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	<title>Perugia Online &#187; Universit? per Stranieri di Perugia</title>
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		<title>E ora i libri mastri diventano forme di racconto quotidiano</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Nov 2023 15:53:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Cassa di Risparmio di Città di Castello]]></category>
		<category><![CDATA[libri di conti]]></category>
		<category><![CDATA[Pliniana Editrice]]></category>
		<category><![CDATA[racconto quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Universit? per Stranieri di Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La redazione riceve e pubblica la recensione, a cura del giornalista Antonello Lamanna, al volume “Far parlare i numeri: Libri di conti, registri, diari e altre forme di racconto quotidiano” di Giovanna Zaganelli e Luca Padalino (Università per Stranieri di Perugia).  Di seguito, il testo della recensione. Il tanto atteso volume “Far parlare i numeri: Libri ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> La redazione riceve e pubblica <strong>la recensione, a cura del giornalista Antonello Lamanna, al volume “Far parlare i numeri: Libri di conti, registri, diari e altre forme di racconto quotidiano” di Giovanna Zaganelli e Luca Padalino (Università per Stranieri di Perugia). </strong></p>
<p>Di seguito, il testo della recensione.</p>
<p>Il tanto atteso volume “Far parlare i numeri: Libri di conti, registri, diari e altre forme di racconto quotidiano” di Giovanna Zaganelli e Luca Padalino, è stato finalmente pubblicato dalla Pliniana Editrice, presentato recentemente alla XXIII edizione della mostra mercato nazionale del libro antico di Città di Castello. Il libro rientra nell’ambito della più ampia ricerca “Per una storia dei tipografi e librai: l’Alta Valle del Tevere”, sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Città di Castello in collaborazione con l’Università per Stranieri di Perugia, e che ha già al suo attivo due volumi, <em>Tipografi, Librai, Illustratori. Uno sguardo alle arti editoriali</em> (2014) e <em>Alla ricerca dell’Eneide stampata in Civitate Castelli nel 1539. Storie, percorsi, ipotesi</em> (2019). Autori, <strong>Giovanna Zaganelli</strong><strong>, </strong><strong>Luca Padalino</strong>, dottorando in Scienza del Libro e della Scrittura all’Università per Stranieri di Perugia, Université Toulouse- Jean Jaurès.</p>
<p>Il nuovo volume ideato da Giovanna Zaganelli, ordinario di Semiotica del testo e direttore del “Centro Studi internazionale sul Rinascimento” dell’Università per Stranieri di Perugia rappresenta un’opera di straordinaria profondità e complessità nell’ambito degli studi semiotici e letterari. Basandosi su una ricca documentazione proveniente dall’Archivio notarile mandamentale di Città di Castello e da altri archivi nazionali e internazionali, gli autori esplorano il connubio tra letteratura e denaro attraverso un’analisi critico-semiotica di documenti economico-finanziari.</p>
<p>La ricerca si sviluppa su tre principali direttrici di indagine: il denaro come elemento centrale nei racconti, il denaro come guida nella definizione dei generi testuali e, infine, il denaro come catalizzatore della cultura scritta legata alla produzione editoriale e letteraria. Questa prospettiva critica sfida le convenzioni storiche e storiografiche, offrendo un approccio innovativo alla comprensione della relazione tra testo e contesto.</p>
<p>Il libro si articola in quattro sezioni principali, ciascuna dedicata ad un aspetto specifico di questa complessa esplorazione. L’introduzione, firmata da Giovanna Zaganelli, fornisce un contesto ampio e una panoramica sul progetto di ricerca “Per una storia dei tipografi e librai: l’Alta Valle del Tevere” e mette in luce la connessione con i due volumi precedenti della serie.</p>
<p>Nella prima sezione si esplora l’approccio semiotico agli aspetti finanziari attraverso esempi tratti da documenti dell’azienda Lapi. Questo capitolo mette in luce come il denaro non sia semplicemente un elemento economico, ma anche un attore chiave nella narrazione delle vicende quotidiane. nella seconda sezione si analizza la relazione di gestione e il bilancio dell’azienda S. Lapi, creando una prospettiva quasi autobiografica attraverso cui comprendere il ruolo dell’amministratore nella narrazione finanziaria.</p>
<p>La terza sezione, ancora a cura di Giovanna Zaganelli, si concentra sui verbali delle riunioni presso la Scipione Lapi e li esamina come diari.</p>
<p>Questa sezione offre una profonda riflessione sulla natura temporale dei verbali e sulle implicazioni di questo genere testuale.</p>
