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	<title>Perugia Online &#187; Umbr?</title>
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		<title>Prosa &amp; poesia: le due ripartizioni dello scrivere</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 21:02:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> ARCI Spazio Humanities A.P.S presenta due eventi, di cui uno promosso dal Dipartimento di <em>Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche &amp; Moderne </em>dell’Università degli Studi di Perugia, e uno promosso da suddetta Associazione di promozione sociale nel mese corrente (novembre 2022).</p>
<p>Il primo convegno, promosso dall’<strong>Università degli Studi di Perugia</strong>, in collaborazione con la IULM di Milano e l’Università degli Studi di Milano, oltre che con l’Università per Stranieri di Perugia, concerne la <strong>IV edizione del Seminario annuale di <em>Poesia contemporanea</em>, che si terrà, il 10 e l’11 novembre, nella Sala Adunanze di Palazzo Manzoni</strong> (il Seminario è fruibile anche online, sulla piattaforma Teams). Il Seminario è a cura di Maria Borio, presidente di ARCI Spazio Humanities A.P.S. e di Lorenzo Cardilli; il Comitato scientifico è composto da Stefano Ghidinelli, Paolo Giovannetti, Stefano Giovannuzzi, Sabrina Stroppa, Maria Borio e Lorenzo Cardilli. La valorizzazione del testo poetico nel Novecento, le strategie di distribuzione della poesia e uno sguardo sulla poesia dell’ultimo quindicennio sono solo alcuni dei temi che verranno trattati (per il programma completo del Seminario, si rinvia alla locandina pubblicata).</p>
<p>La sera del <strong>10 novembre, alle ore 21.00,</strong> nella Sala Muro Etrusco di Umbrò (ingresso da via Oberdan), ARCI Spazio Humanities propone un <strong>Reading di poesia con Claudio Damiani</strong>, vincitore del Premio Viareggio 2022, e con altre due voci della generazione degli anni Settanta: l’anglista <strong>Renata Morresi e Gabriel Del Sarto. </strong></p>
<p>Per quanto riguarda la prosa, invece – il ciclo novembrino promosso da <strong>ARCI Spazio Humanities A.P.S.</strong> si intitola, infatti, <strong><em>Prosa &amp; Poesia</em></strong> –, sempre ad Umbrò, nella Sala Muro Etrusco, si terrà, il <strong>22 novembre</strong> prossimo, <strong>alle 18.30</strong>, un incontro sulla <strong>narrativa</strong> e sul <strong>romanzo di Leonardo Colombati (presente l’autore), <em>Sinceramente non tuo</em></strong>, uscito per Mondadori. L’evento sarà introdotto da <strong>Karen Berardi.</strong></p>
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		<title>&#8216;Pink Moon&#039;: poesie in dialogo</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jul 2022 09:52:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Poesiaeuropa 2022]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Humanities APS]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>  Con riferimento alla luna che si vede, a volte, dalle terrazze in piena estate, l’Associazione di promozione Spazio Humanities, presieduta da Maria Borio, in collaborazione con Umbrò, promuove, nelle serate di giovedì 7 luglio e di sabato 9 luglio, alle ore 18.00, due eventi di ‘Poesie in dialogo’, in presenza, sulla suggestiva terrazza di ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span>  Con riferimento alla luna che si vede, a volte, dalle terrazze in piena estate, l’Associazione di promozione <strong>Spazio Humanities</strong>, presieduta da Maria Borio, in collaborazione con <strong>Umbrò</strong>, promuove, nelle serate di <strong>giovedì 7 luglio e di sabato 9 luglio, alle ore 18.00, due eventi </strong>di ‘Poesie in dialogo’, <strong>in presenza</strong>, <strong>sulla</strong> suggestiva <strong>terrazza di Umbrò</strong> in via S. Ercolano 2 a Perugia.</p>
<p>Il titolo scelto per la prima serie di queste iniziative dedicate alla poesia è <strong>‘Pink Moon’</strong>, dall’omonimo album di Nick Drake.</p>
<p><strong>IL PROGRAMMA:</strong></p>
<p><strong>Giovedì 7 luglio, ore 18.00:</strong></p>
<p><strong>Ylenia Papa e Isabella Tomei</strong> modereranno il primo incontro di ‘Pink Moon – Poesie in dialogo’ e dialogheranno con <strong>Maria Borio, Lorenzo Allegrini e Riccardo Innocenti</strong> sulle loro poesie.</p>
<p><strong>Sabato 9 luglio, ore 18.00:</strong></p>
<p>Sempre a <strong>Ylenia Papa e a Isabella Tomei</strong> spetterà il compito di moderare il secondo incontro di ‘Pink Moon – Poesie in dialogo’ e di intervistare <strong>Francesco Brancati, Simona Menicocci e Lidia Riviello.</strong></p>
<p>Di seguito, <strong>le biobibliografie dei poeti</strong> che parteciperanno all’iniziativa:</p>
<p><strong>Lorenzo Allegrini </strong>presenta ‘La leggenda del Capo di Buona Speranza’ (Edizioni Il Viandante, 2021), un mito sulla nascita di una delle meraviglie della Natura, con una coinvolgente performance poetica, portata in tour in Italia e all’estero per circa un anno. Usando come fonte le storie delle tribù sudafricane e le leggende europee, come quella dell’Olandese Volante, il poeta inventa un&#8217;avventura che parla d&#8217;amore, amicizia e colonialismo, mentre la performance, unica nel suo genere, esalta il ritmo della poesia e la spettacolarità della presentazione.</p>
<p><strong>Maria Borio </strong>è poeta e saggista. Dottore di ricerca in Letteratura italiana contemporanea, cura la sezione poesia di ‘Nuovi Argomenti’. Il suo ultimo libro di poesia è <em>Trasparenza</em> (collana ‘Lyra giovani’ a cura di Franco Buffoni, Interlinea 2019) ed è tradotto negli USA, il precedente <em>L’altro limite</em> (pordenonelegge-lietocolle 2017) è stato tradotto in Argentina. Il suo ultimo libro di saggistica è <em>Poetiche e individui</em> (Marsilio 2018). Ha pubblicato le plaquette <em>Dal deserto rosso</em> (‘I quaderni della collana’ a cura di Maurizio Cucchi, Stampa2009, 2020) e <em>Prisma </em>(‘manufatti poetici’ a cura di Paolo Giovannetti, Antonio Sixty e Michele Zaffarano, Zacinto, 2022). Fra i premi di cui è stata vincitrice, il Mauro Maconi e il Città di Fiumicino. È redattrice del sito culturale ‘le parole e le cose’. Fondatrice del festival europeo ‘Poesiæuropa, collabora con i programmi di Radio 3 Rai e con la cattedra di Letteratura italiana contemporanea dell’Università di Perugia.</p>
<p><strong>Francesco Brancati</strong> è poeta e critico letterario, si occupa di letteratura italiana del Cinquecento (saggi su Ariosto, Berni, Boiardo), di poesia della seconda metà del Novecento (saggi su Amelia Rosselli, Mario Benedetti, Roberto Bolaño) e di questioni di metodologia critica (in particolare la funzione dell’etica nella poesia contemporanea). Attualmente sta lavorando a una monografia su Amelia Rosselli, di prossima pubblicazione, e a uno studio su Mario Benedetti. In versi ha esordito con <em>L’inesploso </em>in <em>Hula apocalisse </em>(Prufrock SPA, 2018); il suo libro di poesia, <em>L’assedio della gioia</em> è stato pubblicato da Le Lettere a maggio 2022. Suoi testi, saggi e poesie sono apparsi in diverse riviste letterarie, cartacee e online. È redattore del sito <em>Le parole e le cose. </em>Cura, insieme a Riccardo Socci, la rassegna di poesia <em>Diffrazioni</em>. Presenterà il libro <em>L’assedio della gioia</em>, Le Lettere, 2022.</p>
<p><strong>Riccardo Innocenti </strong>è nato nel 1992. Dottorando in Filologia e letteratura italiana all’Università per Stranieri di Perugia, vive a Grosseto dove insegna nelle scuole medie. <em>Lacrime di babirussa</em> (Nem 2022) è la sua opera prima.</p>
<p><strong>Simona Menicocc</strong>i: Laureata in Italianistica, studia filosofia e lavora come educatrice a Roma, soprattutto per ragazze e ragazzi con DSA. Quando lavorava meno aveva più tempo per scrivere libri di poesia: ‘Il mare è pieno di pesci – La mer est pleine de poissons’ (Benway Series, 2014); ‘Manuale di ingegneria domestica’ (Arcipelago Edizioni, 2015); Glossopetrae (IkonaLiber, 2017); &#8220;Saturazioni&#8221; (dia°foria, 2019); ‘H24 &#8211; Doveva essere un film’ (Blonk, in pubblicazione nel 2021). Si occupa di critica militante, teoria della letteratura, filosofia politica e filosofia del linguaggio. Collabora con Treccani per il progetto di podcast didattici ‘Maturadio’. Assieme a Fabio Teti, cura il laboratorio di scritture contemporanee ‘prove d’ascolto’.</p>
<p><strong>Lidia Riviello: </strong>Nasce a Roma. Autrice e conduttrice di programmi radio e tv (Radiotre, Radiodue, La7, Sky), collabora con quotidiani, riviste e blog. Idea, cura e organizza eventi e festival di poesia e arte in Italia e all’estero a partire dal 1994, collaborando con la redazione della rivista bilingue ‘Italian Poetry’ curata da Gian Carlo Ferretti e Carlo Bordini. Nel 1998 pubblica il suo primo libro, <em>Aule di passaggio</em> (NOUBS, 1998) a cui seguono <em>L’infinito del verbo andare</em> (2002, prefazione di Edith Bruck), <em>Rum e acqua frizzante</em> (2003, nota di Carla Vasio), <em>Neon 80</em> (ZONA, 2008, nota di Edoardo Sanguineti &#8211; Premio A. Delfini 2007), <em>Ritorno al video</em> (2009) e <em>Sonnologie</em> (ZONA, 2016, nota introduttiva di Emanuele Zinato). Alcuni suoi testi sono tradotti in inglese, francese, giapponese, spagnolo, sloveno, tedesco, arabo e svedese. È presente in numerose riviste italiane e straniere e antologie tra cui l&#8217;antologia <em>Poeti degli anni zero</em> (a cura di Vincenzo Ostuni, 2011). Ha collaborato per tre anni come consulente ai programmi culturali del Mibact (Ministero beni attività culturali e turismo) di Roma. Collabora con Radiotre come autrice, conduttrice ed esperta letteraria, con La Compagnia della Fortezza, compagnia di teatro fondata e diretta dal regista e drammaturgo Armando Punzo. È attiva da trent’anni nel campo della sperimentazione e della ricerca teatrale. Attualmente è Presidente dell’associazione culturale Poetitaly fondata nel 2015 dal regista Simone Carella con Andrea Cortellessa e Gilda Policastro.</p>
<p>Questi due eventi in presenza tracciano una linea di continuità con la nuova edizione in presenza, all’Isola Polvese del Lago Trasimeno, di <strong>POESIÆUROPA (23-25 settembre 2022)</strong>, il festival internazionale sempre promosso dall’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities.</p>
<p>Attendendo la manifestazione che, in collaborazione con Umbrò, intende proporre una riflessione sulla cultura europea partendo dalle voci della poesia per riconsiderare il valore delle radici umanistiche e spirituali dell’Europa e costruire insieme visioni per il futuro, Spazio Humanities APS, anche quest’anno lancia <strong>un bando per 20 borse di studio da indirizzare soprattutto ai giovani tra i 18 e i 25 anni.</strong></p>
<p><strong> </strong>Il bando prevede <strong>ospitalità per tutte e tre le giornate</strong> d’eccezione dell’evento, <strong>la partecipazione attiva ai forum</strong> e <strong>la presentazione di lavori creativi, di ricerca o di studio</strong> con attinenza ai seguenti argomenti:</p>
<ul>
<li><strong>Geopolitica e letteratura. </strong></li>
<li><strong>Poesia e natura/paesaggio. </strong></li>
<li><strong>Quale politica culturale per un orientamento creativo e formativo di orizzonte europeo?</strong></li>
</ul>
<p>Coloro che risulteranno vincitori del bando e delle borse di studio erogate, oltre a poter seguire tutte e tre le giornate di incontri all’Isola Polvese, saranno chiamati a presentare i propri lavori creativi o di studio.</p>
<p>I candidati sono invitati, pertanto, a inviare, <strong>entro il 31 luglio 2022</strong>, il proprio CV e un abstract al seguente indirizzo di posta elettronica: <a href="mailto:info@umbrocultura.com"><strong>info@umbrocultura.com</strong></a>, raccontando all’Associazione per quale motivo desiderano partecipare all’evento. <strong>Gli esiti della selezione</strong> saranno resi noti ai diretti interessati <strong>entro il 1^ settembre 2022.</strong></p>
<p>Oltre al bando per giovani studiosi, una ulteriore novità dell’edizione classe 2022 risiede nel fatto che anche docenti e studenti delle scuole sono chiamati a partecipare a un contest per progetti legati ai seguenti temi &#8211; a) ambiente/spazio da abitare; b) politiche linguistiche; c) letteratura e scienza – nel corso della quarta edizione di <em>Poesiæuropa</em>, manifestazione internazionale dedicata alla cultura umanistica europea e ai suoi rapporti con politica e scienza. I progetti che risulteranno vincitori verranno presentati e discussi, in italiano e in inglese, in un forum insieme ai relatori del programma della manifestazione.</p>
<p>E, non da ultimo, proprio con riferimento a <em>Poesiæuropa </em>classe 2022, Spazio Humanities APS promuove una cultura di pace (#perunaculturadipace): l’Associazione di promozione sociale, infatti, intende invitare alla quarta edizione di <em>Poesiæuropa</em> un’autrice o un autore dall’Ucraina, che possa portare la propria testimonianza nell’alveo di un incontro dedicato al dialogo culturale tra Europa e Russia rispetto al contesto geopolitico attuale.</p>
<p><em>Poesiæuropa </em>esiste anche grazie al supporto delle istituzioni dei singoli Paesi degli autori e delle autrici partecipanti; non essendo, nel caso dell’Ucraina, possibile, l’Associazione chiede un aiuto a chiunque voglia per sostenere le spese e rendere, così, possibile l’incontro.</p>
<p>Le donazioni possono essere devolute a Arci Spazio Humanities APS / Banca Etica – IBAN: IT 76 W 05018 03000 000016916744.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Se l’Europa riscopre le proprie radici culturali</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2021 15:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Centro Arpa]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Regione Umbria. </span> Chi non ricorda il racconto della giovane Europa, figlia dei fenici rapita dal toro-Zeus, e dei suoi fratelli, giunti su terre ignote, da scoprire, conoscere e colonizzare? La rappresentazione dell’Europa affonda le proprie radici nel mito, nelle storie narrate e nell’incontro con nuovi popoli e culture. D’altronde, Boccaccio coniò l’aggettivo <em>europico</em> con riferimento al Mediterraneo, anche se è solo con Piccolomini che il termine <em>europaeus</em> iniziò a designare l’unità politica e culturale di base della <em>respublica literaria</em> europea e di quel ‘crogiolo – per dirla con Claudio Magris (<em>Danubio</em>, Garzanti, 1986) – che non cessa di ribollire, amalgamare, fondere, bruciare, consumare’.</p>
<p>Quel crogiolo non cessa ancora di fondere. Specie se l’Europa, anche grazie al contributo di iniziative culturali e sperimentali che intendono omaggiarla, continua a riscoprire le proprie radici umanistiche e spirituali.</p>
<p>POESIÆUROPA è tra queste iniziative. Giunta al terzo anno consecutivo, con quattro giornate d’eccezione, promosse il 2, il 3, il 4 e il 5 settembre 2021 sull’Isola Polvese del Lago Trasimeno (Perugia) dall’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, presieduta da Maria Borio, in collaborazione con Umbrò, è posta, sempre per il terzo anno consecutivo, sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo. Il festival internazionale si pone in linea e in sinergia con la visione del piano Next Generation Eu, che, a seguito della pandemia, ha posto in essere le basi per la ripresa, la trasformazione delle economie dei Paesi membri dell’Unione Europea e la costruzione di visioni per il futuro al fine di rendere l’Europa in senso lato più resiliente, digitale, verde.</p>
<p>«Il dittongo latino æ – spiega Maria Borio, poetessa, dottore di ricerca in <em>Letteratura italiana</em> e redattrice di ‘Nuovi Argomenti’ – ci è sembrato un efficace espediente grafico per sottolineare la comunità e i legami degli artisti fra i vari Paesi d’Europa». Oltre che per porre in essere una manifestazione di livello internazionale come POESIÆUROPA, che esprima le prospettive di una generazione giovane, proiettata oltre il Novecento e coerente con la visione promossa, appunto, dal piano Next Generation Eu. Ma anche attenta alle radici umanistiche e spirituali dell’Europa.</p>
<p>La necessità di riflettere, soprattutto oggi, sul significato delle radici umanistiche dell’Europa aveva già suggerito alla presidente dell’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, nonché ideatrice del progetto culturale Umbrò Cultura, Maria Borio di promuovere, due anni fa, in collaborazione con Umbrò e con il Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale dell’Umbria), la giornata di incontri, confronti e letture POESIÆUROPA, tenutasi all’Isola Polvese (Lago Trasimeno, Castiglione del Lago, Perugia) il 13 luglio 2019, con un ampio successo di pubblico. L’evento del 2019 – sponsorizzato da Umbrò in collaborazione con il citato Centro di Arpa Umbria, posto sotto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo e patrocinato, tra gli altri, dall’Università degli Studi di Perugia, UPTER di Roma, Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia, Ambasciate di Irlanda e di Ungheria, Goethe Institut, Instituto Cervantes e dall’Institut Français – si era posto come obiettivo una riflessione democratica sull’unità dell’Europa e aveva portato a una viva discussione sulla situazione culturale e politica europea a partire dalle voci della poesia, per riconsiderare il valore delle radici umanistiche e spirituali dell’Europa e costruire visioni per il futuro.</p>
<p>Il testimone è stato passato, poi, lo scorso anno, a un’edizione speciale di ‘ASPETTANDO POESIÆUROPA’, tenutasi dal 23 al 25 settembre 2020 beneficiando, nel rispetto delle norme anti-Covid 19, di un doppio canale di fruizione: via StreamYard, per le prime due giornate d’eccezione, e all’aperto nella Terrazza di Umbrò, in occasione del reading del giorno conclusivo. Nel corso di questa edizione speciale, promossa da Spazio Humanities APS in collaborazione con Umbrò e con il Centro di Poesia &amp; Scritture Contemporanee a cura di Marco Giovenale e Valerio Massaroni, e sempre posta sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo, sono stati presentati alcuni libri usciti durante il lockdown. Tra gli autori presenti, Laura Pugno e Giulio Mozzi; Marco Giovenale e Vincenzo Ostuni; Elisa Biagini e Federico Italiano; infine, la poetessa inglese Alice Oswald insieme ai traduttori Rossella Pretto e Marco Sonzogni. Spazio è stato dato, inoltre, a giovani autori, con la presentazione della collana di Interlinea ‘Lyra giovani’ curata da Franco Buffoni, e un reading in presenza per la giornata conclusiva del 25 settembre, cui è seguito un after reading con Elio Cagnizi Acoustic Quartet in concerto – Toti Panzanelli-chitarra; Andrea Rellini-violoncello; Nicola Polidori-batteria; Elio Cagnizi-basso e voce – con brani di musica inedita e edita.</p>
