserl scaturisce dal fatto che non è possibile una misurazione esatta di queste qualità: al massimo è possibile una formalizzazione ipotetica di riempimento basta su un procedimento astrattivo-razionale. Una relatività, questa, che pare essere in contrapposizione con l’esattezza delle forme. D’altronde, riportare i <em>plena</em> alle leggi causali non è possibile: ogni loro mutamento trova una corrispondenza con la loro forma, che è incalcolabile, imprevedibile, secondo Husserl. Quali sono, dunque, le critiche che la fenomenologia husserliana muove a Galileo? In primo luogo, il pensiero matematico diventa meramente tecnico, con la conseguente caducità di ogni manifestazione degli accadimenti nel mondo; in secondo luogo, il fatto che Galileo non interrogò l’originale conferimento di senso, cioè che non considerò con attenzione la condizione che una riplasmazione del mondo producesse solo forme possibili empirico-intuitive, ma non esatte, avrebbe costituito un’omissione. Non da ultimo, la matematizzazione della natura avrebbe scambiato per vero essere ciò che è, invece, ‘umano metodo’ (previsione, ipotesi, in merito a riempimenti di tipo intuitivo). Galileo, in sostanza, secondo Husserl, avrebbe compiuto una sovrapposizione del mondo matematico con quello reale: questo ha comportato una modificazione del modo di approccio alla natura e ha causato un fraintendimento pericoloso, in quanto l’intero matematizzabile è solo un’apparenza, un misconoscimento della realtà, una falsa ontologia. Qual è, infine, la proposta di Husserl? Galileo è il genio che scopre e insieme occulta: apre la strada ad un’infinità di scoperte, ma dimentica di indagare i presupposti, la possibilità del metodo. Qualcosa di irrelativo giace sullo sfondo, ma non è la matematica a stabilirlo: si dà nella percezione, si offre e non è matematizzabile, è relativo in sé, un a-priori della formulazione del metodo. Non si deve partire, dunque, dalla matematizzazione, ma dalle cose, da una funzione pre-logica: l’a-priori universale delle scienze matematiche si fonda su un a-priori universale, che è precedente all’a-priori del mondo della vita. Solo se fondate su quest’ultimo a-priori, le discipline posso avere una fondazione scientifica.</p>
<p>Ha, poi, invitato alcuni degli allievi del professor Lino Conti a prendere la parola, Argante Ciocci del Liceo Scientifico ‘Vitruvio’ (L’Aquila), che ha ribadito con convinzione il desiderio di ‘non lasciar cadere tutto qui’, di continuare nella direzione di un appassionamento nei confronti della ricerca scientifica: «l’dea dell’argomento del convegno, ‘Galilei nel contesto’, &#8211; ha esordito Flavia Marcacci – è nata da un confronto col professor Conti: pensavamo a Galileo un po’ come si pensa a un puzzle, i cui tasselli sono in parte scientifici, in parte filosofici, in parte storici. Qual è il passato e il futuro della questione galileiana, in seno alla quale l’anno 1609 funge un po’ da spartiacque? Il problema fondamentale dell’astronomia fu che i semplici tabulati dove venivano registrate le posizioni delle stelle aumentarono a dismisura, in quanto le stelle, neanche a dirlo, grazie al telescopio, erano più visibili. E non è un caso se nella letteratura post-galileiana si confrontano tabulati su tabulati! Indagare ‘Galileo nel contesto’ significa collocare un uomo che ha fatto ben più che una teoria delle maree». «Il professor Conti – ha affermato un altro allievo, Paolo Capitanucci, è stato un professore eclettico, che non si è concentrato solo su Galileo. Ci ha insegnato la curiosità e la passione anche per Aristotele, prescindendo dal quale non si potrebbe studiare Galilei e il suo rapporto col mondo della filosofia. Sarebbe interessante proseguire in questa direzione e studiare anche una serie di minori, utilizzando lo strumento del commentare aristotelico: un territorio inesplorato. Come inesplorati risultano essere ancora numerosi manoscritti, conservati, ad esempio, alla biblioteca di Monte Ripido, in cui i frati insegnavano