<p>Infine, nella quarta sezione, Padalino esplora il tema del tempo come denaro attraverso l’analisi di calendari e almanacchi tifernati ed evidenzia come il tempo stesso sia un elemento narrativo e come possa influenzare il mondo economico.</p>
<p>Il volume è un esempio eccellente di come gli studi semiotici e letterari possano arricchire la comprensione delle dinamiche economiche e finanziarie.</p>
<p>Gli autori dimostrano una padronanza eccezionale della teoria semiotica e della critica letteraria, applicandole con maestria a una vasta gamma di documenti economici. Inoltre, l’approccio metodologico transtestuale consente di individuare il valore narrativo anche in documenti altrimenti considerati strettamente amministrativi.</p>
<p>Il volume si conclude con un saggio di Andrea Agosta, brillante dottorando dell’Unistrapg impegnato in una ricerca che riguarda il rapporto tra spazio e narrazione nella novella e nella commedia rinascimentale. Lo studioso traccia un bilancio della figura dell’editore Scipione Lapi e sul suo ruolo di animatore culturale e divulgatore di opere scientifico-letterarie.</p>
<p>“Far parlare i numeri” rappresenta un contributo significativo alla ricerca scientifica e offre una prospettiva innovativa sulla relazione tra denaro e letteratura nell’ambito dell’editoria e della cultura scritta. Gli autori forniscono un esempio brillante di come l’analisi semiotica possa arricchire la comprensione di aspetti apparentemente aridi ma intrinsecamente legati alla nostra vita quotidiana.</p>
<p>L’approccio multidisciplinare del team guidato dalla prof.ssa Giovanna Zaganelli, ha trasformato questo testo in uno strumento indispensabile per gli studiosi interessati alla semiotica, alla letteratura e all’economia.</p>
<p><em>Antonello Lamanna</em></p>
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		<title>Quando anche il turismo è &#8216;letterario&#8217;</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2022 17:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Centro di ricerca universitario in Europa sul Turismo Letterario]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Parchi letterari]]></category>
		<category><![CDATA[promozione e valorizzazione del territorio]]></category>
		<category><![CDATA[TULE]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>
		<category><![CDATA[Universit? per Stranieri di Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Turismo &#38; letteratura. Un binomio, questo, per certi versi ancora vergine e dalla storia recente, anche se, già in piena temperie Romantica, gli intellettuali erano soliti fare esperienza di viaggi, per così dire, ‘letterari’, ovvero non era infrequente andare alla ricerca di luoghi dedicati alla memoria e alle opere degli scrittori più amati… Tale ricerca ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Turismo &amp; letteratura. Un binomio, questo, per certi versi ancora <em>vergine</em> e dalla storia recente, anche se, già in piena temperie Romantica, gli intellettuali erano soliti fare esperienza di viaggi, per così dire, ‘letterari’, ovvero non era infrequente andare alla ricerca di luoghi dedicati alla memoria e alle opere degli scrittori più amati… Tale ricerca si estende anche ai Parchi letterari, luoghi sorti attorno a studiosi e romanzieri della levatura di Benedetto Croce, Grazia Deledda, Eugenio Montale (<em>et alii</em>), in cui concretamente è possibile esperire (e valorizzare) il territorio proprio a partire dalla letteratura.</p>
<p>‘Ma perché su questo tema non lavoriamo insieme? Perché non creiamo un punto di incontro che ci permetta di riflettere insieme sul turismo letterario e di promuovere progetti e ricerche innovative?’. A partire da questi quesiti, all’Università per Stranieri di Perugia, è stato fondato il primo Centro di ricerca universitario in Europa sul Turismo Letterario (acronimo: TULE), un organo di studio che è chiamato a condurre ricerche innovative in un ambito ancora poco sondato dagli studi accademici.</p>
<p>Ne abbiamo parlato con il Professor Giovanni Capecchi, direttore di TULE e professore associato di <em>Letteratura italiana</em> all’Università per Stranieri di Perugia.</p>
<p><strong>Prof. Capecchi, all’Università per Stranieri di Perugia è stato fondato il primo Centro di ricerca universitario in Europa sul Turismo Letterario (acronimo: TULE), un organo di studio che, come lei mi insegna, è chiamato a condurre ricerche innovative in un ambito ancora poco sondato dagli studi accademici. Come si è originata l’idea di questo progetto sperimentale? </strong></p>