<p>‘In questo 2020 – aveva dichiarato allora ai media Maria Borio, presidente di Spazio Humanities APS &#8211; aspettando di poterci ritrovare per una futura edizione a tutto tondo di Poesiæuropa, proponiamo tre giornate d’eccezione’.</p>
<p>L’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, che nel 2020 non aveva, appunto, proposto un’edizione completa, ma un <em>interim</em>, un momento transitorio in cui il bilancio dei mesi trascorsi e l’attesa per i tempi a venire avessero auspicato la costruzione di nuovi progetti, riprende, nell’anno corrente, il timone del progetto culturale internazionale e lo fa promuovendo, per le giornate del 2, del 3, del 4 e del 5 settembre 2021, la seconda edizione – in presenza, sull’Isola Polvese (Castiglione del Lago, Perugia), nel pieno rispetto delle norme anti-Covid 19 – di POESIÆUROPA, evento posto, per il terzo anno consecutivo, sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo.</p>
<p>POESIÆUROPA è, infatti, un’iniziativa posta sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo, ed è organizzata da Spazio Humanities APS in collaborazione con Umbrò e con il patrocinio della Provincia di Peruugia, del Comune di Castiglione del Lago e di Arpa Umbria. Fra i partner dell’edizione 2021 si annoverano l’Instituto Cervantes, il Forum Austriaco di Cultura, l’Arts Council of England, la Provincia di Perugia e il Comune di Castiglione del Lago, l’Università degli Studi di Perugia, Mediazione Linguistica Perugia, il Centro Scritture di Roma e l’Associazione Zest.</p>
<p>Nello spirito dell’iniziativa, che intende proporre una riflessione sulla cultura europea partendo dalla voci della poesia per riconsiderare il valore delle radici umanistiche e spirituali dell’Europa e costruire insieme visioni per il futuro, l’edizione classe 2021 di POESIÆUROPA ospiterà autori da tutta Europa, che prenderanno parte a una scuola speciale della durata di quattro giorni (2-5 settembre 2021), articolati in vari incontri: <em>Lectio magistralis</em>, Forum di dialogo e interventi dei vincitori di borsa di studio, Letture e Concerti di musica inedita, nell’alveo dei quali alcuni testi letterari verranno trasposti in musica  (nello specifico, si veda il programma delle quattro giornate d’eccezione).</p>
<p>Nel corso della conferenza stampa di presentazione del progetto, inoltre, tenutasi sulla piattaforma Zoom il 25 agosto scorso, Maria Borio ha precisato: «Siamo partiti tre anni fa, nel 2019 con un progetto, POESIÆUROPA, che è nato da forze giovani e che ha sin da subito intessuto legami con la ricerca in ambito umanistico. La poesia, anche per questa seconda edizione in presenza è, se vogliamo, il nodo catalizzatore, che permette un’interazione con altre dimensioni, ad esempio, con la sfera umanistica, quella sociale, e, ci auguriamo, in futuro, con quella scientifica. Il luogo prescelto, l’Isola Polvese del lago Trasimeno – ha proseguito Borio – si presta ad un evento unico nel suo genere, con gli spazi del Centro Arpa e dell’ex-monastero di S. Secondo. La manifestazione – ha precisato Borio – esiste grazie a Umbrò e all’aiuto di un sostenitore speciale, che preferisce rimanere anonimo. Novità dell’edizione classe 2021 è il taglio formativo dato al progetto: l’idea è quella di istituire, durante le quattro giornate d’eccezione, una scuola speciale. Abbiamo ricevuto moltissime domande, da tutta Italia, dal Friuli alla Sicilia, per le borse di studio erogate, da parte di giovani studenti e dottorandi, domande che sono difficili da selezionare, vista l’entità dei <em>curricula</em> presentati».</p>
<p>Valerio Massaroni, vice-presidente dell’associazione di promozione sociale Spazio Humanities, ha fatto leva sullo spirito che ha mosso i membri dell’associazione fin dall’inizio: «Le vecchie idee – è stato il commento di Massaroni – sono state e vengono messe alla prova nel contesto attuale, segnato dalla pandemia. Noi crediamo che, soprattutto oggi, i concetti di cooperazione e di solidarietà vadano riconsiderati non solo come valori astratti e morali, ma soprattutto come base di un reale spirito di collaborazione. Collaborazione di tutti. Dobbiamo cooperare – ha proseguito Massaroni -, partendo dal contesto a noi più vicino: l’Europa, come anche il piano Next Generation EU ci invita a fare. Noi, come associazione, pensiamo che questa idea di collaborazione abbia bisogno di cultura e di idee. Raramente, infatti, si sente parlare di Europa in senso spirituale e culturale. Intendiamo, nel nostro piccolo, colmare questo gap e far circolare la cultura europea, farla dialogare, perché crediamo che, al di là dei meri aspetti tecnici, ci sia bisogno di un reale impegno di cooperazione culturale e che le radici europee, quelle più vicine alla popolazione, debbano connettersi con reali visioni per il futuro».</p>
<p>‘La seconda edizione di <em>Poesiaeuropa</em> è un tassello importante che conferma il successo dell’iniziativa. Patrocinata dal Parlamento Europeo e in sinergia con l’Università di Perugia, oltre che con diverse istituzioni nazionali e internazionali (es. Istituto Cervantes, Forum Austriaco di Cultura, British Council of Arts), quest’anno la manifestazione avrà un orientamento soprattutto formativo con <em>Lectio magistralis</em> e Forum di dibattito. La letteratura viene messa al centro di riflessioni che spaziano in vari campi del sapere e della vita sociale ed economica. Novità di quest’anno è l’istituzione di borse di studio che consentiranno a giovani da tutta Italia di seguire gli incontri e presentare i loro progetti. Sono arrivate moltissime domande per le borse di studio: la selezione non sarà facile, ma fa presagire ottimi sviluppi del progetto’. A dichiararlo, Maria Borio, presidente dell’associazione di promozione sociale Spazio Humanities che, da inizio 2020, gestisce anche il progetto culturale Umbrò Cultura, volto a proporre iniziative sperimentali e innovative incentrate sulla poesia, la narrativa, la storia, la filosofia, le arti visive e la musica al fine di valorizzare la ricerca in ambito culturale.</p>
<p>Le borse di studio che verranno accese, previa selezione delle numerose richieste giunte entro l’8 agosto, unitamente ai <em>curricula</em> dei candidati, all’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, prevedono l’ospitalità per le quattro giornate. A tal proposito, si fornisce, in calce, mediante link, la rassegna stampa degli articoli pubblicati con riferimento all’erogazione di suddette borse di studio.</p>
<p>All’indirizzo <a href="mailto:info@umbrocultura.com">info@umbrocultura.com</a>, lo stesso al quale sono pervenute le richieste per le borse di studio, si consiglia di inviare anche le richieste di partecipazione come uditori data la disponibilità limitate dei posti nell’audience in conformità alle norme anti-Covid 19.</p>
<p>La partecipazione a POESIÆUROPA 2021 rilascia, inoltre, un attestato con validità di corso di aggiornamento/formazione.</p>
<p>Per ulteriori informazioni sull’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, si rimanda al sito <a href="https://www.umbrocultura.com/">https://www.umbrocultura.com/</a></p>
<p>Si ricorda, inoltre, che gli incontri promossi durante le giornate del 2, 3, 4 e 5 settembre 2021 saranno fruibili anche in diretta sulla pagina Facebook di Umbrò Cultura:  <a href="https://www.facebook.com/umbrocultura/">https://www.facebook.com/umbrocultura/</a></p>
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<p>Di seguito, <strong>I</strong><strong>L</strong><strong> P</strong><strong>ROGRAMMA</strong> delle quattro giornate d’eccezione del 2, 3, 4 e 5 settembre 2021:</p>
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<p><strong>Giovedì 2 settembre </strong></p>
<p>Ore 11:00 <em>Poesia/paesaggio</em> – <strong>Helen Moore</strong> (UK) – <em>Lectio magistralis</em>.</p>
<p>Ore 15:30 Forum, <em>La spazialità e il testo</em> – <strong>Laura Pugno &amp; Italo Testa</strong> / Intervengono i vincitori della borsa di studio.</p>
<p>Ore 17:00 Presentazione lavori Liceo ‘A. Pieralli’ – Con le studentesse e gli studenti.</p>
<p>Ore 17:45 Lettura – <em>‘I’m nobody. Who are you? Are you nobody too?’ </em>– <strong>Silvio Raffo </strong>legge Emily Dickinson.</p>
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<p><strong>Venerdì 3 settembre</strong></p>
<p>Ore 11:00 <em>Auden. Musée des Beaux Arts e Gare du Midi come preludio a The Age of Anxiety</em> – <strong>Franco Buffoni</strong> – <em>Lectio magistralis</em>.</p>
<p>Ore 15:30 Forum, <em>Gli anni Settanta</em> – <strong>Stefano Giovannuzzi</strong> e <strong>Davide Castiglione</strong> / Intervengono i vincitori della borsa di studio.</p>
<p>Ore 16:30 Forum, <em>Andrea Zanzotto</em> – <strong>Stefano Dal Bianco</strong>, <strong>Giovanna Frene</strong> e <strong>Lorenzo Cardilli</strong> / Intervengono i vincitori della borsa di studio.</p>
<p>Ore 21:00 Proiezione, <em>Dentro il polittico. Impegno civile e poesia</em> – regia di <strong>Davide Minotti</strong>.</p>
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<p><strong>Sabato 4 settembre</strong></p>
<p>Ore 11:00 <em>Serie sperimentali rosse sulla poetica e sulla scrittura</em> – <strong>Margret Kreidl</strong> (Austria) con <strong>Maria Borio</strong> – <em>Lectio magistralis</em>.</p>
<p>Ore 16:00 Letture – <strong>Margret Kreidl</strong>, <strong>José María Micó</strong>, <strong>Helen Moore</strong>, <strong>Gian Mario Villalta</strong>.</p>
<p>Ore 16:45 Concerto,<em> Il tempo e l’acqua </em>– <strong>Ælio Cagnizi</strong> (voce e chitarra acustica), <strong>Andrea Rellini</strong> (violoncello), <strong>Toti Panzanelli</strong> (chitarra elettrica), <strong>Mario Spagnoli</strong> (batteria).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Domenica 5 settembre</strong></p>
<p>Ore 11:00 <em>Poesia e musica</em> &#8211; <strong>José María Micó</strong> (traduttore spagnolo di Dante) – <em>Lectio magistralis</em>.</p>
<p>Ore 15:30 Letture – <strong>Davide Castiglione</strong>, <strong>Marco Corsi</strong>, <strong>Marco Giovenale</strong>, <strong>Umberto Piersanti e altri</strong>.</p>
<p>Ore 17:00 Concerto, <em>Inchiostro</em> – <strong>Anna </strong><strong>Panzanelli</strong> (voce e tastiere), <strong>Ruggero Bonucci</strong> (basso elettrico), <strong>Nicola Pitassio</strong> (batteria).</p>
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<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/se-leuropa-riscopre-le-proprie-radici-culturali/">Se l’Europa riscopre le proprie radici culturali</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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		<title>&#8216;aspettando POESIÆUROPA&#8217;</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2020 13:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[‘aspettando Poesiæuropa’]]></category>
		<category><![CDATA[Centro di Poesia & Scritture Contemporanee]]></category>
		<category><![CDATA[libri usciti durante il lockdown]]></category>
		<category><![CDATA[Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[Poesiaeuropa]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Humanities A.P.S.]]></category>
		<category><![CDATA[Umbr?]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Biografie e autobiografie, habitat personali e biologici, case, riflessioni sull’abitare e sull’economia domestica, storie personali e non, percorsi di traduzione, giochi intorno alla soglia dell’apparente e del non apparente. Libri che si esprimono <em>intorno</em> alla poesia, la quale si presenta al lettore come un ragionamento su se stessa e, quindi, con una funzione meta-letteraria. Traduzioni di immagini in parole, binomi di poesia-ricerca e di tradizione-innovazione, libri cartesiani, condanne della memoria come ricerche di salvaguardia e di consapevolezza che, durante la crescita, qualcosa inevitabilmente si perde. E, ancora, ambiti poetici surrealisti e simbolisti, lavori archeologici condotti sull’<em>Iliade</em>, ferite che diventano possibilità costruttive di sguardo, abbassamenti alla statura di un bambino per ritrovare uno sguardo vergine e in grado di provare ancora stupore; infine, conflitti con una realtà ‘sistemica’ che a volte si esperisce in modo passivo ed io poetici che diventano droni e che, come i droni, sono capaci di visioni dall’alto.</p>
<p>L’itinerario di ‘aspettando Poesiæuropa’ ha analizzato questi ed altri argomenti, riflettendo, ancora una volta, su alcuni temi cruciali del contemporaneo e presentando, in anteprima assoluta, libri usciti durante il lockdown.</p>
<p>Si è conclusa venerdì 25 settembre, con un concerto di Elio Cagnizi Acoustic Quartet, questa edizione ‘speciale’ di ‘Poesiæuropa’, che, inaugurata il 23 settembre, è nata da un’idea dell’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, con il supporto di Umbrò e in collaborazione con il Centro di Poesia &amp; Scritture Contemporanee a cura di Marco Giovenale e Valerio Massaroni. E, ancora, una volta, alla stregua della prima edizione di ‘Poesiæuropa’ – tenutasi nel luglio del 2019 all’Isola Polvese (<a href="https://www.umbrocultura.com/poesiaeuropa/">https://www.umbrocultura.com/poesiaeuropa/</a>) – posta sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo.</p>
<p>«In questo 2020, aspettando di poterci ritrovare per una futura edizione a tutto tondo di Poesiæuropa, proponiamo tre giornate d’eccezione». A dichiararlo, Maria Borio, presidente dell’associazione di promozione sociale Spazio Humanities che, da inizio 2020, gestisce anche il progetto culturale Umbrò Cultura, volto a proporre iniziative sperimentali e innovative incentrate sulla poesia, la narrativa, la storia, la filosofia, le arti visive e la musica al fine di valorizzare la ricerca in ambito culturale. Nello spirito dell’iniziativa Poesiæuropa, che riflette sul valore delle radici umanistiche e sulla situazione culturale e politica europea a partire dalle voci della poesia, sono stati presentati alcuni libri usciti durante il lockdown e il dialogo si è incentrato su alcuni aspetti dell’immaginario del tempo che stiamo vivendo. Nella difficoltà contingente di poter allestire un evento come Poesiæuropa – nato con una radice internazionale, che ha ricevuto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo e che lo ha riconfermato per questa edizione e per i prossimi tre anni –, difficoltà condivisa con molte altre attività vitali per lo sviluppo e l’innovazione culturale, l’APS Spazio Humanities ha deciso, infatti, di non proporre un’edizione completa, ma un <em>interim</em>: un momento transitorio in cui il bilancio dei mesi trascorsi e l’attesa per i tempi a venire auspichino una costruzione di progetti. Il motto dell’associazione Spazio Humanities è, dunque, ‘costruiamo visioni!’. Un motto che è stato condiviso con tutti i partecipanti all’iniziativa.</p>
<p>L’attenzione è stata focalizzata su libri usciti durante il lockdown, a cui nessun incontro era stato finora dedicato in maniera programmatica. Tra gli autori presenti, Laura Pugno e Giulio Mozzi con il loro lavoro di scrittura in coppia sul senso della letteratura al presente; Marco Giovenale e Vincenzo Ostuni con uno spaccato sulla poesia di lingua francese; Elisa Biagini e Federico Italiano con libri che affrontano il rapporto tra uomo, natura e politica, e la poetessa inglese Alice Oswald insieme ai traduttori Rossella Pretto e Marco Sonzogni. Spazio, inoltre, a giovani autori, con la presentazione della collana di Interlinea ‘Lyra giovani’ curata da Franco Buffoni, e un reading in presenza che si è tenuto nella giornata conclusiva del 25 settembre. Le case editrici coinvolte sono state: Archinto, Amos Edizioni, Ben-Way Series, Einaudi, Elliot, Interlinea, Interno Poesia, MarcosyMarcos, Terra d’ulivi Edizioni, Sonzogno. Da mercoledì 23 settembre a venerdì 25 settembre, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, gli incontri sono stati pensati per un doppio canale di fruizione: le giornate di mercoledì 23 e giovedì 24 si sono svolte via StreamYard e sono state rese fruibili ai numerosi partecipanti attraverso la pagina facebook Umbrò Cultura (<a href="https://www.facebook.com/umbrocultura/">https://www.facebook.com/umbrocultura/</a>). Nella giornata di venerdì 25, invece, si è svolto in presenza e all’interno della Sala Muro di Umbrò, in via S. Ercolano a Perugia, un reading di quattro giovani autori: Franca Mancinelli, Dimitri Milleri, Bernardo Pacini, Federica Ziarelli. Dopo la lettura, a partire dalle 21, si è tenuto un after reading con Elio Cagnizi Acoustic Quartet in concerto – Toti Panzanelli-chitarra; Andrea Rellini-violoncello; Nicola Polidori-batteria; Elio Cagnizi-basso e voce – con brani di musica inedita e edita.</p>
<p>Il primo incontro di mercoledì 23 settembre, con Elisa Biagini e Federico Italiano, si è incentrato sul dialogo intorno a due libri degli stessi autori, usciti in pieno lockdown: rispettivamente, <em>Filamenti </em>di Elisa Biagini e <em>Habitat</em> di Federico Italiano. Queste due opere sono legate a doppio filo dai temi antropologici e storici qui attraversati, dal rapporto tra storia personale e non, dal concetto di habitat personale che si traduce in habitat biologico e nello spazio dell’abitare, come ben messo in luce dalla lettura di alcune poesie da parte dei due autori. C’è poi una costante ricerca condotta sulla lingua, sull’esercizio di traduzione, su un desiderio di leggere, nello spazio di natura della poesia italiana contemporanea, meno retorica. La poesia, specie quella del 2020 – un anno, quest’ultimo, di bilanci –, può avere ancora una funzione di pulizia della lingua dagli elementi retorici che la rendono pesante e inutile.</p>