la fisica, non ricorrendo solo agli insegnamenti aristotelici». «Un maestro di vita – è stato il commento di un’altra allieva del professor Conti, Anna Pelliccia, che non ha celato la comprensibile emozione –. Da parte mia – ha proseguito Pelliccia – vorrei focalizzare l’attenzione su uno dei miei filoni di ricerca: quello della medicina fra Cinque e Seicento, e, nello specifico, di una scuola chirurgica nata in Umbria, la scuola chirurgica preciana, cui si potrebbe applicare il metodo galileiano, tanto che uno dei testi più importanti della scuola fu pubblicato insieme al <em>Sidereus Nuncius</em> di Galileo».</p>
<p>A tirare le fila del convegno e a trarne le conclusioni è stato lo stesso professor Lino Conti, che ha ringraziato tutti i suoi allievi, ora divenuti a loro volta maestri e ricercatori. Il suo intervento, dal titolo ‘La portata della rivoluzione galileiana’ si è aperto così: «dopo la mia scuola di ‘allenamento critico’ intorno agli studi di Aristotele – ha dichiarato il professor Conti – mi sono reso conto che, se analizziamo i tempi moderni, assistiamo ad una fioritura di prodotti umanistici, ma l’essenza di questo periodo è costituita da un proliferare delle scienze esatte e della tecnologia. Se esaminiamo col senno di poi la rivoluzione galileiana, ci rendiamo conto che essa ha apportato potenti trasformazioni, rispetto alle quali anche Husserl ha manifestato un disorientamento. Queste proposte hanno fatto perdere un sapere di tipo orientativo. La rivoluzione galileiana fu un evento epocale: l’unico mutamento eccezionale che può collocarsi sullo stesso livello della nascita del Cristianesimo. Forse, la rivoluzione scientifica si è rivelata più grande di una rivoluzione storica: l’intera storia umana potrebbe essere interpretata come un processo di sperimentazione che ha rinnovato la partita della vita. D’altronde, ‘tutto ciò che la filosofia può fare è distruggere gli idoli’ e, come sosteneva Pascal, ‘beffarsi della filosofia è filosofare davvero’. In ultima battuta, considerata alla luce delle nuove conquiste conoscitive, la rivoluzione galileiana può essere considerata come la più grande rivoluzione mai avvenuta nella tecnologia. Questa rivoluzione ci ha portati ad un punto di passaggio da una selezione naturale ad una evoluzione guidata da una progettazione intelligente. Ci ha portato alla situazione in cui l’uomo può ricreare, sulla base di modelli umani, le generazioni future. L’avanzata della scienza produce, di riflesso, un’avanzata della filosofia. Di fronte a queste considerazioni – ha concluso – vorrei essere nato un po’ più tardi, per vedere dove si arriverà».</p>
<p>«Galileo – Ora ti mostrerò una nebulosa della Via Lattea: ha uno splendore biancastro, come il latte, appunto. Dimmi un po’: di che è composta? Sagredo – Sono stelle: innumerevoli (…)». Innumerevoli. Da scoprire e occultare insieme. Insieme al loro contesto.</p>
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		<title>&#8216;Uccidiamo il chiaro di luna&#8217;</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jun 2018 15:15:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Entre-deux-guerres]]></category>
		<category><![CDATA[Palazzo della Penna]]></category>
		<category><![CDATA[Storia dell'arte]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Il problema della continuità. Tra le due guerre. E quello, stringente, della coscienza italiana, motore, già nell’Ottocento, di un emblematico atteggiamento di autori che hanno fatto il ‘Risorgimento filosofico’, come un Manzoni, come un Leopardi. E, ancora, come un Cuoco, che si rifà a un’origine arcaica, un De Sanctis, per il quale la critica letteraria era un modo per rifugiarsi in un cantuccio di particolare, o un Gioberti, che rivendica il primato, da questo punto di vista, degli italiani. Perché, se il Risorgimento esiste grazie al recupero del passato storico, tale linea storicistica culmina nel ruolo di Gentile, che, come interprete del fascismo, va a chiudere questo processo di