<p>Da alcuni anni all’Università per Stranieri è iniziato un lavoro di ricerca intorno al turismo letterario. Prima nella laurea magistrale su “Promozione dell’Italia e del Made in Italy” e da quattro anni nell’ambito della triennale su “Made in Italy, cibo e turismo”, è stato previsto un insegnamento dedicato a “Letteratura, turismo e promozione del territorio”. Lavorando su questo tema, verso il quale ho un interesse che è iniziato molti anni fa, è nato un volume che ho pubblicato nel 2019, <em>Sulle orme dei poeti. Letteratura, turismo e promozione del territorio</em>. Il libro ha avuto una circolazione insperata: è stato ristampato in Italia due anni dopo, ed è stato tradotto in inglese e in spagnolo. Le ricerche e questo libro hanno permesso di entrare in contatto con altri colleghi che lavorano su questo tema in varie parti d’Europa. E’ stata quindi una conseguenza quasi automatica quella di chiederci: “Ma perché su questo tema non lavoriamo insieme? Perché non creiamo un punto di incontro che ci permetta di riflettere insieme sul turismo letterario e di promuovere progetti e ricerche innovative?”. Così è nato TULE.</p>
<p><strong>Quali sono gli obiettivi che questo organismo di promozione di turismo e parchi letterari intende perseguire? </strong></p>
<p>Il Centro TULE vuole prima di tutto raccordare tra loro le esperienze esistenti in Europa sul turismo letterario: intende quindi promuovere ricerche comuni in un ambito per molti aspetti ancora poco indagato, mettere a confronto esperienze e progettualità che esistono ma che agiscono separatamente e senza che le une conoscano le altre. Questo lavoro potrà permettere di individuare le esperienze che funzionano meglio e di creare dei “modelli” validi anche per aree diverse. Il Centro vuole poi svolgere una funzione di raccordo tra mondo universitario e territori: la parte di ricerca e di riflessione scientifica è fondamentale, ma non è sufficiente. Questa parte deve tradursi in progetti concreti e concretizzabili. Il Centro TULE proverà a raccordare accademia, pubbliche amministrazioni e operatori del settore turistico per raggiungere l’obiettivo di dotare i territori di un ulteriore strumento di promozione.</p>
<p><strong>Il binomio turismo-letteratura è ancora <em>vergine</em>, secondo lei? Questo nuovo e ambizioso strumento scientifico può effettivamente coniugare cultura, ambiente, economia e tradizioni locali, storia non evenemenziale e Comuni? I Parchi letterari, come specificato in un comunicato diramato da Palazzo Gallenga, sono sorti attorno a studiosi e romanzieri come Benedetto Croce, Grazia Deledda, Gabriele d’Annunzio, Eugenio Montale, Pierpaolo Pasolini, <em>et alii</em>…</strong></p>
<p>Il turismo letterario ha una storia sicuramente recente, anche se già nel passato, in particolare a partire dal periodo del Romanticismo, esistevano esperienze di viaggi fatti per andare a visitare i luoghi legati alla memoria e alle opere degli scrittori. Nel turismo di oggi c’è una “nicchia”, in costante crescita, di persone che si muovono per andare a visitare le case museo degli scrittori, che sono interessate a cammini e a percorsi legati a testi letterari o ad autori, che desiderano vedere i paesaggi che hanno guardato e hanno descritto gli autori letti e amati. Tra le esperienze concrete di valorizzazione del territorio partendo dalla letteratura, quella dei Parchi letterari occupa un ruolo di notevole importanza. I Parchi nascono attorno ad un autore e alle sue pagine: ma non sono solo un progetto culturale, che mira a conservare la memoria dello scrittore e a far conoscere le sue opere; sono dei progetti territoriali, che puntano a coinvolgere un turismo interessato alla cultura, al paesaggio, alle emozioni. E’ significativo che i Parchi, partendo dai ‘loro’ autori, promuovano anche – ad esempio – le produzioni tipiche, artigianali ed enogastronomiche. TULE è nato anche con la partnership dei Parchi Letterari, oltre che di Uniser Pistoia, un centro di ricerca collegato alla locale Fondazione Cassa di Risparmio.</p>
<p><strong>Come può, a suo avviso, la promozione territoriale partire dalla letteratura e come possono cooperare la realtà accademica e quella istituzionale ed economica che gravita attorno al mondo del turismo? </strong></p>