<p>Spazio, durante il secondo incontro di mercoledì 23 settembre, con Marco Giovenale e Vincenzo Ostuni, a un dialogo sulla scrittrice francese Nathalie Quintane, autrice, fra le altre opere, di <em>Osservazioni</em>, libro uscito oltralpe nel 1997 e tradotto in italiano nel 2003. Avvezza a performance del tutto diverse da quelle cui gli spettatori sono solitamente abituati – il riferimento è alla partecipazione della Quintane a un festival di poesia barcellonese del 2003, durante la quale l’autrice legge alcuni testi francesi tratti da <em>Osservazioni</em> in un inglese non simmetrico rispetto al testo di partenza e lo fa volgendo le spalle al pubblico e alla lingua stessa –, la Quintane organizza i testi di <em>Osservazioni</em> distribuendoli in tre parti, connotate da una sostanziale brevità, da un gioco continuo intorno alla soglia dell’apparente e del non apparente, da una non dis-identificazione, ovvero da un non rifiuto della posizione dell’io, che la scrittrice definisce ‘la parte più politica di ciò che cerco di fare’. ‘Mi faccio da cavia – ha dichiarato la Quintane – perché sono come tutti gli altri’. Quella che emerge è, dunque, una posizione liberale e non ingenua: il problema è la posizione di questo suo ‘io’ rispetto al mondo, un io che è enunciatore dei testi che scrive. Un altro filone di ricerca costante si incentra sul ricorso ad una scrittura senza orpelli e non assertiva, che chiede al lettore di riconoscere ciò che viene detto, togliendogli dei riferimenti, disattendendo di elaborare la sintassi da un punto di vista classico, privandolo della performance in senso proprio. Tutto ciò è stato avvalorato con la lettura di alcuni passi tratti dalle tre parti di cui si compone <em>Osservazioni</em>, un’opera che implica un effetto di straniamento nel lettore e che lo induce ad interpretare i testi (anche) con una risata: la risata è, infatti, uno degli esiti interpretativi legittimi del lavoro della Quintane, che focalizza la sua attenzione sull’oggetto e non su ciò che l’oggetto dovrebbe significare.</p>
<p>Gli incontri di giovedì 24 settembre – in ordine: <em>Oracoli nel presente</em> con Laura Pugno e Giulio Mozzi e mediazione di Maria Borio ed Elena Zuccaccia; <em>Lyra giovani. Una collana di poesia</em> con Franco Buffoni, Tommaso Di Dio, Samir Galal Mohamed e Angelo Nestore; <em>Memorial. I classici, il contemporaneo</em> con Alice Oswald, Rossella Pretto e Marco Sonzogni – hanno teso a presentare altri libri usciti durante il lockdown e a dialogare intorno a questi.</p>
<p>Nello specifico, Laura Pugno e Giulio Mozzi si sono confrontati su <em>Oracolo manuale per poete e poeti</em> (Sonzogno), libro ‘fratello’ di <em>Oracolo manuale per scrittori e scrittrici</em> pubblicato dalla stessa casa editrice, ‘qualcosa di uguale e diverso insieme’, come l’ha definito lo stesso Giulio Mozzi. Laura Pugno si è, dunque, inserita su un modello preesistente, appropriandosi della parte di commento al testo, consapevole che esistono, nel panorama letterario contemporaneo, dei libri che parlano della poesia in altro modo e da punti di vista diversi rispetto a quelli di metrica e di tecnica della versificazione: sono libri che parlano intorno alla poesia, in un momento in cui la narrativa tiene il passo. Ma la poesia, da tempo confinata ‘nel terzo paesaggio dell’editoria’, sta tornando ora verso il centro, presentandosi come un ragionamento su se stessa. Questo <em>Oracolo</em> è un appello all’unità del corpo con la mente, in quanto la poesia è una forma di conoscenza e di pensiero.  La consultazione e l’apprendimento non arrivano in modo normativo, secondo la retorica occidentale, ma seguono, qui, un altro tipo di itinerario: il messaggio giunge in forma sintetica e illuminante, potenzialmente aperta, nella quale il lettore può entrare in modo poroso e non consequenziale. Un gioco intellettuale, dunque, desunto anche dall’esperienza di insegnamento di Giulio Mozzi: ‘insegnando – afferma – ho imparato a discutere con gli allievi circa il lavoro che stiamo facendo sul testo’. Diversi, poi, i passi dell’<em>Oracolo</em> letti dai due autori: ‘Disegna una mappa della tua poesia’ è quello che ci è sembrato più calzante. Cosa significa? Questa mappa è coerente? Produce senso? Si tratta di una mappa interiore o, piuttosto, di una genealogia? Coincide con un andare indietro nel tempo o con un visualizzare la poesia stessa? Un esortativo resta fermo quando si disegna la mappa di una poesia: ‘traducete le immagini in parole’.</p>
<p>Successivamente, in occasione del secondo incontro di giovedì 24 settembre, Franco Buffoni ha presentato alcuni libri di tre giovani autori, trentenni, che, insieme ad altri, tra cui Maria Borio, hanno partecipato alla collana di poesia <em>Lyra giovani</em>, edita per i tipi di Interlinea. Un libro cartesiano, <em>Verso le stelle glaciali</em> di Tommaso Di Dio, un libro geometrico anche nella distribuzione delle poesie, un libro che sogna un metodo e che costruisce un progetto, orientando il lettore con mappe e componimenti notturni disposti alla fine di ogni sezione. Un libro in cui trovarsi, ma in cui ci si può anche perdere, seguendo la traiettoria di ‘stelle glaciali’, ovvero di stelle alla fine della loro vita, quando si accingono a rimanere delle pure attrazioni gravitanti. <em>Damnatio memoriæ</em>, il titolo del libro di Samir Galal Mohamed, dove la condanna della memoria coincide con la ricerca di salvaguardare e con la consapevolezza che, crescendo, qualcosa si perde. Si tratta, allora, di un meccanismo di autodifesa finalizzato a salvare qualcosa. <em>I corpi a mezzanotte</em> di Angelo Nestore, invece, a differenza dei due libri precedenti, non è ancora uscito (la pubblicazione è prevista per fine anno): un’opera in cui il giovane autore trapiantato a Malaga torna all’italiano e lo fa rimanendo ancorato a ‘un ambito surrealista e simbolista’ e a un ‘Barocco-rock’, come l’ha definito Buffoni, di matrice castigliana e salentina. L’indagine è focalizzata sul corpo e sulla sua importanza nel nostro secolo, sul corpo all’ombra di tanti discorsi e sui riti di consapevolezza di ciò che il corpo stesso significa.</p>
<p>Il terzo incontro della giornata di giovedì 24 è stato dedicato all’opera Memorial della scrittrice Alice Oswald e al lavoro di traduzione italiana compiuto da Rossella Pretto e Marco Sonzogni. Si tratta di un lavoro archeologico condotto sull’<em>Iliade</em>, lavoro che permette di portare alla luce qualcosa di antico e ancestrale. Un’opera, dunque, che ha a che fare con la memoria, con la tradizione orale, con il canone letterario occidentale e che conduce, come già detto, un lavoro e uno scavo archeologici sul materiale di partenza, partendo da uno scarto: la focalizzazione sull’essere umano vicino alla morte e sul conseguente lamento dei padri e delle madri. Accantonate le parti strettamente narrative dell’<em>Iliade</em>, infatti, il focus dell’opera si è incentrato sul catalogo degli eroi morti, sulle loro biografie e sulla coda di similitudini che correda il testo. Nonché sulla luminosità, sul bagliore che cattura gli ultimi momenti di un uomo. Un uomo soggetto al caos e non più al volere degli dèi.</p>
<p>L’ultima giornata, quella di venerdì 25 settembre, si è svolta, a differenza delle prime due, in presenza, nella cornice della Sala Muro di Umbrò, a Perugia. Ospiti del reading <em>Attraversamenti, proiezioni, passaggi</em>, quattro giovani autori: Franca Mancinelli, autrice di <em>Tutti gli occhi che ho aperto</em>, Federica Ziarelli con il suo <em>In erba</em>, Dimitri Milleri con <em>Sistemi</em> e Bernardo Pacini con <em>Fly mode</em>. Dagli alberi maestri di Franca Mancinelli – e dalle ferite dei loro tronchi molto segnati che offrono nuove possibilità di sguardo e di uscita dalla propria individualità per essere altro e, quindi, per intraprendere una metamorfosi – all’abbassamento di Federica Ziarelli alla statura di sua figlia-bambina nel suo <em>In erba</em> – al fine di descrivere il mondo dell’infanzia e l’infanzia del mondo da uno prospettiva altra, con uno sguardo non ancora ammorbato, vergine, capace di provare stupore e meraviglia con chiare caratteristiche profetiche e chiaroveggenti ­­–, passando per il conflitto con la realtà come zona difficile a cui accedere, come qualcosa che a volte si esperisce in modo passivo – è questo il caso di <em>Sistemi</em> di Dimitri Milleri, che indaga il suo sé quale struttura fra altre strutture biologiche – e per la modalità con cui il drone, identificato con l’io poetico in <em>Fly mode</em> di Bernardo Pacini, offre una prospettiva sul mondo e permette di liberare il poeta dalla zavorra umana e di dare lui una facoltà tecnologica. Sono stati solo alcuni dei temi indagati dai quattro giovani autori, a chiusura, con il concerto di Elio Cagnizi Acoustic Quartet, della seconda edizione <em>sui generis</em> di ‘aspettando Poesiæuropa’, in attesa – da qui il gerundio – di ritrovare di nuovo questi ed altri scrittori e intellettuali sull’Isola Polvese nel 2021.</p>
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		<title>‘aspettando Poesiæuropa’</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2020 09:28:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> «In questo 2020, aspettando di poterci ritrovare per una futura edizione a tutto tondo di Poesiæuropa, proponiamo tre giornate d’eccezione». A dichiararlo, Maria Borio, presidente dell’associazione di promozione sociale Spazio Humanities che, da inizio 2020, gestisce anche il progetto culturale Umbrò Cultura, volto a proporre iniziative sperimentali e innovative incentrate sulla poesia, la narrativa, la ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «In questo 2020, aspettando di poterci ritrovare per una futura edizione a tutto tondo di Poesiæuropa, proponiamo tre giornate d’eccezione». A dichiararlo, Maria Borio, presidente dell’associazione di promozione sociale Spazio Humanities che, da inizio 2020, gestisce anche il progetto culturale Umbrò Cultura, volto a proporre iniziative sperimentali e innovative incentrate sulla poesia, la narrativa, la storia, la filosofia, le arti visive e la musica al fine di valorizzare la ricerca in ambito culturale.</p>
<p>L’edizione speciale ‘aspettando Poesiæuropa’ – che si terrà dal 23 al 25 settembre 2020 nelle modalità sotto-indicate e la cui partecipazione è gratuita – è un’idea a cura dell’APS Spazio Humanities, è supportata da Umbrò e si svolge in collaborazione con il Centro di Poesia &amp; Scritture Contemporanee a cura di Marco Giovenale e Valerio Massaroni.</p>
<p>Nello spirito dell’iniziativa Poesiæuropa – che, inaugurata nel luglio del 2019 all’Isola Polvese (<a href="https://www.umbrocultura.com/poesiaeuropa/">https://www.umbrocultura.com/poesiaeuropa/</a>), riflette sul valore delle radici umanistiche e sulla situazione culturale e politica europea a partire dalle voci della poesia –, verranno presentati alcuni libri usciti durante il lockdown e il dialogo sarà incentrato su alcuni aspetti dell’immaginario del tempo che stiamo vivendo.</p>
<p>Nella difficoltà contingente di poter allestire un evento come Poesiæuropa – nato con una radice internazionale, che ha ricevuto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo e che lo ha riconfermato per questa edizione e per i prossimi tre anni –, difficoltà condivisa con molte altre attività vitali per lo sviluppo e l’innovazione culturale, l’APS Spazio Humanities ha deciso di non proporre un’edizione completa, ma un <em>interim</em>: un momento transitorio in cui il bilancio dei mesi trascorsi e l’attesa per i tempi a venire auspichino una costruzione di progetti. Il motto dell’associazione Spazio Humanities è, dunque, ‘costruiamo visioni!’. Un motto da condividere con tutti i partecipanti all’iniziativa.</p>
<p>L’attenzione sarà focalizzata su libri usciti durante il lockdown, a cui nessun incontro è stato finora dedicato in maniera programmatica e che possono indurre a riflettere sull’immaginario del momento che stiamo attraversando. Tra gli autori presenti, Laura Pugno e Giulio Mozzi con il loro lavoro di scrittura in coppia sul senso della letteratura al presente; Marco Giovenale e Vincenzo Ostuni con uno spaccato sulla poesia di lingua francese; Elisa Biagini e Federico Italiano con libri che affrontano il rapporto tra uomo, natura e politica, e la poetessa inglese Alice Oswald insieme ai traduttori Rossella Pretto e Marco Sonzogni. Spazio, inoltre, a giovani autori, con la presentazione della collana di Interlinea ‘Lyra giovani’ curata da Franco Buffoni, e un reading in presenza per la giornata conclusiva del 25 settembre.</p>
<p>Le case editrici coinvolte sono: Archinto, Amos Edizioni, Ben-Way Series, Einaudi, Elliot, Interlinea, Interno Poesia, MarcosyMarcos, Terra d&#8217;ulivi Edizioni, Sonzogno.</p>
<p>Da mercoledì 23 settembre a venerdì 25 settembre, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, gli incontri sono pensati per un doppio canale di fruizione: le giornate di mercoledì 23 e giovedì 24 si svolgeranno via StreamYard e potranno essere seguite attraverso la pagina facebook Umbrò Cultura (<a href="https://www.facebook.com/umbrocultura/">https://www.facebook.com/umbrocultura/</a>). Nella giornata di venerdì 25, invece, si svolgerà in presenza e all’aperto presso la Terrazza di Umbrò un reading di quattro giovani autori: Franca Mancinelli, Dimitri Milleri, Bernardo Pacini, Federica Ziarelli.</p>
<p>Dopo la lettura, alle ore 19:30, un after reading con Elio Cagnizi Acoustic Quartet in concerto – Toti Panzanelli-chitarra; Andrea Rellini-violoncello; Nicola Polidori-batteria; Elio Cagnizi-basso e voce – con brani di musica inedita e edita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di seguito, il programma dell&#8217;edizione 2020:</p>
<p><u>Mercoledì 23 Settembre</u></p>
<p>ore 18:00 &gt; via StreamYard</p>
<p><em>Spazi di natura</em></p>
<p>Elisa Biagini e Federico Italiano</p>
<p>ore 18:40 &gt; via StreamYard</p>
<p><em>Osservazioni, letterali. Su Nathalie Quintane </em></p>
<p>Marco Giovenale e Vincenzo Ostuni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><u>Giovedì 24 Settembre </u></p>
<p>ore 18:00 &gt; via StreamYard</p>
<p><em>Oracoli nel presente</em></p>
<p>Giulio Mozzi e Laura Pugno</p>
<p>ore 18:40 &gt; via StreamYard</p>
<p><em>Lyra giovani. Una collana di poesia</em></p>
<p>Franco Buffoni, Tommaso Di Dio, Samir Galal Mohamed, Angelo Nestore</p>
<p>ore 19:30 &gt; via StreamYard</p>
<p><em>Memorial. I classici, il contemporaneo  </em></p>
<p>Alice Oswald, Rossella Pretto e Marco Sonzogni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><u>Venerdì 25 settembre</u></p>
<p>ore 18:00 &gt; La Terrazza di Umbrò, Via S. Ercolano 2 &#8211; Perugia</p>
<p><em>Attraversamenti, proiezioni, passaggi</em></p>
<p>Franca Mancinelli, Dimitri Milleri, Bernardo Pacini, Federica Ziarelli</p>
<p>ore 19:30 &gt; La Terrazza di Umbrò</p>
<p>Elio Cagnizi Acoustic Quartet in concerto</p>
<p>Per il numero limitato di posti nell’audience, in rispetto delle norme Covid, si consiglia la prenotazione scrivendo a <a href="mailto:info@umbrocultura.com">info@umbrocultura.com</a>. Per assistere nell’audience al concerto è gradito un contributo libero. #aspettandopoesiæuropa2020 #costruiamovisioni</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>‘Il più e il meglio’ che mancavano allo studente Pinocchio</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Feb 2020 17:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Aguaplano]]></category>
		<category><![CDATA[didattica]]></category>
		<category><![CDATA[insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Contu]]></category>
		<category><![CDATA[scuola e formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Humanities A.P.S.]]></category>
		<category><![CDATA[Umbr?]]></category>
		<category><![CDATA[Umbrò Cultura]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Quella figura, intellettuale, che sta accanto. Che sa leggere i cambiamenti, sa ascoltare e capire chi ha di fronte. E chi ha di fronte, spesso, è portatore di cultura. Anche se di una cultura diversa, digitale, ed è figlio di una società fluida, <em>in fieri</em>. Anche se ha una camera di <em>mirabilia</em>, alla stregua di un collezionista, e non sa, di primo acchito, ricavarne un ordine. In quell’immenso repertorio prova ‘la vertigine della mescolanza’, ma è in grado anche di mostrare ‘le cattedrali più belle’, ‘il più e il meglio’.</p>
<p>Di chi stiamo parlando? Dei ‘maestri’ – se ‘magister’ deriva da ‘magis’ – e dei loro allievi. Perché è stato questo il <em>topic</em>attorno al quale ha ruotato il prisma di voci – quelle di Roberto Contu, insegnante del liceo S. Properzio di Assisi e docente a contratto che collabora con il Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia, e dei colleghi-docenti Jacopo Manna, Sonia Viscione (liceo A. Mariotti), Sergio Pasquandrea (liceo A. Pieralli), Patrizia Tabacchini (ITTS A. Volta) e Davide Pairone, della casa editrice Aguaplano, moderatore dell’incontro – della tavola rotonda ‘Insegnanti, il più e il meglio? Le domande, la scuola, il nostro tempo’ promossa dalla neonata associazione di promozione sociale ‘Spazio Humanities’, all’interno del cui cartellone di attività è confluito il progetto culturale Umbrò Cultura.</p>
<p>La tavola rotonda, che ha registrato, l’11 febbraio in una gremita sala Muro di Umbrò, a Perugia, la partecipazione di docenti e studenti, ha avuto per oggetto l’ultimo libro di Roberto Contu, ‘Insegnanti (il più e il meglio)’, edito da Aguaplano, ed è stato dedicato alla scuola e alla didattica, a quei ‘più’ e ‘meglio’ che mancavano al burattino di legno uscito dalla penna di Collodi quando andava a scuola, con, sotto braccio, il suo <em>Abbecedario</em>e con la bramosia di conoscere un bravo maestro, di quelli che sanno far stupire, appassionare, accendere le coscienze.</p>