coscienza nazionale proprio grazie alla filosofia. È stato un compito molto chiaro e al contempo molto arduo, il suo : ha dovuto concretizzare una dimensione nazionale in un Paese privo di tradizione nazionale, rivendicando l’originalità della filosofia italiana, a volte sintesi di filosofie differenti. Gentile ha, quindi, proposto, e lo ha fatto in maniera cosciente, il ruolo della filosofia italiana, in un’operazione di riscrittura del passato teoretico italiano, individuando nel Risorgimento il punto di svolta della tradizione nazionale. In Gentile gli umanisti assumono il senso di fattori della coscienza italiana. Si tratta della tematica delle due Italie. Il punto fondamentale è che questo discorso permette di individuare in Gentile un taglio morale, e non pedagogico. Lui, che ha collocato il Fascismo come compimento del Risorgimento. Ma tale interpretazione del passato storico pare non finire con la morte di Gentile: l’esempio è offerto da un noto filosofo post-gentiliano, Garin, che si richiama al Rinascimento. Pur esprimendosi, nel 1947, in maniera negativa nei confronti degli studi di Gentile antecedenti alla guerra, Garin accoglie la proposta gentiliana di concludere la storia della filosofia iniziata, appunto, da Gentile. Cosa è successo, cos’ha determinato questa continuità, se è vero che si può beneficiare della centralità immanentista che Garin desume da Gentile?</p>
<p>Questo, il quesito che si è posto Antonio Allegra (Università per Stranieri di Perugia). Queste, le linee essenziali dell’intervento da lui presentato in occasione del convegno ‘L’entre deux guerres in Italia’, tenutosi a palazzo della Penna, a Perugia, e curato da Michele Dantini, Michela Morelli e Gemma Zaganelli. Fra storia dell’arte, storia della critica e storia politica. Il convegno, aperto dal Rettore dell’Università per Stranieri, Giovanni Paciullo, e presieduto da Francesco Federico Mancini (Università degli Studi di Perugia), da Michele Dantini (Università per Stranieri di Perugia) e da Gemma Zaganelli (Università degli Studi di Perugia), ha registrato gli interventi, fra gli altri, di Paola Salvatori (Scuola Normale Superiore di Pisa), dal titolo <em>Le esposizioni storico-politiche del Ventennio e il ruolo degli artisti</em>, di Michele Dantini (Università per Stranieri di Perugia), <em>Renzo De Felice e la storia dell’arte</em>, Alessandro Del Puppo (Università degli Studi di Udine), <em>Ignazio Silone e Clement Greenberg. Le ragioni di una difficile ‘terza via’</em>, Alessandro Romanello (Accademia dei Lincei di Roma), <em>Fascismo e modernità: riflessioni a partire dal Convegno internazionale sull’architettura del 1936</em>, Stefania Petrillo (Università degli Studi di Perugia), dal titolo <em>Il </em><em>«</em><em>volto amato» </em><em>della patria e il Salone del paesaggio umbro del 1930</em>, Aurora Roscini Vitali (Università La Sapienza di Roma),<em> «L’ephémère est eternel</em><em>». La creazione effmera come possibilit</em><em>à </em><em>espressiva nel corso del Ventennio</em>, Michela Morelli (Università degli Studi di Perugia), <em>Arte e fascismo: dibattiti e strategie culturali a Perugia e Centro Italia</em>, Andrea Baffoni (storico e critico dell’arte), <em>La propaganda culturale dell</em><em>’«</em><em>Impero»: autopromozione futurista e politica culturale</em>, il già citato Antonio Allegra (Università per Stranieri di Perugia), <em>Note su un</em><em>’</em><em>ideologia nazionale. La filosofa e le sue continuit</em><em>à</em>, e Alessandra Migliorati (Università degli Studi di Perugia), con un intervento titolato <em>Il </em><em>“</em><em>giottismo</em><em>” </em><em>di Riccardo Francalancia fra memoria storica e attualit</em><em>à </em><em>nella visione identitaria dell</em><em>’</em><em>Italia fra le due guerre</em>.</p>