<p>A fare gli onori di casa, Maria Borio, presidente dell’associazione di promozione sociale ‘Spazio Humanities’, che ora gestisce il progetto ‘Umbrò Cultura’. ‘Occorre pensare – è stato il commento di Maria Borio – ad una serie di appuntamenti che coinvolgano sempre di più le scuole e gli insegnanti per attuare un programma di politica culturale con ricadute sul territorio. Per questo, oggi, siamo partiti da questa raccolta di articoli di Roberto Contu’. ‘Questo libro – ha affermato Davide Pairone, della casa editrice Aguaplano – rappresenta un seme, l’occasione per creare una eco e un dibattito attorno al mondo della scuola a partire da qualcuno che la scuola la vive. Si tratta di un testo ibrido, che raccoglie esperienze dirette, le quali sono, poi, il contrappunto di una riflessione più ampia sul ruolo dell’insegnante e sul suo rapporto con la società.</p>
<p>Si è parlato di ‘paura’, durante l’incontro, della paura dell’insegnante in quanto essere umano, ancor prima che una figura professionale, muovendo direttamente da un aneddoto contenuto nel libro, incentrato sull’impatto con la prima supplenza e con una classe ‘fuori dalla grazia di Dio’. E tra classi tutte al maschile, ritorni nelle scuole in cui si è stati studenti, incarichi educativi, rapporti frustranti con la scuola da parte di alcuni studenti, prime ore di lezione in scuole di periferia rivolte a minori che hanno commesso reati prima dei 14 anni, abilitazione senza passare per le supplenze, le voci degli ospiti di Umbrò hanno dichiarato all’unisono che la prima esperienza, sì, è straniante, ma anche la ‘la scuola è uno spazio che insegna a tutti’. Per questo, alla fine, sono rimasti là.</p>
<p>Altro giro di voci, durante questo ‘collegio docenti informale’, attorno ad altri argomenti, perché, si sa, tutti, oggi, parlano di scuola, ma spesso lo fanno attraverso stereotipi. Si sono costruite, nel tempo, tante narrazioni attorno alla figura dell’insegnante, che ‘si vuole’ psicotico, sfortunato… Gli insegnanti, invece, devono riappropriarsi della loro funzione, partendo proprio dal dato reale della loro vita in classe e accogliendo la provocazione di Romano Luperini: ‘l’insegnante è un intellettuale?’. Molteplici sono state le risposte a questo quesito: c’è chi sostiene che ‘l’insegnante debba essere un intellettuale che si approccia al lavoro che fa e alla scuola con un atteggiamento di ricerca, sapendo leggere la realtà, riuscendo a modificarla e tenendo conto che, se lui si invecchia, i suoi studenti sono sempre più giovani’; c’è chi pensa che un peso notevole sia svolto dal rapporto diretto con gli allievi e che l’insegnante sia un intellettuale nel momento in cui fa parte del suo lavoro anche una parte di crescita delle persone cui si rivolge, e chi afferma che al docente siano richieste sostanzialmente tre cose: onestà, responsabilità e non-neutralità rispetto al suo lavoro.</p>
<p>Attraverso queste componenti l’insegnante deve riacquisire la propria dignità, mentre si trova alle prese con una forma di scissione tra dimensione etica e dimensione della ricerca pura, e con un modello di conoscenza, quello contemporaneo, che è posto sotto il segno della parcellizzazione e della divisione dei ruoli. I docenti hanno a che fare con generazioni sempre più diverse dal punto di vista cognitivo, culturale e comportamentale: generazioni digitali, 0, con delle criticità pedagogiche. D’altronde, il Novecento è uscito da scuola e i maestri devono ingaggiare questa sfida. Un problema, questo generazionale, che ha suscitato numerosi spunti di riflessione tra i docenti presenti, i quali hanno cercato di ricostruire una tassonomia dei problemi relativi alle generazioni attuali di allievi: diverse forme di comunicazione, ma stessa incidenza delle dinamiche relative all’adolescenza, calo di natalità (per cui gli studenti attuali sono cresciuti, nella maggior parte dei casi, senza fratelli e sorelle), assenza di gerarchia e ‘orizzontalizzazione’ delle conoscenze, e tendenze a ‘inventare un modo di concepire il concetto di libreria che sia più appettibile rispetto ad Internet’.</p>
<p>E ancora: dove collocare l’insegnante all’interno della classe? Che ruolo dare agli insegnanti nel processo educativo? L’insegnante deve stare accanto, secondo Patrizia Tabacchini, mentre per Sergio Pasquandrea il docente è inserito all’interno di un circolo ermeneutico, in quanto non è l’unico depositario della conoscenza. Se Sonia Viscione ha affermato che il docente, in quanto interprete, debba stare ‘in mezzo ai ragazzi e alla disciplina che insegna’, Jacopo Manna ha posto l’accento sull’oggetto cattedra, che originariamente indicava la seggiola con braccioli. ‘Questo oggetto è significativo – ha dichiarato Jacopo Manna –, ha una valenza simbolica: alle scuole elementari non c’è bisogno di alcuna cattedra, mentre dalle medie gli allievi si trovano catapultati in un ambiente in cui la direzione è una’.</p>
<p>Spazio, poi, dietro sollecitazione di Davide Pairone e Roberto Contu, alle cose a cui gli insegnanti, almeno i quattro presenti, non rinuncerebbero mai. Dal lavoro sul lessico specifico della disciplina – perché, si sa, gli studenti perdono le parole a causa della rapidità – al confronto diretto con ciò che gli allievi studiano, senza mediazioni, dal senso di cittadinanza e dall’esercizio democratico dati dal conoscere più lingue all’importanza della verifica orale – perché, anche questo è vero, nella vita capiterà molto più spesso di dover convincere qualcuno con le parole che si pronunciano –, le risposte sono state molte. Forse anche questo sono ‘il più e il meglio’ che mancavano al burattino di legno uscito dalla penna di Collodi quando andava a scuola, con, sotto braccio, il suo <em>Abbecedario</em>e con la bramosia di conoscere un bravo maestro, di quelli che sanno far stupire, appassionare, accendere le coscienze.</p>
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		<title>Le serie TV, quintessenza della creazione televisiva</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Nov 2019 20:21:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[serie tv]]></category>
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		<category><![CDATA[Umbrò Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> La lettura (o la visione) di una storia suscita nel lettore (o nello spettatore) un processo di immedesimazione nella vicenda narrata e di identificazione nei personaggi. È questa magia che rende possibile il patto narrativo, la cui regola fondamentale poggia sulla sospensione dell’incredulità ovvero su quella trasposizione nel mondo della finzione, che, però, si accetta ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> La lettura (o la visione) di una storia suscita nel lettore (o nello spettatore) un processo di immedesimazione nella vicenda narrata e di identificazione nei personaggi. È questa <em>magia</em> che rende possibile il patto narrativo, la cui regola fondamentale poggia sulla <em>sospensione dell’incredulità</em> ovvero su quella trasposizione nel mondo della finzione, che, però, si accetta come vera.</p>
<p>Questo è ancora più vero se a essere poste sotto la lente critica sono le piattaforme streaming (Netflix, Infinity, Now TV) e le serie TV, tipologie testuali aperte ed estese, che, per loro natura, raccontano storie e si fondano sulla ricorrenza di certe variabili e di alcuni atti combinatori, quintessenza della creazione televisiva. Sono, senza meno, la forma di racconto più discussa degli ultimi anni, anche se solo fino a poco tempo fa erano considerate intrattenimento leggero. I risvolti narrativi delle varie tipologie di serie TV, dalla sitcom all’antologia, sono divenute oggetto di indagine da parte di studiosi e giornalisti, che mettono in evidenza come, oggi, si preferisca il <em>binge watching</em> (‘l’abbuffata televisiva’), piuttosto che l’attesa del prossimo episodio. È cambiato, insomma, il modo di raccontare e di fruire delle storie.</p>
<p>Al fenomeno seriale quale cifra caratteristica del <em>medium</em> televisivo è dedicato un ciclo di incontri seminariali che il progetto ‘Umbrò Cultura’, costituenda associazione di promozione sociale, promuove, per le giornate di mercoledì 13 novembre e di martedì 10 dicembre, in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia. <em>Screenwriting</em> – questo il titolo del ciclo dei due incontri seminariali – intende affrontare il problema della serialità televisiva da una specola trasversale e ad ampio raggio, utile a favorire, grazie anche ad un largo spettro di ospiti, un dibattito proficuo su un argomento di interesse e attualità.</p>
<p>Il primo dei due appuntamenti, <em>I generi e le serie TV</em>, con Giorgio Grignaffini e Andrea Bernardelli, si è tenuto, mercoledì 13 novembre nella sala Muro Etrusco di Umbrò, in via S. Ercolano 2, a Perugia, mentre il prossimo, <em>La sitcom</em>, con Luca Barra e Giulia Falistocco, è stato fissato nello stesso luogo per martedì 10 dicembre, alle 18.00.</p>
<p>&#8216;A fare gli onori di casa&#8217; è stata l’ideatrice del progetto ‘Umbrò Cultura’, Maria Borio, che ha sottolineato l’importanza e la stringente attualità di questo primo incontro dedicato a ‘tutto ciò che viene scritto per essere performato sullo schermo&#8217;. A Maria Borio è spettato il compito di presentare i due ospiti di questa prima giornata di riflessione e di dibattito intorno al fenomeno seriale e alla presentazione del loro libro, edito per i tipi di Carocci, <em>Che cos’è una serie televisiva</em>: Andrea Bernardelli dell’Università degli Studi di Perugia e Giorgio Grignaffini, direttore editoriale presso Taodue film (Mediaset Group) e docente alla Cattolica di Milano.</p>
<p>Il dialogo di Andrea Bernardelli e di Giorgio Grignaffini intorno alle serie TV si è incentrato sul funzionamento della macchina produttiva, sul significato di serie TV, sugli step che portano alla realizzazione di una fiction, sull’industria culturale quale settore in cui sono coinvolte diverse persone e personalità. Perché se il testo letterario gode di una certa ‘libertà’, pur nelle intenzioni del testo stesso, dell’autore e del lettore, come voleva Eco, la serie TV si confronta, necessariamente, con un percorso produttivo, fatto di step che interessano l’aspetto estetico, culturale, testuale dei racconti. In altre parole (semiotiche), si tratta di passaggi che ricostruiscono l’influenza di contesto e di testo. Poi… Poi ci sono i costi, una serie TV è molto esosa: mediamente una prima serata che dura all’incirca 100 minuti costa non meno di un milione di euro in Europa, mentre in America un’ora mediamente equivale a 4 milioni di dollari, con punte che arrivano fino ai 7. Si tratta di budget importantissimi. Perché, allora, si spende così tanto per una serie TV, considerando anche che c’è un’alternativa (comprare il prodotto, come un tempo facevano le TV commerciali italiane)? Le aziende si pongono il problema del ‘faccio o compro?’. Uno dei motivi che spinge le aziende a produrre una serie TV risiede nel fatto che, negli anni Novanta, la capacità delle serie internazionali di raggiungere un target ampio era diminuita. Era, infatti, cambiato il modo di fare TV: si cercava un target specifico, più giovane (15-49 anni). La TV italiana è ancora generalista ovvero è rivolta a un pubblico dal baricentro socio-demografico adulto. La TV, d’altronde, rimane un elemento centrale nella dieta mediale e sociale. Eppure, almeno in Italia, è tuttora generalista. Come, tuttora, il 30 % delle persone non usa Internet: la percentuale è degna di nota, perché coincide con circa 20 milioni di nostri connazionali.</p>
<p>Per contro, con le fiction, si può andare ad intercettare un target che, altrimenti, è meno interessato alle serie americane. Il cinema americano, dal canto suo, negli anni Novanta, si è spostato verso i teenagers. Ciò che è accaduto in Italia, e, più in generale, in Europa, è che la narrativa seriale si è adattata ai propri bisogni, subendo una transizione da un sistema televisivo pubblico a un sistema televisivo misto: se le TV pubbliche parlano ad un pubblico adulto, le TV commerciali si sono dovute rinnovare e hanno, dapprima, provato ad investire su fiction internazionali per poi arrendersi, cominciando a produrre serie TV. ‘Make or buy’? Comprare non era più efficiente, per cui il vantaggio editoriale e i risultati di ascolto hanno sollecitato a ‘fare’.</p>
<p>Ma dietro precise scelte editoriali e contenutistiche e di politica culturale ci sono diversi fattori che riguardano l’industria. Insomma, si deve produrre ciò che può essere efficace per il pubblico. Come nel caso di Rosy Abate, esempio di serie TV incentrata su una donna di mafia. Una decisione di questo tipo da quali logiche parte? ‘Tutto ha avuto origine da ‘Squadra antimafia’ – è stato il commento di Giorgio Grignaffini –, un poliziesco ambientato a Palermo e a Catania, che aveva al centro della storia alcuni poliziotti, che avrebbero dovuto occuparsi della cattura di un latitante. Il plot, dunque, si avvicinava alla cattura, ma, al contempo, vedeva scappare il latitante stesso in 600 minuti di racconto. Allora, si è costruito un racconto collaterale, un’altra storia, quella di una famiglia mafiosa che faceva parte della cosiddetta ‘mafia perdente’. Il poliziesco è diventato, dunque, sempre più un ibrido.  Rosy Abate è, allora, emblematica: non ha più un contraltare buono, è una cattiva seriale funzionale alla complessità della stessa trama narrativa. E alla ricorrenza di certe variabili e di alcuni atti combinatori tipici delle serie TV.</p>
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		<title>Quel luogo di incontro che è la poesia</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Oct 2019 12:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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		<category><![CDATA[Mirco Bonucci]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> Che cos’è la letteratura se non un Paese in cui si superano i confini delle singole lingue? Che cosa sono le letterature comparate se non un metodo, lo studio critico della letteratura da una prospettiva sovra-nazionale e trans-linguistica, che permetta di proiettare i testi nella cultura che li ha prodotti e di concepire la produzione ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Che cos’è la letteratura se non un Paese in cui si superano i confini delle singole lingue? Che cosa sono le letterature comparate se non un metodo, lo studio critico della letteratura da una prospettiva sovra-nazionale e trans-linguistica, che permetta di proiettare i testi nella cultura che li ha prodotti e di concepire la produzione letteraria come luogo di scoperta dell’altro? Che cos’è la traduzione se non l’anima di un coro di voci dialoganti, il tramite per la trasmigrazione di un testo da una lingua a un’altra? Che cos’è, infine, l’intertestualità se non una totalità di rifrangenze di un’esperienza letteraria in un’altra?</p>
<p>Un gioco di specchi, dunque, di superfici riflettenti. Una migrazione fra le lingue, una trasmutazione delle proprie radici e non una perdita. Perché, per Alda Merini, la poesia è il luogo degli incontri. E, allora, un reading poetico non è solo la semplice lettura di alcune poesie. È molto di più: si fonda sulla condivisione di un vero e proprio luogo, sia da parte del poeta, che da parte di chi quei versi li riceve, a più livelli, nell’atto dell’ascolto o della lettura.</p>
<p>Questo è ancora più vero se a promuovere un reading o, meglio, due momenti di lettura – momenti di condivisione inaugurali della stagione 2019-2020 della costituenda associazione di promozione sociale Umbrò Cultura, a seguito del successo di pubblico riscosso dall’evento <em>Poesiæuropa</em>, tenutosi nel luglio 2019 all’Isola Polvese e posto sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo ­– è un progetto culturale che, sin dal suo esordio nel 2017, ha voluto ricreare uno spazio, prima di tutto umano, che potesse offrire una sinergia fra la diffusione culturale, la ricerca, la didattica e i media (<a href="http://www.umbrocultura.com">www.umbrocultura.com</a>).</p>
<p>Dopo avere dedicato il primo evento della stagione a dialoghi e letture sulla poesia, lo scorso 8 ottobre, con i poeti Franco Buffoni, Andrea De Alberti, Pietro Cardelli e Andrea Donaera, Umbrò Cultura è tornato ad omaggiare, mercoledì 16 ottobre, nella sala Muro Etrusco di Umbrò, a Perugia, la poesia contemporanea con le poetesse Ilana Eleá (Svezia/Brasile), Mia Lecomte (Francia/Italia), Maria Borio (Italia) e Vera Lucia de Oliveira (Brasile/Italia). Il reading, coadiuvato dal patrocinio dell’Università degli Studi di Perugia e da CILBRA (Centro di Studi Comparati Italo-Luso-Brasiliani) è stato, infatti, dedicato al crocevia internazionale di voci poetiche diverse, comparate per il tramite della traduzione. Traduzione da una lingua all’altra – dall’italiano al portoghese e viceversa –, traduzione delle emozioni in parola poetica, traduzione delle emozioni e delle parole in musica, con la chitarra del musicista Mirco Bonucci.</p>
<p>Un incontro posto fuori dalle mura accademiche (da cui, pure, alcune delle quattro autrici provengono), in cui far dialogare tra loro poetesse che passano per l’Umbria, attratte dalla terra di San Francesco e di Sandro Penna, e convinte che, scrivendo in lingue diverse, si possano attraversare le frontiere. Specie quando a tradurre i testi sono gli stessi studenti del Dipartimento di <em>Lettere, lingue, letterature e civiltà antiche e moderne</em> dell’Università degli Studi di Perugia. CILBRA, poi, il Centro di Studi Comparati Italo-Luso-Brasiliani, dal 2016 organizza congressi a riguardo, sia in Italia che in Brasile, promuovendo anche la pubblicazione di antologie di poeti contemporanei.</p>
<p>Dalla <em>Sequenza di Fibonacci</em> a <em>Il settimo ritorno</em>, la poesia di Ilana Eleá, insiste sui temi delle radici, delle forme di riconoscimento, della frontiera, mentre la produzione letteraria di Maria Borio – il riferimento è a <em>Trasparenza</em>, edito nel 2019 da Interlinea nella collana di poesia a cura di Franco Buffoni – riflette sulla funzione degli schermi, delle superfici vitree, della trasparenza, appunto, in ambito politico, filosofico, culturale <em>tout-court</em>. La trasparenza vuole essere netta o racchiude un doppio fondo? Di certo coincide con una visione pura e impura al contempo, su cui si riverberano le relazioni umane di oggi, le linee di confine che separano gli orizzonti verticali, le storie scomposte in sagome che fanno cortocircuito, i quartieri multietnici delle città, il tema dell’accoglienza. Scrive in italiano, Mia Lecomte, nonostante le sue origini francesi, a seguito di un percorso a zig-zag che l’ha condotta in Italia: lo fa, Mia Lecomte, intessendo testi che trasfigurano la dimensione quotidiana in una dimensione trascendentale, fatta di dialoghi insoliti, stanze della casa lontanissime tra loro, luci che non devono separare ciò che il vuoto dell’io poetico ha unito. È docente di <em>Letteratura portoghese e brasiliana</em> all’Università degli Studi di Perugia, Vera Lucia de Oliveira: nonostante padroneggi perfettamente sia l’italiano che il portoghese, non mescola le due lingue, in quanto, dal suo punto di vista, un testo nasce in una data lingua. La sua selezione si è incentrata sulla riflessione sul dolore, sulla notte ‘mangiata’, senza fare rumore, dai personaggi di carta che popolano i suoi versi, sulla luce che goccia dal tetto in riflessi gialli, sullo scolo dell’universo, sul bisbigliare dei becchi delle rondini, sull’assenza di tracce e di ombre.</p>
<p>Immagini, queste, che sono migrate da un testo all’altro, da una lingua all’altra. Se è vero che la poesia è la traduzione di emozioni in parole, che la traduzione è l’anima di un coro di voci dialoganti, che l’intertestualità è una totalità di rifrangenze di un’esperienza letteraria in un’altra.</p>
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		<title>‘Poesiaeuropa’, il senso di un dittongo</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jul 2019 13:41:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Trasimeno. </span> ‘Die Urhen gehen überall anders / die Urhen gehen überall falsch. / Von einer Mähre gezogen, die Kutsche / braucht einen Tag länger aus Frankfurt. / Wir stehen unter dem Blattwerk / in den Händen glänzt Steinobst. / Die trockenen Früchte am Gaumen / in den Händen fiebert das Glas’. ‘Ovunque gli orologi sono diversi / ovunque gli orologi funzionano male. / Trainata da una cavalla, la carrozza / ci impiegherà un altro giorno ad arrivare da Francoforte. / Viaggiamo sotto le fronde / nelle mani brillano dei noccioli. / La frutta secca accarezza il palato / nelle mani del vetro febbricitante’. <em>Brentano a Lagenwinckel</em> del poeta berlinese Tom Schulz. A rappresentare l’Europa in una piccola isola sospesa su un piccolo lago, la notte del 13 luglio, col cielo trapuntato di stelle e di una luna intera, di stagione, col vento che cambia le direzioni. Perché l’Europa può rifarsi un’anima, proprio muovendo dalle voci della poesia. In principio era il mito. La rappresentazione del Vecchio Continente attinge al racconto della giovane Europa, figlia del re dei fenici rapita dal toro-Zeus. E, poi, ai rivoli mitologici delle storie dei suoi fratelli, approdati su terre ignote con l’intento di scoprirle, conoscerle, colonizzarle. Mettendosi in movimento, incrociando nuovi popoli e culture. Dall’aggettivo <em>europico</em>, coniato da Boccaccio con riferimento al Mediterraneo, all’<em>europaeus</em> di Piccolomini, termine che designa l’unità ideale, politica e culturale, su cui poggia la <em>respublica</em> <em>literaria</em> europea. Da Muratori a Voltaire, da Defoe a Swift, fino alla Giovine Europa di Mazzini, molti sono stati gli intellettuali che hanno riflettuto sull’idea di Europa. Solo per citarne due: Elias Canetti (<em>La lingua salvata. Storia di una giovinezza</em>, Milano, Adelphi, 1995) e Claudio Magris (<em>Danubio</em>, Milano, Garzanti, 1986). Se quella che emerge dal primo romanzo è ‘un’Europa dell’anima’ e ‘delle lingue’, con riferimento ad una nozione di spostamento che è, insieme, un’evoluzione e un ritorno alle origini, la seconda raccolta di racconti, scaturiti attraversando l’Europa centro-orientale e seguendo il corso del fiume e della cortina di ferro, affonda le proprie radici sul <em>Grand Tour</em>, pur stravolgendo il <em>cliché</em> letterario classico in funzione delle molte identità conosciute, unite e divise da quell’unico corso d’acqua dagli innumerevoli nomi e nel quale ci si può bagnare due volte. Testimone, come è stato, di eventi storici che il volto dell’Europa l’hanno cambiato davvero. ‘In un crogiolo che non cessa di ribollire, amalgamare, fondere, bruciare, consumare’.</p>
<p>E, allora, la poesia di Tom Schulz può essere a pieno titolo inserita in questo crogiolo che ribolle, amalgama, fonde, brucia, consuma. Come la sua, anche altre poesie di numerosi poeti europei. Per raccontare le radici umanistiche e spirituali dell’Europa e creare visioni per il futuro. La sera del 13 luglio, nella suggestiva cornice del monastero di San Secondo, un tempo abitato da monaci dell’ordine degli Olivetani, questa poesia di Tom Schulz è stata letta dal poeta tedesco e il testo, in una traduzione di servizio in italiano realizzata dagli studenti della Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia, è stato proiettato davanti a un nutrito pubblico che ha raggiunto l’Isola Polvese sul lago Trasimeno per partecipare all’evento Poesiaeuropa, promosso dal progetto culturale Umbrò Cultura e posto sotto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo. Come questa, altre poesie sono state lette e tradotte dagli studenti di Mediazione Linguistica in occasione delle letture pomeridiane e serali che si sono tenute sull’isola e che hanno registrato la partecipazione, tra gli altri, dei poeti Lorenzo Chiuchiù, Giulia Martini, Sara Ventroni, Anna Maria Farabbi, Nick Laird, Laura Pugno, Marko Pogakar, Luigia Sorrentino, Tom Schulz, Jan Wagner, William Wall.</p>
<p>E proprio il reading ha concluso la giornata del 13 luglio, Poesiaeuropa, che ha saputo raccontare il significato ultimo di un dittongo, del binomio tra poesia e Vecchio Continente e che è stata promossa dalla costituenda associazione di promozione sociale Umbrò Cultura in collaborazione con Umbrò e con il Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria, il quale ha offerto i propri spazi per lo svolgimento di questa iniziativa, la più importante del progetto culturale ideato da Maria Borio, nei suoi due anni di attività (per gli eventi promossi durante il biennio 2017-2019  si rinvia al sito internet <a href="http://www.umbrocultura.com"><em>www.umbrocultura.com</em></a> e ai canali social del progetto culturale: pagine Facebook, Twitter, Instagram). La giornata del 13 luglio, suddivisa in momenti di dibattito, traduzione e reading, posta sotto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo, patrocinata da ventisette prestigiosi enti ed istituzioni europee, tra cui la Provincia di Perugia – ente proprietario dell’Isola Polvese –, l’Università degli Studi di Perugia, la UPTER di Roma, la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia, l’Accademia di Ungheria e il Goethe Institut, e supportato dalle associazioni Metanoia (che ha realizzato il video-promo-trailer dell’evento), La Balena Bianca, CaLibro, Medium Poesia e SettePiani, si è posto come obiettivo primario una riflessione democratica sull’unità dell’Europa.</p>
<p>‘Si tratta di un evento unico nel suo genere, non solo in Italia, ma anche nel panorama europeo – è stato il commento di Maria Borio, poetessa, dottore di ricerca in <em>Letteratura italiana</em>, redattrice di <em>Nuovi Argomenti</em> e ideatrice del progetto, in occasione della presentazione che si è tenuta la mattina del 13 luglio negli spazi del Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria –. Un’iniziativa, questa, che vuole portare a una viva discussione sulla situazione culturale e politica europea partendo dalle voci della poesia, per riconsiderare il valore delle radici umanistiche e spirituali dell’Europa e costruire, insieme, visioni per il futuro, muovendo proprio da questa piccola isola e da questo lago. ‘Poesiaeuropa’ – ha proseguito Maria Borio dopo avere ringraziato Umbrò, il Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria, il comitato scientifico e quello di redazione di Umbrò Cultura per avere supportato l’iniziativa e la Provincia di Perugia (l’Isola Polvese è di proprietà di questo ente) per avere, tra gli altri, patrocinato l’evento – è nata da una scommessa, da una mia idea, dalla necessità artistica, ma anche politica, di mettere in rapporto la <em>comunitas Italiae</em> della poesia con quella europea. Si tratta solo del primo di una lunga serie di passi verso la costruzione di progetti futuri. A fine giugno è arrivata, poi, la lettera, la mail di risposta e di accettazione della mia richiesta di patrocinio direttamente dal Parlamento Europeo’. ‘Sono arrivato a Perugia nel settembre del 2016 – è stato il commento di Stefano Giovannuzzi dell’Università degli Studi di Perugia (una delle istituzioni che ha patrocinato l’evento) e membro del comitato scientifico di Umbrò Cultura –. Avevo conosciuto Maria Borio un anno prima a Torino e questo incontro ha sancito l’inizio di una collaborazione. Credo, infatti, che l’Università debba istituire un rapporto forte con le associazioni culturali e con la società civile. Da qui, lo stretto rapporto tra l’Ateneo perugino e le iniziative promosse dal progetto Umbrò Cultura, iniziative che ruotano attorno a temi cruciali del contemporaneo’.</p>
<p>Alla presentazione del progetto sono seguiti momenti di dibattito, traduzione e reading, che hanno coinvolto tutti i numerosi intellettuali presenti all’Isola Polvese e provenienti da varie parti del continente europeo, e, in alcuni casi, da quello americano: Yari Bernasconi (Svizzera), Petr Borkovec (Repubblica Ceca), Jacob Blakesley (USA), Vera Lúcia de Oliveira (Brasile), Albane Gellé (Francia), Nick Laird (Irlanda), Giorgi Lobzhanidze (Georgia), Miguel Manso (Portogallo), Vicente Luis Mora (Spagna), Els Moors (Belgio), Eiléan Ní Chuilleanáin (Irlanda), Marko Pogačar (Croazia), Tom Schulz (Germania), Jan Wagner (Germania), William Wall (Irlanda), e, dall’Italia, Franco Buffoni, Elisa Biagini, Maria Grazia Calandrone, Stefano Dal Bianco, Andrea Inglese, Federico Italiano, Laura Pugno, Antonio Riccardi, Luigia Sorrentino  e altri.</p>
<p>Alla tavola rotonda moderata da Federico Italiano hanno partecipato Franco Buffoni, Elisa Biagini, Andrea Inglese, Jakob Blakesley, Vera Lúcia de Oliveira, Nunu Geladze, Giorgi Lobzhanidze, Jan Wagner, Eiléan Ní Chuilleanáin e Stefano Giovannuzzi. Un dialogo sulla traduzione, in primo luogo della poesia europea, il loro, sul senso di creare in un altro linguaggio come ha affermato Federico Italiano. Ma anche sul fatto che, come sosteneva Benedetto Croce, citato da Franco Buffoni, i poeti siano intraducibili: da qui, l’importanza di una traduzione di rispetto, ben diversa da quella di servizio, una traduzione che rispetti, appunti, il movimento della lingua del testo di partenza che si dilata nello spazio-tempo e che intessa elementi quali l’intertestualità, la trasformazione in un altro testo, questioni stilistiche e, non da ultimo, il potere di rivivere le cose in un altro modo. Perché c’è un linguaggio del corpo ed un corpo del linguaggio, come ha evidenziato Elisa Biagini, una possibilità di ricreare lo spazio della poesia attraverso la traduzione. ‘Why I need to translate a poetry text?’ è stato il titolo della comunicazione presentata da Andrea Inglese, che ha focalizzato la sua attenzione sulla seconda via della traduzione, quella delle amicizie poetiche coltivata dalle avanguardie artistiche. La traduzione è una modalità di lettura più compiuta: leggere un testo tradotto significa aprire due dimensioni, di critica letteraria e di giudizio, sulla base di una distanza dal testo nella traduzione e di una operazione ermeneutica. Non si tradisce il testo di partenza: a volte si tradisce quello di arrivo, perché ciò che si identifica nella lingua di partenza consente di smontare degli automatismi lirici ed estetici della lingua di arrivo. È questa l’operazione che deve avere compiuto Jakob Blakesley nel suo <em>Translating Italian Poetry</em>, muovendo, ad esempio, dalla poesia di Caproni, Sanguineti e Buffoni, e arrivando a decodificare le differenze epistemologiche sottese al rapporto tra testo originale e testo tradotto. C’è anche una alterità nella traduzione ed è quella che è stata sottolineata da Vera Lúcia de Oliveira, la quale non traduce mai ciò che studia da poco tempo: questo perché non è possibile passare dal processo creativo a quello analitico in breve tempo. Esiste una differenza sostanziale tra scrittura poetica e traduzione, in quanto la prima sottende una epifania, mentre la seconda una analisi intuitiva profonda, uno stato di coscienza allargata. La traduzione come operazione che porta fuori da se stessi e come una approssimazione ed operazione utopica si colloca anche alla base del lavoro del poeta georgiano Giorgi Lobzhanidze e della sua traduttrice Nunu Geladze, intenti a non tradire il testo di partenza, a dire quasi la stessa cosa, come voleva Umberto Eco. Dire quasi la stessa cosa anche tenendo conto, da un lato, dei <em>linguistic devices</em>, come ha ricordato Jan Wagner, che nell’atto della traduzione vede una transazione di culture, un giocare con le figure della lingua, incluse le frasi idiomatiche, dall’altro lato del fatto che la traduzione rappresenti un’esperienza anche per il lettore, come ha detto Eiléan Ni Chuilleanáin, facendo leva sul concetto di movimento da parole a parole. Non da ultimo, come ha rimarcato Stefano Giovannuzzi, storicamente la traduzione, specie nell’alveo della situazione italiana, molto rigida e basata sull’asse Petrarca-Leopardi, è diventata la chiave di volta per creare un varco e riposizionare la poesia. Si pensi al surrealismo spagnolo e a quello francese: in momenti di grossa crisi dislocare altrove il discorso è diventato la via per i poeti italiani di uscita da una sorta di stallo, sia negli anni Quaranta, che negli anni Settanta, quando si è cercata una via di fuga dalle secche della poesia italiana, invischiata nella tendenza classicista.</p>
<p>Le due sessioni pomeridiane, dedicate a ‘Dialoghi sull’Europa’, moderate da Italo Testa e da Lorenzo Cardilli e rappresentate da Maria Borio, Albane Gellè, Federico Italiano, Vicente Luis Mora, Laura Pugno, Jan Wagner, William Wall, Italo Testa, Giorgi Lobzhanidze, Yari Bernasconi, Maria Grazia Calandrone, Eiléan Ní Chuilleanáin, Massimo Gezzi, Miguel Manso, Matteo Marchesini, Valerio Massaroni, Els Moors, Petr Borkovec, Marko Pogakar e Tom Schulz, si sono incentrate sull’attuale situazione politica e culturale del Vecchio Continente da diversi punti di vista. Dalla necessità di immaginare un futuro che muove da una piccola isola di un piccolo lago per rifondare la repubblica delle lettere, uno spazio intellettuale in cui dare voce ad una Europa creata dai poeti, lontana dall’intolleranza e abitata da una forte coscienza identitaria data anche dall’importanza della connessione e dei <em>global balances</em> ai concetti di comunità e di eredità culturale, che fanno sì che la poesia venga interpretata come possibilità <em>altra</em> di percezione e di abbattimento delle frontiere, e la traduzione come transazione di identità politiche, culturali e religiose (il riferimento, è, ad esempio, al caso della Georgia, crocevia di culture fra Est e Ovest). Dalla concezione della lingua come parte di identità culturale, immaginando confini e differenze naturali, ma non antropologiche e concependo la traduzione come potere di trasportare nuclei culturali all’opposizione al radicalismo <em>nonsense</em>, in una sorta di eco collettiva e di condanna di ogni forma di dogmatismo, nel tentativo di mostrare, con la poesia, ‘le cose come sono’, di mettere insieme parole che per secoli non sono state insieme’. E, ancora, dalle radici spirituali ed umanistiche dell’Europa, che sono, insieme, culturali e politiche, all’incontro tra differenti culture, ammiccando anche a fatti di un’attualità stringente, come il caso-Brexit e quello di Carola Rackete, passando per gli anfratti della poesia, i suoi non detti, i suoi spazi da riempire, che altrimenti rimarrebbero schiacciati da altri linguaggi, il senso di umanità che ne traspare nella direzione di una identificazione con l’altro. Perché l’arte, come ha detto Massimo Gezzi citando Laura Pugno, ha bisogno di poco: di un corpo e di una voce. E, poi, del viaggio, dell’armonia, del problema dello spazio come lingua, del cambiamento.</p>
<p>Soffiava un vento leggero, la sera di sabato 13 luglio, un vento che cambiava le direzioni. Verso l’Europa, concepita come uno spazio mentale in cui l’uomo rifiuta il dogma. Non è forse un caso, allora, se il Parlamento Europeo abbia scelto di patrocinare iniziative come questa: l’Europa deve rifarsi un’anima. E può partire dalla poesia, dalla piccola isola di un piccolo lago.</p>
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		<title>Quell’arte non garantita</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2019 10:39:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> ‘Quello che a me interessa – ha dichiarato Keith Haring, disegnatore dell’orologio per la Swatch, divenuto oggetto di culto – è che i miei disegni potrebbero espandersi su qualsiasi superficie; i miei disegni potrebbero essere disegnati su qualsiasi supporto o materiale, come i geroglifici egizi, i pittogrammi maya o indios’. ‘La sua bomboletta bianca – commenta Angela Vettese – disegnava con incredibile talento grafico bambini radianti, cani, televisori con le gambe, donne incinte e, in generale, figure concepite come inno alla vita e animate da un ansioso <em>horror vacui</em>’. Un linguaggio semplice, il suo, sintetico, mai semplicistico, influenzato dall’opera di Twombly, dalla scrittura automatica surrealista, dal gestualismo di Pollock, e in grado di rendere visivamente ciò che è stata la musica rap per una generazione di giovani americani vissuti nella seconda metà del Novecento: ‘la possibilità di parlare di qualunque cosa senza scrivere un testo preconfezionato (…), l’abolizione del <em>refrain</em> in favore della centralità del solo ritmo, ossessivo e tribale’.</p>