<p>‘Emerge, da parte della storiografia artistica più recente, nazionale e internazionale, dedicata all’arte italiana del primo e ancor più del secondo Novecento – si legge nella nota introduttiva –, la domanda di modelli interpretativi nuovi e di più dettagliati approfondimenti storico-culturali, ad oggi mancanti. In particolare è evidente, da parte di studiosi di lingua non italiana, la difficoltà a accedere a fonti non tradotte e a misurarsi con una più ampia pluralità di testi e voci, primarie e secondarie; giungendo così a un’articolata ricostruzione di contesti. In assenza di un rinnovamento degli studi storico-artistici, intesi questi ultimi anche nel senso di una più ampia e aggiornata storia culturale, si rischia di avanzare interpretazioni arbitrarie o di radicare l’intera ricostruzione del Novecento italiano, dal periodo entre-deux-guerres alle neoavanguardie almeno, a un’antitesi ‘fascismo/antifascismo’ che, pur importante, non sembra storiograficamente risolutiva per un ampio numero di artisti, critici etc. etc.; ed è divenuta da decenni oggetto di discussione da parte di storici politici, scienziati sociali e giuristi delle più diverse tendenze. Soprattutto si è incapaci di cogliere determinate  continuità esistenti, nella storia dell’arte, tra la prima e la seconda metà del Novecento; e di misurarsi così con una domanda che la comunità degli storici si è invece posta da tempo. E cioè: quali sono, se esistono, le continuità sociali e culturali, in Italia, nel passaggio tra fascismo e Repubblica; in un momento dunque di profonde discontinuità politico-istituzionali? E come si collegano tra loro, oppure si disgiungono, la prima metà del primo e del secondo Novecento; gli anni Trenta, poniamo, e gli anni Cinquanta o Sessanta?’.</p>
<p>Hanno risposto a queste domande i relatori, con interventi di levatura incentrati, ad esempio, come ben esemplificato dai titoli soprascritti, sul problema dell’intensa organizzazione di mostre storico-politiche che caratterizzò gli anni Trenta e che fu uno dei più validi strumenti utilizzati dal regime per il conseguimento del consenso (si pensi alla <em>Mostra della Rivoluzione Fascista</em> o alla <em>Mostra augustea della romanità</em>), o sugli studi di De Felice, che toccano, in molti punti, la storia dell’arte, pur non essendo divenuti lettura corrente per gli storici figurativi (la tesi presentata dal professor Dantini ha inteso mettere in luce che la riflessione di De Felice sui temi del consenso e della nazione contiene spunti di interesse anche per gli storici dell’arte italiana del primo e del secondo Novecento), o ancora sul tema del paesaggio nell’arte italiana fra le due guerre, nella politica di valorizzazione delle bellezze naturali e del ‘volto amaro della patria’. Così come, negli anni Trenta, trovano peculiare declinazione le categorie di ‘effimero’, nella quale la creazione artistica, a fianco della canonizzazione di uno stile novecentista e littorio, trova spazi originali di sperimentazione, di ‘cinegiornale’ (il riferimento è al cinegiornale Luce, che, fra il 1941 ed il 1943, ospitò degli spezzoni dedicati a pittori e scultori coevi come Soffici, Romanelli e Tosi), e di propaganda culturale dell’Impero, con l’autopromozione futurista e la politica culturale, anche in relazione all’attività di Enrico Prampolini. Non mancano, tuttavia, anche riletture di Giotto e fenomeni di ‘giottismo’: quello insito in Francalancia ha i suoi presupposti nell’ambiente di ‘Valori plastici’ e nella rilettura che di Giotto fa Carrà negli anni Venti, spostando in chiave nazionalista una speculazione teorica sul cubismo, non disgiunta da un esoterismo di base. C’è, poi, come è stato illustrato, una ‘terza via’, rappresentata dalle esperienze di Silone e Greenberg e da quella del Convegno internazionale sull’architettura del 1936, che consentono di riscrivere, in parte, la storiografia dell’arte, e, in parte, la politica del regime, che ebbe indubbi contatti con la modernità, interpretandone alcune istanze profonde, per quanto piegandole ad un progetto politico conservatore.</p>
<p>Del tipo: ‘Uccidiamo il chiaro di luna’. Pur salvaguardando la luna.</p>
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