<p>Al ritmo, ossessivo e tribale, che informa di sé il graffitismo, e, più nello specifico, alla possibilità comunicativa insita nella Street Art è stata dedicata la tavola rotonda, promossa dall’associazione culturale AboutUmbria e dal progetto Umbrò Cultura e coordinata da Matteo Piselli – ideatore di una App 1.0 di censimento delle opere d’arte umbre – che si è tenuta, giovedì 16 maggio, nella rinnovata sala-libreria di Umbrò, in via S. Ercolano 2, a Perugia.</p>
<p>L’idea è nata dalla consapevolezza che le nuove generazioni, dettando regole e tendenze, danno vita a nuovi modi di comunicare o di reinterpretare il linguaggio. Interpretare e comprendere il linguaggio della Street Art significa entrare in contatto con le aspettative di un’intera generazione e tentare di rispondere ai seguenti quesiti: si può giungere ad un decoro urbano attraverso la Street Art? Quali sono le differenze tra Street Art spontanea e Street Art su commissione? I musei urbani all’aperto possono riqualificare le città? Come viene percepita la Street Art dai cittadini? Quali sono i punti di contatto tra arte contemporanea e Street Art? La tavola rotonda ha registrato la partecipazione di artisti e di esperti nel campo della comunicazione e dell’arte. ‘Intendiamo mettere nella stessa stanza artisti, curatori, esperti del settore e persone’ è stato il commento di Matteo Piselli, che ha esordito affermando che, spesso, la Street Art è vista come una non-arte, come un insieme neanche troppo sistematico di ‘muri imbrattati’.</p>
<p>Così, stando alle testimonianze degli artisti presenti durante la prima sessione del dibattito – Ache77, Maqcèd, Ob Queberry Artwork, Il coffee –, non è. Da via Sicilia alla zona della stazione di Fontivegge, l’arte per Maqcèd e per la sua bomboletta, bomboletta che ha prestato anche per la realizzazione di un’opera a Ponte San Giovanni in collaborazione con Mp5, è, anzitutto, una questione identitaria, di ricerca personale di quegli spazi spesso non concessi dall’amministrazione e che gli artisti si contendono, passando, inevitabilmente, a volte, dal muro alla tela. Con la speranza di tornare al muralismo. Da Londra a Urbino, passando per Spoleto, le opere di Ob Queberry Artwork – fra cui lo Zoo urbano o Mask, riconoscibilissime nella loro cifra stilistica e con l’unico intento di ‘occupare una via’ – recano la stessa firma da dodici anni: uno pseudonimo, il suo, un nome inventato, ‘un po’ come quando Gigi Proietti finge di parlare in inglese’. Da Marsciano a Foligno a Bastia, l’arte de Il coffee è disseminata un po’ in tutta l’Umbria, attingendo a ciò che a lui ‘piace, dall’arte classica allo sport al cinema’. E non è, allora, un caso, se le nature morte del Caravaggio vengano sostituite dal McMenu o se, lungi dalla blasfemia, le Madonne di sconosciuti pittori siano modificate dall’inserzione di emoticon. Follonica, una delle terre promesse del lavoro di Ache77, per cui la serialità nella riproduzione del volto di una figura femminile, sempre lo stesso, coincide con il riproporre lo stesso soggetto in contesti diversi. ‘Lo stesso soggetto – ha dichiarato l’artista rumeno – in contesti diversi cambia, così come cambia se vengono applicate tecniche diverse o se viene eseguito su diverse superfici’.</p>
<p>Che dire, poi, del rapporto fra arte spontanea e arte su commissione, alla luce del fatto che anche alcuni lavori commissionati sono Street Art? Che dire, ancora, dei giovani artisti cresciuti con lo sviluppo del marketing e della pubblicità? Dell’ipercontemporaneità, della mancanza di filtri, a fronte dei musei, intrinseca nelle aree dismesse, nelle fabbriche abbandonate, dove, spesso, campeggiano opere di Street Art? C’è un alfabeto per la Street Art? Un legame con la serialità, ad esempio, delle avanguardie artistiche? Se esiste un manifesto per il graffitismo, la Street Art attinge a varie tecniche, non può essere ridotta ad un manifesto con funzione estetica: attinge alla litografia, alla silografia, ad esempio, e con una stessa bomboletta si possono realizzare fino a tre copie di un’opera.</p>
<p>La seconda sessione della tavola rotonda ha visto la partecipazione di curatori e di membri di associazioni, che hanno discusso sul ruolo della Street Art nella comunicazione dell’arte. Se la Pro-loco di Collazzone ha indetto un bando di concorso per riqualificare lo spazio urbano attraverso la Street Art e il muralismo – i murales su commissione, destinati ad aggiornare l’offerta culturale, devono ruotare attorno all’argomento ‘acqua, terra, cibo’ e le candidature possono essere presentate fino al prossimo 31 maggio –, è intervenuta nel dibattito anche Giulia Paciello di Comma Art City Project, progetto che, a partire dal 2012, ha portato , da piazza del Bacio a Monteluce, la Street Art nel capoluogo umbro, con il coinvolgimento di artisti e writers internazionali, che hanno saputo cambiare e valorizzare alcuni scorci della città, esplorando e ridefinendo il tessuto cittadino in un laboratorio a cielo aperto e in un work in progress su scala urbana. Gli interventi di Matteo Bidini (Street Levels Galleria di Firenze) e del critico d’arte Andrea Baffoni hanno focalizzato, rispettivamente, l’attenzione sulla funzione del contro-messaggio che può avere, ad esempio, la sovversione della pubblicità, da cui gli utenti e i consumatori sono letteralmente ‘bombardati’, e sull’importanza dell’interazione fra arti diverse, in un contemporaneo ‘girotondo delle muse’. Muse, che fanno il girotondo anche negli iperluoghi della contemporaneità come gli outlet: di recente, Andrea Baffoni ha curato una mostra d’arte contemporanea a Valdichiana, ‘perché la Street Art è libera, clandestina, non garantita dai musei e perché, quando diventa commerciale, si riduce a un mero brand, perdendo quel sentimento di sfida che la connota’.</p>
<p>E, allora, la si colloca in un iperluogo in cui non è richiesta. In cui può espandersi su qualsiasi superficie, come voleva Keith Haring. Come un inno alla vita e come un modo per contrastare l’<em>horror vacui</em>.</p>
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		<title>L’argilla della musica</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2019 21:35:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> Messaggeri di informazioni sugli oggetti che ci circondano. Entità evanescenti. Guide alla percezione uditiva, sentieri di un percorso attraverso vibrazioni atte a produrre sensazioni e dinamiche immersive, di ascolto. Ma anche l’argilla della musica, una materia da scolpire, da plasmare. I suoni sono questo. Ci sono aspetti che interessano il colore, la forma, la parola, ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Messaggeri di informazioni sugli oggetti che ci circondano. Entità evanescenti. Guide alla percezione uditiva, sentieri di un percorso attraverso vibrazioni atte a produrre sensazioni e dinamiche immersive, di ascolto. Ma anche l’argilla della musica, una materia da scolpire, da plasmare. I suoni sono questo. Ci sono aspetti che interessano il colore, la forma, la parola, un tipo di percezione più familiare. Anche se, spesso, la familiarità risulta essere latente. Specie quando ci si chiede cosa sia il suono prima della musica, nella categoria dello spazio-tempo.</p>
<p>All’<em>auscultazione</em> di un tema inedito, come quello dell’esperienza uditiva, vale a dire del rapporto del suono con la percezione della realtà, è stato dedicato il secondo incontro del mese di marzo del progetto Umbrò Cultura. A guidare il pubblico in questa indagine, dal titolo ‘Il suono. L’esperienza uditiva e i suoi oggetti’, sono stati, il 28 marzo, nella sala libreria di Umbrò, in via S. Ercolano 2, a Perugia, il compositore Marco Momi – dopo aver studiato pianoforte, direzione d&#8217;orchestra e composizione a Perugia, Strasburgo, L&#8217;Aja, Roma, Darmstadt e Parigi, ha lavorato, presso l&#8217;IRCAM, dal 2007 al 2010. Ha ricevuto, per i suoi lavori, numerosi premi internazionali, come il Kranichsteiner Music Prize della città di Darmstadt. I suoi lavori sono eseguiti da Ensemble Intercontemporain, Nikel, PHACE, ASKO, Trio Accanto e in festivals come ManiFeste Paris, Warsaw Autumn, Bang on a Can New York. Dal 2008 è docente presso Conservatori italiani –, Vincenzo Santarcangelo &#8211; insegna al Politecnico di Torino, è membro del Labont &#8211; Università degli Studi di Torino e si occupa di filosofia della percezione, filosofia della musica ed estetica. Scrive di musica per il Corriere della Sera, la Lettura, il giornale della musica e Artribune e da Elvira Di Bona, in collegamento via Skype da Gerusalemme &#8211; ricercatrice alla Polonsky Academy del Van Leer Institute di Gerusalemme. Ha conseguito il Dottorato in <em>Filosofia e Scienze cognitive</em> presso l’Università Vita-Salute San Raffaele (Milano) e l’Institut Jean Nicod (Parigi). Si è diplomata all’Accademia nazionale di alto perfezionamento di studi musicali di Santa Cecilia –. Vincenzo Santarcangelo è autore, con Elvira Di Bona, dell’omonimo libro editato, a Milano, nel 2018, per i tipi di Raffaello Cortina.</p>
<p>‘Chi si avvicina la musica – è stato il commento di Marco Momi – lo fa per una dinamica immersiva, di ascolto. Oppure il suo può essere un contatto di natura secondaria con la musica attraverso un’esperienza di lettura o di approfondimento. Di rado si entra in contatto con le riflessioni che hanno a che fare con la materia in sé, toccando l’argilla dell’argomento e gli aspetti del colore, della forma, della parola, della percezione che rende il suono più familiare. Questa familiarità è, infatti, spesso latente. Il libro <em>Il suono. L’esperienza uditiva e i suoi oggetti</em> spiega al lettore cos’è il suono prima della musica: i riferimenti musicali, per quanto puntuali, sono limitati. Ci si concentra sul suono, sullo spazio, sul tempo, su cosa sentiamo e su come sentiamo’.</p>
<p>‘Cosa significa essere compositori, oggi?’ – è stata la domanda di Vincenzo Santarcangelo, che ha parlato ‘da ascoltatore perennemente insoddisfatto delle etichette affibbiate alla musica classica e contemporanea o di quelle discografiche di nicchia’. Ci sono i suoni. E poi ci sono gli oggetti musicali, come quelli che campeggiano sulla copertina del libro, che ritrae una natura morta con chitarra. La parola ‘oggetto’, filosofica, risulta problematica quando la si accosta al senso dell’udito, a dire il vero non molto indagato dalla filosofia, fatta eccezione per Pitagora o Aristotele. ‘Ci siamo fermati – ha proseguito Santarcangelo – là dove interveniva il musicale, anche perché tutti i suoni sono potenzialmente musicali, anche se ad alcuni offriamo un maggiore trattamento di favore. Intendevamo occuparci della percezione uditiva: mancava, infatti, in Italia un libro che parlasse del sistema uditivo e di come questa facoltà ci mettesse in contatto col mondo. Il suono è l’argilla della musica, una materia da scolpire, da plasmare, come altre materie fisiche’.</p>
<p>‘Anche questo è un evento sulla metafisica del suono, su come possiamo percepirlo’ – ha affermato Elvira Di Bona, che ha fatto leva sul fatto che i compositori riescano a scolpire il suono anche da un punto di vista estetico. Da filosofa, cerca di capire perché voglia dare una definizione alle cose. Ma, quando si tratta di musica, lei stessa dichiara che la tendenza sia quella di esentarci dal dare una risposta. Anche perché al suono si aggiunge il silenzio, la pausa. Il silenzio si può ascoltare? ‘Il silenzio – è stata la risposta di Momi – è un elemento centrale, perché permette una dinamica di valorizzazione’. Il suono può essere isolato, si può lavorare sulla sua tenuta, per ‘stirarlo’ o per farlo esaurire. Poi ci sono altri due aspetti di fondamentale importanza: l’alterità dell’ascolto e la temporalità, condizione tangibile di fondo, quest’ultima, per chiunque voglia scrivere di musica. Il suono vive in una dinamica di temporalità, in quanto entità visibile, analizzabile, scomponibile, ma anche complessa, a causa dell’altra sua natura: atemporale. Temporalità e atemporalità del suono, dunque. Il compositore, dal canto suo, non manipola il suono, ma la percezione del suono, che interessa aspetti cognitivi e mnemonici, come in un gioco di lenti. La musica, in fondo, ‘è tutto ciò che si ascolta con l’intenzione di ascoltare musica’. Musica che crea un cambiamento, sia in chi la scrive, che in chi la ascolta. ‘Il suono è un’entità temporale – è stato il contro-canto di Santarcangelo – in quanto rientra nella categoria degli eventi: è fuggevole e non è afferrabile, se non servendosi di stratagemmi, come quello di farlo diventare un’immagine, un oggetto sonoro, staccandolo dalla fonte che l’ha generato’. Vedere il violinista che suona o il legno del violino e associare il suono di questo strumento alla sua fonte di origine ci capita di rado, ormai.</p>
<p>Ma non nel caso, ad esempio, di <em>Sensate Focus</em> di Alexander Schubert, in cui lo strumento viene percepito sia dalla vista che dall’udito. Questo va ad avvalorare un trend delle scienze cognitive, che tendono a ricollegare il suono alla fonte, attivando molteplici esperienze sensoriali, una sinergia fra i sensi, una interazione fra modulo visivo e modulo uditivo. Perché l’oggetto percettivo è uno. E perché, se possiamo chiudere gli occhi, ‘le orecchie non hanno palpebre’. Eppure, possono cogliere la matericità dell’argilla della musica: il suono.</p>
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		<title>‘L’elefante nella stanza’</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Mar 2019 21:06:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> ‘1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerarietà. 2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. 3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> ‘1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerarietà. 2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia. 3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno. 4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… Un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della <em>Vittoria di Samotracia</em> (…). 10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria (…). 11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere e dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne (…)’. Lo scrive, Filippo Tommaso Marinetti, sul primo manifesto del Futurismo apparso su «Le Figaro» il 20 febbraio 1909. Lo scrive con un contenuto più ideologico che artistico. Lo scrive, infine, per esaltare la modernità, la macchina, la tecnica, la città industriale. E i giovani e la gioia della distruzione della tradizione e del passato, delle biblioteche, dei musei, di una cultura asfittica che corrompe le città antiche e ‘venerate’.</p>
<p>A 110 anni di distanza il progetto Umbrò Cultura (<a href="http://www.umbrocultura.com">www.umbrocultura.com</a>) ha omaggiato, con un doppio incontro che si è tenuto il 13 marzo, il movimento d’avanguardia che fece della velocità, dell’estetizzazione diffusa insita nella modernità e della distruzione della cultura arroccata sulla torre d’avorio i propri cavalli di battaglia (o le proprie macchine ruggenti). Non è un caso, allora, che tra i libri presenti nella Sala Libreria di Umbrò, in via S. Ercolano 2, a Perugia, ed editati dal Formichiere, si sia incappati nella veemente pagina del settimanale <em>Futurismo</em>, editata il 5 marzo 1933. Il titolo dell’apertura è eloquente: ‘Per la riconquista di un nostro primato mondiale’. Un sogno, questo, perseguito da molti fautori del movimento.</p>
<p>In occasione del seminario ‘Futuro anteriore’ promosso da Umbrò Cultura, Paolo Valesio &#8211; nato nel 1939 a Bologna, è critico letterario, saggista, poeta e narratore. Dirige la rivista «Italian Poetry Review – IPR», presso la Columbia University (di cui è professore emerito). Per il complesso della sua opera poetica ha ricevuto, tra gli altri, il Premio ‘Civetta di Minerva’ (Starze di Summonte, Avellino, 2018) – e Sandro Gentili – nato nel 1954, è professore ordinario di letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Perugia. La sua area di ricerca va dalla letteratura realistica del Settecento fino alla poesia e alla critica letteraria del primo Novecento – hanno dialogato sul Futurismo. È seguita una cena, nella sala ristorante di Umbrò, con menù ispirato a <em>La cucina futurista</em> di Marinetti e Fillìa, rieditata integralmente dal Formichiere nel 2018.</p>
<p>‘Siamo a 110 anni dalla pubblicazione del manifesto francese di Marinetti. 110 anni dalla nascita del Futurismo e 110 anni dalla morte del Futurismo’ è stato il commento del professor Sandro Gentili, che ha ripercorso la vita intensa, ma breve del movimento nato alla vigilia della Grande Guerra e deceduto dopo la Grande Guerra. In linea con la durata canonica di ogni movimento d’avanguardia: all’incirca 10 anni. Ma gli studi condotti sul movimento ne hanno dilatato la portata, sia dal punto di vista cronologico che dal punto di vista geografico: il riferimento è alle ricerche di De Maria e a quelle del gruppo ’63, ma anche alle mostre sul Futurismo allestite a Ravenna, a Firenze, a Perugia e a Terni. Milano resta il punto geografico principale, ma ampio spazio è da riservare a Firenze, alla Roma futurista e al luogo figurato del Futurismo esoterico.</p>
<p>Il professor Paolo Valesio, dal canto suo, si è soffermato sull’aspetto letterario delle immagini-chiave che hanno connotato il Futurismo, più che su quello strettamente filologico. ‘Sono d’accordo – ha esordito – con il fatto che la vita del Futurismo sia continuata almeno fino agli anni Quaranta del secolo scorso’. Ha, poi, fatto leva sulla differenziazione di Papini tra Futurismo e Marinettismo. Elementi propri del movimento d’avanguardia si possono identificare partendo da una attenta analisi del manifesto pubblicato nel 1909, in cui Marinetti parte dal Simbolismo per approdare ad una scrittura sperimentale. Ci sono molti <em>-ismi</em>, in questo discorso, che vanno esaminati con attenzione. Uno di questi, il Futurismo, nasce proprio con questo ‘strano manifesto’. Non si tratta di un manifesto nel senso classico, come può esserlo quello del Simbolismo. Il manifesto futurista è un poema in prosa, un manifesto trasformato in narrazione: si parte dalla Milano dei tram e si arriva fino al cosmo. Oggi commemoriamo un movimento centrale dell’avanguardia europea e anche la parabola di un uomo, Marinetti, definito a più riprese ‘l’elefante nella stanza’, una etichetta che pesa ancora sulla sua reputazione di militante irregolare e vicino al regime fascista. Lo ha messo in luce, in una recensione apparsa sul <em>Sole24Ore</em>, lo storico Emilio Gentile, che si è occupato dei libri che rivisitano le tragedie delle avanguardie del Novecento, dalle sperimentazioni futuriste a quelle dadaiste e sovietiche: il senso del nuovo inizio intrinseco nel Modernismo si allinea, per certi versi, con la fondazione dei movimenti totalitari, conducendo l’Europa ai disastri più cupi. Due, sono gli altri <em>–ismi</em>: razionalismo ed irrazionalismo. Il razionalismo non può liberarsi di se stesso dall’interno, ma deve raccogliere i contributi che provengono dall’esterno, anche dall’esoterismo. Neanche l’Illuminismo è pienamente illuminista. Marinetti, in tutto ciò, è un grande poeta che descrive poeticamente l’esistenza di una vita oltre: si distingue anche rischiosamente dal regime nella sua forma più burocratica. Poi ripubblica, durante la guerra con la Francia, con alcuni inediti, la sua traduzione di Mallarmé: una storia contraddittoria, la sua, come è quella della letteratura. Ma quelli di Marinetti sono scambi dialettici, più che antitesi. Gli scambi dialettici di un autore che ha ancora bisogno di essere studiato: la bibliografia sul Futurismo è molto vasta, ma mancano, ad oggi, ulteriori prospettive critiche e affondi su testi inediti, donati dalla figlia di Marinetti, Luce.</p>
<p>‘Leggere i manifesti di Marinetti – ha affermato Sandro Gentili –, leggere i resoconti delle serate futuriste, leggere alcuni romanzi marinettiani mi ha sempre dato questa sensazione: di uno scrittore non dannunziano, se vogliamo tardo-simbolista. Marinetti è stato uno scrittore d’avanguardia, ma anche un prosatore di grandi letture ottocentesche e primo-novecentesche e questa duplicità, questa biforcazione della personalità artistica ha pesato sulla sua immagine’. ‘Non per localismo – ha proseguito –, ma Marinetti è venuto anche a Perugia, per portare il verbo futurista in provincia. Ha trovato, qui, un terreno fertile. Il movimento futurista perugino ha avuto una vita florida e si è costituito come movimento avanguardista anarchico, pieno di possibilità di sviluppi opposti. Da qui, la disseminazione del Futurismo in aree insospettabili, come l’Umbria di Dottori’.</p>
<p>La seconda parte del pomeriggio è stata dedicata alla lettura dei testi poetici tratti dall’opera di Paolo Valesio, che, secondo il loro autore, ‘non hanno nulla a che fare con Marinetti’. ‘Non so da dove viene la mia poesia – ha rimarcato Paolo Valesio –, seppure abbia studiato Marinetti e Dannunzio. Mi guarderò bene dal fare l’esegesi dei miei testi’. Il riferimento è a quelli contenuti in <em>Esploratrici solitarie</em>, raccolta editata da Raffaelli nel 2018, in cui Valesio rivisita una poesia scartata dall’editore de <em>Il volto quasi umano</em>, con tema la corrida: ‘ti aspetto inginocchiata sulla arena – si legge – (…). Ecco, irrompi, toro, locomotiva della coscienza esterna e schiacciante’.</p>
<p>Forse proprio nella locomotiva vi è un rimando, nemmeno troppo taciuto, all’automobile ruggente, ‘dal cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti’ di Marinetti.</p>
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		<title>‘Demoni, mosche e pararealtà’</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2019 21:55:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Tarabbia]]></category>
		<category><![CDATA[narrazione]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> ‘Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascrivere questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?’. L’espediente (il cliché?) del manoscritto ritrovato, di manzoniana memoria, informa di sé tanta parte della letteratura. Anche l’opera di un giovane scrittore – romanziere, ama definirsi –, che ha vinto il premio letterario Alessandro Manzoni della città di Lecco nel 2016 con il suo <em>Il giardino delle mosche</em>, edito, nel 2015, per i tipi di Ponte alle Grazie. Anche se Andrea Tarabbia – scrittore varesotto, bolognese d’adozione, classe 1978, ha debuttato come scrittore con <em>La calligrafia come arte della guerra </em>(Transeuropa, 2010). Sono seguiti numerosi romanzi, tra cui<em> Marialuce</em> (Zona, 2011),<em> Il demone a Beslan</em> (Mondadori, 2011) e <em>Il giardino delle mosche </em>(Ponte alle Grazie, 2015). Ha inoltre curato e tradotto <em>Diavoleide </em>di Michail Bulgakov per Voland (2012) e ha fatto parte della redazione della rivista «Il Primo Amore» fino al 2012 – a quel manoscritto è ricorso non con ingenuità: lo ha frantumato in più punti di vista, mettendone in dubbio l’attendibilità, vestendolo con un abito nuovo. ‘Quando usi una forma narrativa usata – è stato il commento di Andrea Tarabbia con riferimento al suo <em>Madrigale senza suono</em> (Bollati Boringhieri, 2019) –, non puoi usarla con ingenuità, ma devi metterle un tuo vestito. Il mio, di vestito, è stato di mettere continuamente in dubbio l’attendibilità di questo manoscritto’. E di una prosa che si popola di demoni e di mosche e che è intrisa di pararealtà.</p>
<p>‘Demoni, mosche e pararealtà: il mistero della narrazione’ è stato il titolo del seminario che il progetto Umbrò Cultura ha promosso, nella sala Libreria di Umbrò, in via S. Ercolano, 2 a Perugia, giovedì 28 febbraio, registrando la partecipazione del romanziere Andrea Tarabbia e del giornalista del <em>Sole24Ore</em> Raffaello Palumbo Mosca – dottore di ricerca in <em>Culture Classiche e Moderne</em> presso l&#8217;Università degli Studi di Torino e Ph.D. in <em>Lingue e Letterature Romanze</em> presso la University of Chicago, ha insegnato letteratura italiana negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Ha pubblicato saggi in riviste accademiche italiane, statunitensi e francesi, e ha tenuto conferenze in Europa e negli Stati Uniti. Con la monografia <em>L&#8217;invenzione del vero. Romanzi ibridi e pensiero etico nell&#8217;Italia contemporanea </em>(Gaffi, 2014) ha vinto il premio Tarquinia-Cardarelli per la critica letteraria. Attualmente collabora con il progetto BooksInItaly, la casa editrice Zanichelli e Nuovi Argomenti –, che hanno dialogato a proposito di letteratura e narrazione.</p>
<p>‘Quando, nel 2007 o nel 2008, cominciai a immaginare quello che sarebbe diventato <em>Il demone a Beslan</em> – è Tarabbia a scrivere, con riferimento alla triade aperta nel 2011 con <em>Il demone a Beslan</em> e proseguita nel 2015 con <em>Il giardino delle mosche</em> – avevo in mente di raccontare la storia che ho finito per raccontare e, soprattutto, avevo in mente il modo attraverso cui volevo raccontarla (…). Lo stesso meccanismo si è ripetuto un’altra volta: quando, nel 2014, cominciai a raccogliere i materiali e a immaginare il romanzo che uscirà nel prossimo febbraio, non avevo in mente di concepire e scrivere <em>Il peso del legno</em>. Invece, di nuovo, la stesura del romanzo, a un certo punto, si è interrotta, e dalla penna è uscito un saggio narrativo, fortemente autobiografico e colmo di riflessioni sulla letteratura e sullo scrivere’. Il seminario ha inteso scoperchiare il fascino, il necessario mistero, l’increspatura inquietante e paradossale di questa attività scrittoria.</p>
<p>‘Ho conosciuto il lavoro di Andrea con <em>Il demone a Beslan</em>, <em>Il giardino delle mosche</em> e <em>Madrigale senza suono</em> – ha esordito Raffaello Palumbo Mosca –: libri diversi fra loro, che hanno, però, delle caratteristiche comuni. Dall’uccisione dei bambini a Beslan raccontata dal punto di vista di un terrorista alla biografia del <em>Giardino</em> raccontata in prima persona dal mostro di Rostov, passando per la vita di Carlo Gesualdo da Venosa, per la rottura degli schemi del madrigale, per l’uccisione della moglie e dell’amante di lei’. Tre storie dell’abisso, che partono da un dato reale per poi trasfigurarlo: negli ultimi anni molto si è parlato di ‘letteratura della realtà’, ma pochi libri sono stati in grado di dire veramente qualcosa di universale a partire dal fatto. E, come nel caso dei libri di Tarabbia, dalla figura mitica della morte, trasposta sul piano del simbolo. Quello del terrorista di Beslan, quella del mostro di Rostov, preso dopo dodici anni di omicidi nel momento in cui l’Unione Sovietica inizia a sgretolarsi, quello di Gesualdo, che ammazza la moglie e l’amante di lei, perché ‘deve’ farlo. C’è un libro laterale nella produzione di Tarabbia: la meditazione saggistica de <em>Il peso del legno</em>, della croce portata dal Cristo-uomo: Gesualdo è il Cristo-uomo. L’omicidio che compie è necessario per la morale del tempo: per onore della sua famiglia, una delle più in vista di Napoli, è impensabile non punire l’adulterio. Eppure c’è una parte di Gesualdo che non vuole uccidere la donna che ama, che è alle prese con la propria coscienza. E la sua musica, così straziante, così straziata, deriva (anche) da questo tipo di esperienza: diviene un’esperienza di anarchia tonale. ‘Abbiamo avuto diversi libri che partono dalla realtà – si pensi ai libri-inchiesta: l’opera di Tarabbia ha a che fare poco o nulla con tutto questo. Quando ho cercato un paragone con il progetto di romanzo tardo-ottocentesco di questo scrittore tutt’altro che spontaneo, sono tornato a Manzoni, a colui che ha riempito i vuoti della storia’. ‘Per puro caso, ogni quattro libri scrivo un libro <em>grosso</em>. Prendo dei fatti e dei personaggi, dei momenti di cronaca e tento di trasfigurarli – è stata la risposta di Tarabbia –. Mi interessano le storie nel momento in cui intravedo qualcos’altro: la strage di Beslan mi interessa nel momento in cui individuo qualcosa che va oltre questa strage, qualcosa che mi racconta di me e del mondo. Per me la cosa naturale è fare il romanziere, lo scrivere dei romanzi, l’immaginare una scena romanzesca. Le altre opere – due che mi sono state commissionate sono <em>La buona morte</em>, un reportage sull’eutanasia, e <em>Il peso del legno</em>, un saggio narrativo sulla croce – vanno nella direzione del non-romanzo, del para-saggismo, del commento al testo: il 50% è occupato da una sorta di laboratorio letterario, in cui metto i ragionamenti di questi anni, anche sui romanzi che scrivo o sui libri che leggo. Un libro è il laboratorio dell’altro, tanto che gli organismi sono fratelli: uno dice una cosa, l’altro la commenta. <em>La buona morte</em> l’ho scritta dopo <em>Il giardino delle mosche</em>, ma l’ho pubblicata prima: è un testo propedeutico. I libri dialogano fra loro: in mezzo c’è un’idea della realtà che nella narrativa pura viene messa in dubbio’.</p>
<p>C’è una componente autobiografica, nei libri di Tarabbia, ma si tratta di ‘un’autobiografia intellettuale’, come ha osservato Palumbo Mosca: ci sono, nei suoi testi, i libri che l’hanno fatto. C’è, poi, una domanda morale, pur non trattandosi di opere moralistiche: si mette in crisi il mondo, ci si interroga sulla morte, sul senso della fine e della fragilità. ‘Ho appena riletto per la terza volta <em>Le memorie del sottosuolo</em> di Dostoevskij e credo che sono tutto dentro lì, che quello che ho da dire è lì, che non esco da quel regime, al di là delle implicazioni, dell’autobiografia, delle storie che posso raccontare – ha affermato Tarabbia –. La letteratura è un’indagine sull’uomo, è sempre sottesa una domanda morale: vado a cercarmi nel mondo reale delle storie esemplari di questa urgenza, partendo dal presupposto che sono esistite nel mondo persone che hanno portato al limite me. Mi dico, allora: vediamo cosa fa qualcuno che queste cose le ha portate allo stremo. La questione della morte è il cappello, ma non sono convinto che sia l’unico tema filosofico di cui vale la pena parlare: l’altro è l’amore. Ne ho trattato molto, ma partendo dalla morte. È un argomento difficile da raccontare, ecco perché lo nascondo sotto le spoglie della violenza e del dolore. Se lo si nasconde dietro l’orrore, è più facile parlarne. Un giorno, forse, riuscirò a trattarlo in modo pulito. Per ora, ho la sensazione di avere terminato un periodo, un certo modo di raccontare: se si osserva il trittico, si incappa in una prima persona assoluta, in una prima persona messa in discussione, in un avvicinamento alla terza persona. Nel prossimo libro non potrò dire ‘io’, ma dovrò dire ‘egli’. Il punto non è avere qualcosa da raccontare. Il punto è come raccontare ciò che si ha da raccontare’.</p>
<p><em>Madrigale senza suono</em> è, forse, uno dei punti culminanti di quel percorso: è il libro in cui Tarabbia si commenta di più, in cui fa parlare un personaggio deputato a spiegare cos’è il libro di cui fa parte. ‘Che cosa ce ne importa di un madrigalista di fine Cinquecento? – è stata la provocazione di Tarabbia – Gesualdo da Venosa, per i tre secoli successivi alla sua morte, non è stato sulla cresta dell’onda, in quanto musicista per musicisti che ha realizzato madrigali difficili, mottetti, opere sacre legate alla Pasqua. Una musica, insomma, poco spendibile. Un giorno Igor&#8217; Fëdorovič Stravinskij, matematico della musica, riceve in dono la partitura di tre madrigali di Gesualdo, e se ne innamora: leggendo le partiture, si accorge che Gesualdo ha fatto ciò che lui fa con la musica del Novecento. Metteva un vestito nuovo alle sinfonie. Il libro si origina dal presupposto che due musicisti, in epoche diverse, fanno la stessa cosa. Allora l’opera deve attuare con la letteratura il medesimo processo: inizia con una lettera, con una forma superata di narrazione e l’innesto del romanzo è che Stravinskij trova a Napoli un manoscritto su Gesualdo. Il vestito che ho fatto indossare alla fonte è stato quello di mettere continuamente in dubbio l’attendibilità del manoscritto’.</p>
<p>Gesualdo come padre letterario, dunque. ‘Ma che fare – si è chiesto Palumbo Mosca – se mio padre è un assassino?’. ‘Si tratta di una domanda che metto in conto: non tutti i miei padri letterari sono degli stinchi di santo (ride, n.d.r.). La verità è che sì, che mio padre può esserlo. Ma questo spalanca un abisso’.</p>
<p>D’altronde, come ha messo in luce Maria Borio, l’idea di narrazione di Tarabbia è diversa da quella messa in essere dai gialli e coincide con l’invenzione, col labirinto, con la trappola, e anche con il concetto di verità delle cose, quella stessa verità che la narrativa riesce a farci vedere. La cronaca si appiattisce quando non si mitizza, come fa, invece Andrea Tarabbia, che di sé, concludendo, dice: ‘io non sono un innovatore: prendo le cose che vedo e le trasfiguro, facendo un ragionamento-meta su ciò che scrivo’. Tenendo conto di due cose: dell’afflato mitico della letteratura e della messa in discussione dell’attendibilità di un manoscritto ritrovato.</p>
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		<title>Sul crinale della verità e della verosimiglianza</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2019 13:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> L’abrasione con la realtà. Rischia di perdere questo una poesia intrisa di biografismo. Gustave Flaubert, nelle numerose lettere indirizzate alla sua Louise Colet, era solito ripetere che fosse ‘una cosa buffa mettere la letteratura al servizio delle passioni’ e che non fosse necessario ‘scriversi’. Poi scrive Madame Bovary, che, per certi versi, è la biografia ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> L’abrasione con la realtà. Rischia di perdere questo una poesia intrisa di biografismo. Gustave Flaubert, nelle numerose lettere indirizzate alla sua Louise Colet, era solito ripetere che fosse ‘una cosa buffa mettere la letteratura al servizio delle passioni’ e che non fosse necessario ‘scriversi’. Poi scrive <em>Madame Bovary</em>, che, per certi versi, è la biografia (denigrata) della stessa Colet. Certo, si trattava di un genere letterario diverso. Perché la poesia è, prima di tutto, questo, un genere letterario. Imbrigliato in diverse cattività, che, però, non dovrebbero farlo oscillare fra le minime intermittenze del cuore e del cervello. Ma farlo camminare sul crinale fra verità e verosimiglianza.</p>
<p>All’‘enigma della verità’, alla poesia e alla biografia’ è stato dedicato, martedì 22 gennaio, il primo seminario classe 2019 del progetto ‘Umbrò Cultura’ (<a href="http://www.umbrocultura.com">www.umbrocultura.com</a>) – giunto al suo secondo anno consecutivo e patrocinato dall’Università degli Studi di Perugia e dalla Banca di Credito Cooperativo dell’Umbria –, a seguito di un incontro, tenutosi al Dipartimento di <em>Lettere</em> dell’Università degli Studi di Perugia, sull’editoria italiana. Entrambi gli incontri seminariali sono stati un’occasione per riflettere, insieme al poeta, scrittore e critico letterario Antonio Riccardi – nato a Parma nel 1962, ha studiato Filosofia all’Università di Pavia. Dalla fine degli anni Ottanta ha lavorato per Mondadori ed è stato direttore editoriale degli Oscar. Ha pubblicato le raccolte poetiche <em>Il profitto domestico</em> (Il Saggiatore, 1996) e <em>Gli impianti del dovere e della guerra</em> (Garzanti, 2004), <em>Acquarama e altre poesie d’amore</em> (Garzanti, 2009) e il recente <em>Tormenti della cattività</em> (Garzanti, 2018). Ha curato il volume di saggi <em>Cosmo più servizi. Divagazioni su artisti, diorami, cimiteri e vecchie zie rimaste signorine</em> (Sellerio, 2015). La sua opera ha ricevuto, fra gli altri, il Premio Dessì, il Premio Brancati, il Premio LericiPea, il Premio Mondello. È direttore editoriale della casa editrice SEM – alcuni dei temi-cardine dell’editoria italiana e della ricerca poetica contemporanee.</p>
<p>‘Editori protagonisti. Così li definisce Gian Carlo Ferretti, che al mondo dell’editoria ha dedicato tanti libri. Sono di cultura ed estrazione diversissima, ma tutti capaci di imprimere un’identità editorial-letteraria alla propria impresa al fine di costruire un proprio pubblico’. Così, Annalina Grasso in un recente articolo apparso in 900letterario. Il riferimento è alle case editrici che hanno basato la propria fortuna su un rapporto consapevole fra l’editore, il suo progetto, i suoi redattori, la sua macchina organizzativa, la politica d’autore, di collana e di prodotto. Allora, secondo Ferretti, ‘la Mondadori è un’istituzione, la Rizzoli un impero, Bompiani un club, Einaudi un laboratorio’…</p>
<p>Che dire, invece, del rapporto che intercorre fra poesia e biografia? Nella sua introduzione al secondo dei due seminari, Maria Borio si è addentrata nel vivo di questioni inerenti la poesia e la poetica. Lo ha fatto, presentando l’esempio del libro dal titolo <em>Tormenti della cattività</em> di Antonio Riccardi, edito da Garzanti nel 2018 e che, da diversi punti di vista, presenta l’apice e il punto cruciale di una parabola che è iniziata con <em>Il profitto domestico</em>, pubblicato da Mondadori nel 1996. Il titolo scelto per il secondo seminario, che si è tenuto nella Sala Muro Etrusco di Umbrò, in via S. Ercolano, 2, ‘L’enigma della verità’, costituisce un ossimoro, in quanto comunemente ciò che è vero appare sotto gli occhi di tutti e non dovrebbe contenere enigmi. È pur vero che la verità dell’arte è portatrice di visione, di domande. Di enigmi, appunto. Raccontiamo il mondo attraverso la poesia. La biografia diventa qualcos’altro. I <em>Tormenti della cattività</em> parlano della vita di un uomo, del senso di libertà, di cosa significhi essere liberi, oggi, nel mondo familiare e lavorativo, di cosa sia la verità intima e pubblica nell’esistenza di un individuo, e di come la poesia metta insieme tutto questo e riesca a narrarlo, attraverso un oggetto caro all’autore, che è quello del diorama, della vita del mondo animale e vegetale, presentata come se fosse vera. Anzi, dice al lettore un di più: racconta di un enigma e lo conduce all’interno di una visione e di una conoscenza.</p>
<p>‘C’è una serie di prospettive nei <em>Tormenti della cattività</em>’ ha esordito Antonio Riccardi, che, con questa silloge, ha voluto affermare che la poesia, per quanto difficile, sia comunque un genere letterario, alla stregua della fantascienza, del fantasy. Chi scrive poesia non deve mettersi, secondo il direttore di SEM, alla ricerca del dato biografico. Lui che ha poco interesse per la sua stessa autobiografia, per le sue minime intermittenze del cuore e del cervello, e che cerca, invece, di ‘fare’ un libro che cammini sul crinale fra verità e verosimiglianza. Ma cosa si intende per ‘cattività’? Le cattività possono essere diverse, a cominciare dal matrimonio fino ad arrivare a quella più oscura, più cupa: la morte. Quelle individuate da Antonio Riccardi sono cinque: una geometria compositiva cui è stato anteposto un testo e posposto un altro testo. Il primo è nella forma aperta dell’elenco, dell’indice dei contenuti del libro, mentre il secondo è restituito sotto forma di enigma. La prima poesia del primo testo si intitola ‘Vero all’inizio’; l’ultima dell’ultimo testo, specularmente, ‘Enigma alla fine’. E, qui, ci sono falsi titoli, antiporte, indici, cattività a raccontare di debolezze, una sola diavolina a dare, fra le nicchie, fuoco alle stanze dei ricordi, i racconti in miniatura dei nomi. Poi c’è un’allusione a Rosso, Rosso Fiorentino, la cui pittura – il riferimento è al Cristo morto e semi-adagiato che schiaccia il corpo della Vergine nella tela della <em>Deposizione</em> conservata a Borgo San Sepolcro – rappresenta, per Riccardi, l’enigma del sentimento e del perché amiamo o disamiamo qualcuno, al di là di ogni ragione o dubbio. Ecco, al centro del dipinto c’è una figura enigmatica, da alcuni interpretata come la raffigurazione della morte. Nulla di più fuorviante: dice Vasari che Rosso vivesse con una scimmia, di cui era innamorato pazzo, nel senso amichevole del termine. Perché, dunque, amiamo chi amiamo? Questo è, forse, l’enigma degli enigmi.</p>
<p>La poesia, poi, ha a che fare con la predazione, un po’ come predatori sono i nostri felini domestici. ‘Predatore e preda’ è il titolo di uno dei componimenti del capitolo sul matrimonio, incentrato su un predatore che ‘dorme appena scosso dall’elettricità dei sogni’, consapevole del ‘ruolo della mano nel discorso’. Un’altra cattività è quella che ci stringe a dei luoghi, a una memoria che non controlliamo e che ci viene incontro sotto forma di animali, come nel caso dei fagiani di un testo di Riccardi contenuto nella raccolta. Infine, la cattività estrema, la morte. Riccardi si è esercitato con delle prove di cenotafi: ‘Vita, tempesta e morte di Antonio Riccardi’, o ‘Vita, consolazione e morte di Antonio Riccardi, soldato d’avventura’. Hanno lo stesso impeto, in quanto prove di un ‘futuro anteriore’, che vedono ‘il tempo passargli avanti e finire’. Ma che non sono intrise di autobiografismo. Perché camminano sul crinale della verità e della verosimiglianza.</p>
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		<title>Vibrazioni di pagina</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2018 16:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Anni Settanta]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> «Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto / di un giardino avvenne la carezza, la penombra / addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio, / spazio assoluto di una lacrima. Un istante / in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi, / si fece luminoso, si posò respirando sul petto, / sulla grande ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto / di un giardino avvenne la carezza, la penombra / addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio, / spazio assoluto di una lacrima. Un istante / in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi, / si fece luminoso, si posò respirando sul petto, / sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello / sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque, / noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate, / noi tra le ossa e l’essenza della terra» (Da <em>Tema dell’addio</em>, 2005). «Ho saputo. amica mia, / che sei stata un limite. Anch’io / negli intervalli di una sola e grande morte / dormivo tra i casolari / dove si raccolgono d’inverno / con la parola disunita e il fitto / delle idee: entrava / un profumo di uva passa e la neve / dell’incontro ha percepito / la mia notte nella tua» (da <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em>, 2010). Uno sbriciolarsi di linee, e una parola disunita, dove ‘dis-unita’ non significa ‘divisa’, ma rinvia ad un’unità perduta da poco. Vibrazioni, attriti della pagina o della singola parola. Incomunicabilità e ‘in-esegeticità’, impossibilità, forse, di commento critico e razionale. Rivoluzione interiore, e poi utopia, azzardo, gli stessi che erano stati propri dell’Ulisse dantesco, ripreso da Pascoli, da Pavese. È questo lo specchio riflesso entro cui si riverberano gli anni Settanta, gli anni di una continua vigilia, il decennio magico che lega a filo doppio il Sessantotto francese con i primi anni Ottanta.</p>
<p>‘Una generazione degli anni Settanta?’ è stato il quesito che si sono posti, mercoledì 19 dicembre, il poeta Milo De Angelis &#8211; nato nel 1951 a Milano, insegna in un carcere milanese di massima sicurezza. Ha pubblicato <em>Somiglianze</em> (Guanda, 1976), <em>Millimetri</em> (Einaudi, 1983), <em>Terra del viso</em> (Mondadori, 1985), <em>Distante un padre</em> (Mondadori, 1989), <em>Biografia Sommaria</em> (Mondadori, 1999), <em>Tema dell’addio</em> (Mondadori, 2005), <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em> (Mondadori, 2010), un racconto fiabesco, <em>La corsa dei mantelli</em> (Guanda, 1979, ristampato da Marcos y Marcos nel 2011) e un volume di saggi, <em>Poesia e destino</em> (Cappelli, 1982). Le sue principali interviste sono apparse in <em>Colloqui sulla poesia</em>, a cura di Isabella Vicentini (La Vita Felice, 2008). Nel 2008 viene pubblicato <em>Poesie </em>(Mondadori, a cura di Eraldo Affinati), un volume che raccoglie tutta la sua opera in versi. Ha tradotto dalle lingue classiche e dal francese Eschilo, Lucrezio, Antologia Palatina, Racine, Baudelaire. Ha diretto la rivista di poesia «Niebo» e la collana omonima per le edizioni La Vita Felice – Stefano Giovannuzzi (Università degli Studi di Perugia) e Maria Borio (membro del comitato scientifico del progetto Umbrò Cultura, che, in sinergia con l’Università degli Studi e l’Accademia di Belle Arti di Perugia e con il patrocinio dell’Ateneo perugino e della Banca di Credito Cooperativo dell’Umbria, è giunto al suo secondo anno consecutivo, proponendo attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca culturale e che consistono in seminari legati a temi cruciali del contemporaneo. Nell’alveo di questo progetto &#8211; inaugurato, il 9 dicembre 2017, con l’incontro con la scrittrice Dacia Maraini – si collocano i prossimi seminari, con cadenza mensile, fino a giugno 2019, nei locali di Umbrò in via S. Ercolano 2, a Perugia: <a href="http://www.umbrocultura.com">www.umbrocultura.com</a>). Ne hanno discusso, Milo De Angelis, Stefano Giovannuzzi e Maria Borio, di fronte ad una fitta platea che si è incontrata, alle 16.00, nella Sala delle Adunanze di palazzo Manzoni presso il Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia): a seguire, alle 19.00 nella Sala-Muro di Umbrò, in via S. Ercolano, 2, un secondo appuntamento, sempre nell’alveo di questo terzo seminario, è stato dedicato, con Lorenzo Chiuchiù, alle modalità di interazione della poesia con un immaginario poetico contemporaneo. Come collocare, in ultima istanza, la complessa produzione di uno degli ultimi giganti della letteratura italiana all’interno del controverso scenario della poesia italiana degli anni Settanta?</p>
<p>Un gigante, ‘uno degli autori più significativi della generazione degli anni Settanta, della stagione post-neoavanguardia e post-Sessantotto’: ha definito così Milo De Angelis, Stefano Giovannuzzi, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli Studi di Perugia, prima di cedergli la parola. ‘Un autore che abbiamo trattato – ha proseguito Giovannuzzi – durante le lezioni che si sono svolte all’interno del corso dedicato alla poesia contemporanea’.</p>
<p>‘Gli anni Settanta: di questo vorrei parlare’ ha esordito Milo De Angelis, che ha proposto la lettura e l’analisi di una delle sue poesie, ‘Ho saputo, amica mia’, tratta da <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em> (2010), tenendo conto delle vibrazioni, degli attriti della pagina e di quelli della singola parola. È partito dalla Grecia, De Angelis, da Omero, da Ulisse. Ulisse che, finita la guerra di Troia, decide di tornare a Itaca: questo, il suo unico proposito. Il cane Argo è il primo che lo riconosce, come si apprende dal libro XVII dell’Odissea. C’è, insomma, un Ulisse che torna a Itaca, per rimanere lì per sempre. Poi c’è un altro Ulisse: è l’Ulisse di Ovidio, dei frammenti dei tragici, del canto XXVI dell’<em>Inferno</em> dantesco: l’Ulisse che torna provvisoriamente, ma che poi continua il suo viaggio verso la ‘canoscenza’, oltre le colonne d’Ercole. Un Ulisse che si lancia in una serie di avventure, di esplorazioni, che corre il rischio, che oltraggia (anche) la volontà divina: l’Ulisse di Dante, D’Annunzio, Saba, in una eterna e ciclica migrazione del personaggio. Gli anni Settanta hanno scelto l’Ulisse dantesco, quello dell’utopia e dell’azzardo. Per De Angelis, questi sono gli anni di una continua vigilia, di una rivoluzione interiore: gli anni del teatro geniale di Carmelo Bene, della Scuola di Francoforte, delle presenze disparate che convergono in un decennio tragico, che dal Sessantotto giunge sino ai primi anni Ottanta. Sono anni difficili, che, comunque, non impediscono all’arte di produrre i propri geni; sono gli anni in cui il secondo Ulisse non vuole intraprendere l’esperienza di restare.</p>
<p>Per l’occasione, De Angelis propone la lettura di sette capitoletti sugli anni Settanta: dice di non credere alle generazioni, in realtà, ma ai singoli poeti, non alla storia della poesia, ma ai singoli testi. Afferma di sentirsi più vicino a Pavese che non al coevo Bellezza. C’è, prosegue, una giovinezza perenne negli anni Sessanta, periodo in cui la poesia è stata anche serva del popolo e delle masse, dei luoghi comuni. Una totale mancanza di dramma pervadeva le riunioni, ogni lunedì, della rivista «Niebo» e si esperiva una terza via, una via solitaria, esigente, lontana dalla politica, dal non-detto, dai ‘benpensanti borghesi’, dall’Oriente e dalle armonie prestabilite, dai collettivi e dalle assemblee. Non ci si accontentava, ricorda, di una rivoluzione: si voleva vivere accanto alla poesia, nella poesia. Quella nozione di impegno diffusa negli anni Settanta – nozione che veniva dalla Francia e dal dopo-guerra – ha esaurito la sua energia storica, oggi. La poesia vuol essere ‘qui e ora’, ma esistono diverse congiunzioni fra spazio e tempo: ai tempi di «Niebo» De Angelis era convinto che nel ‘qui’ dovessero irrompere tanti secoli. Sono anni di imminenza, di mutamento essenziale: gli anni del terrorismo, di piazza Fontana, del rapimento di Moro, delle Brigate Rosse (‘il sistema non si cambia, ma si abbatte’, lo slogan principe). Anni ricchissimi, anche, della controcultura americana, che puntano ad un mutamento dell’uomo, integrale. Gli anni dell’Adelphi, con la pubblicazione integrale di Nietzsche. Confessa, poi, leggendo i suoi capitoletti sugli anni Settanta, di essere stato molto attratto dal primo Ulisse, che è stato anche quello del Pavese de <em>L’isola</em>: calamitato, sì, dal fascino dell’avventura di conoscere, ma anche e soprattutto dall’Ulisse omerico e pavesiano, pascoliano, che sente il richiamo delle origini. Sono stati poeti della fondazione di un nuovo linguaggio, poeti dello svelamento, che rivela qualcosa che già esisteva prima di sé, come in Leopardi (<em>Zibaldone</em>, 1828): «Niebo» appartiene alla dimensione orfica dello svelamento, legata al rituale, e che giunge là dove si era già stati. Toccare il punto conosciuto e che il tempo ha cancellato: ha questo ruolo la poesia.</p>
<p>Maria Borio ha ringraziato Milo De Angelis per aver parlato di questo svelamento, che, sostiene, può essere compreso solo oggi. Due, gli appunti di Borio: Dario Bellezza diceva di essere nato senza padri. Si ha un crollo del senso di ‘generazione’: un’eredità, questa, che ci siamo portati sino ad oggi, partendo proprio dagli anni Settanta, tanto che, nella poesia dopo il Duemila, il concetto di ‘genealogia’ è diventato più forte di quello di ‘generazione’. Un secondo discorso interessa la definizione di ‘neo-orfismo’, abusata e chiarificata da De Angelis.</p>
<p>Riprendendo il filo del suo corso sulla poesia contemporanea, Stefano Giovannuzzi ha affermato, poi, che degli anni Settanta si parli per slogan, per categorie: non vogliono dire nulla, nessuno le ha riempite.</p>
<p>‘Sembrava che i maestri del marxismo degli anni Settanta utilizzassero la parola ‘orfismo’ là dove non capivano, là dove non si parlava del qui ed ora’ è stata la risposta di Milo De Angelis. L’orfismo di Campana, ad esempio, di Onofri, Rilke. Ha, poi, asserito che il suo <em>Somiglianze</em> sia un libro troppo metropolitano e psicologico per essere definito ‘orfico’. Il tempo sublime di Rilke, invece, si mischia all’elegia e alla malinconia del diario, del foglio di calendario. Anche se una mescolanza nella poesia di De Angelis c’è: se questa ultima fosse solo durata sarebbe di un classicismo imbalsamato, se fosse solo attimo, sarebbe poesia civile. Ci vuole equilibrio. Per la sua formazione molto importante è stato Montale, l’affondo verticale verso il male di vivere che questi attua. E forse, dato che ermetico è stato definito anche Luzi, Luzi anche ha avuto un’importanza.</p>
<p>Ha fatto seguito un denso e fitto dibattito, durante il quale sono intervenuti anche i docenti e gli studenti presenti, che hanno posto delle domande, ad esempio, sull’influsso di Heidelberg nella formazione filosofica di De Angelis, sull’incomunicabilità del ‘qui ed ora’, sul bisogno di monumentalizzarsi, sulla sua esperienza come insegnante in un carcere di massima sicurezza. De Angelis ha risposto, con dovizia di particolari, affermando che gli interessa più Sartre, di avere letto Heidelberg ma solo relativamente alla parte sui poeti, di non prediligere Una conduzione del filo del discorso che sente troppo logico, di amare Blanchot, e tutti quei filosofi che si collocano a metà fra filosofia e letteratura. ‘Il poeta è scosso – ha detto –: la filosofia può apparecchiare il battello, ma il poeta fa il viaggio, è indifeso, non corazzato filosoficamente’. Lungi da lui, poi, il monumentalizzare: la raccolta di tutte le sue poesie è stato solo un modo per dire ‘sin qui sono giunto’, con poesie inedite giovanili, scritte, appunto, negli anni Settanta. Un’esigenza di raccogliere. La parola ‘comunicare, poi, se legata alla poesia, è discutibile. Meglio scrivere un telegramma, allora, come suggeriva Montale. La poesia nasce fra barlumi, epifanie. Nel suo farsi la poesia non è comunicativa. È difficile leggerla, anche se un filo conduttore c’è. Insegnare in un carcere? ‘È particolare – ha concluso –, ma il carcere è anche chiuso ai provveditorati e ai libri di testo: l’insegnante pone le linee critiche. C’è una nudità frontale col testo, come insegna la scuola francese. Anche perché non posso dire di avere mai trovato un libro di testo convincente. Nemmeno un po’.</p>
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