<p>Credo di aver già risposto a questa domanda, ma vorrei fare un esempio. Due anni fa, durante il Covid, si sono iscritti al corso di laurea su “Made in Italy, cibo e ospitalità” alcuni operatori del settore turistico: titolari di agenzie, guide e accompagnatori turistici, proprietari o direttori di strutture ricettive. Dialogare con loro sul turismo letterario è stato di fondamentale importanza perché sono stati proprio loro a dimostrare un grande interesse per il tema e a confermare che la letteratura può essere uno strumento importante, oggi, per promuovere il territorio. Con una di loro, Arianna Serena, è stato costruito un progetto per realizzare il Parco letterario Gesualdo Bufalino, a Comiso: e questo progetto è divenuto realtà, con l’inaugurazione del Parco Bufalino poche settimana fa, resa possibile dalla condivisione del progetto da parte del Sindaco e del Comune di Comiso e dalla collaborazione della Fondazione Bufalino; con un’altra esperta di formazione, Marta Vergoni, stiamo cercando di costruire una proposta di aggiornamento e di formazione per operatori turistici su questo tema; con un’altra ancora, Paola Imperiali, – e poi mi fermo con gli esempi – lavoriamo perché la sua agenzia ci aiuti a dare concretezza al progetto di Trekking dantesco in Umbria del quale, se c’è tempo, potremo parlare. Per questi progetti occorre l’Università, con le sue competenze in ambito di studio e ricerca; ma è necessario poi costruire una collaborazione con enti locali e operatori turistici.</p>
<p><strong>Perché sono in costante crescita, dal suo punto di vista, i viaggi nei luoghi d’ispirazione letteraria? </strong></p>
<p>Prima di tutto c’è una stanchezza nei confronti dei luoghi che sono meta del turismo di massa. E’ invece in aumento l’interesse per organizzare viaggi culturali che permettano di scoprire luoghi meno noti, ma belli e suggestivi. Inoltre il turismo letterario si basa su un fattore, quello emotivo, che è sempre più importante per chi viaggia: il turista cerca delle emozioni ed è emozionante leggere una pagina di un autore nel luogo in cui è stata composta, mettere i propri passi sulle orme di un poeta, affacciarsi alla stessa finestra dalla quale si è affacciato uno scrittore. Aggiungiamo poi che il turismo letterario prevede spesso una mobilità ‘leggera’ e sostenibile, in molti casi propone passeggiate e camminate all’aperto: e anche questa tipologia di turismo è sempre più richiesta.</p>
<p><strong>Il 3 e il 4 novembre, a Palazzo Gallenga si è tenuto il primo seminario di studi e convegno internazionale sul ‘Turismo letterario’: quali sono stati i temi dibattuti, da vari punti di vista e da differenti ambiti scientifici, e come può questo ambizioso progetto di ricerca uscire dall’ambito accademico e divenire divulgativo? In fondo, come ha ricordato il Magnifico Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia, Valerio De Cesaris, il TULE si pone in sinergia con la ‘prospettiva di apertura internazionale, che appartiene alla storia e alla missione’ dell’Ateneo perugino… </strong></p>
<p>Il convegno ha permesso di far incontrare per la prima volta in presenza i membri del Comitato scientifico del Centro TULE, provenienti da Università del Portogallo, della Spagna, della Francia, della Svizzera e della Germania, oltre che da altri Atenei italiani. Purtroppo non è potuta venire – per ragioni evidenti – la collega russa. Nel pomeriggio del 3 novembre abbiamo discusso su come, ciascuno di noi, affronta il tema, dalla sua prospettiva disciplinare: nel Centro, infatti, ci sono italianisti, ma anche geografi, museologi, studiosi di marketing. Sono riflessioni e confronti importanti, perché ci muoviamo in un ambito per molti aspetti nuovo. Al convegno del 4, invece, ciascuno di noi ha presentato un “caso studio” di cui si sta occupando. Gli interventi daranno origine ad un libro, il primo della collana del Centro TULE, che uscirà nel 2023 per la Perugia Stranieri University Press. Il tema, come abbiamo detto, non può essere chiuso in un ambito nazionale: ha necessariamente una prospettiva internazionale e anche per questo, come ha sottolineato il Rettore, non è casuale la nascita del Centro TULE nella nostra Università.</p>
<p><strong>Sono in programma altre iniziative che il TULE intende promuovere? Il riferimento è, a titolo di esempio, ai luoghi danteschi… </strong></p>
<p>Incontraci a Perugia ha contribuito ad aumentare ancora di più il nostro entusiasmo e la consapevolezza che, in questo ambito, ci sia molto lavoro da fare. Il convegno di TULE avrà cadenza annuale, quindi lo ripeteremo nel 2023, ma in un luogo diverso: l’idea è quella di farlo un anno in Italia e un anno fuori Italia. Della collana del Centro ho già detto: la inaugureremo nel 2023. Abbiamo poi deciso di realizzare un Dizionario on line sul Turismo letterario: stiamo confrontandoci sulle voci da inserire e immaginiamo di lanciare una call per raccogliere suggerimenti, adesioni e testi che spieghino i singoli lemmi dell’E-Dictionary. Il 2023, inoltre, sarà l’anno in cui rifletteremo, con una giornata di studio, sui Turismi danteschi (e cioè sulle esperienze che esistono in Italia per promuovere i territori valorizzando la presenza di Dante) e lanceremo il primo Trekking dantesco in Umbria, che contiamo di fare a fine maggio. Grazie a una borsa di studio messa a disposizione dal Centro Warredoc (un altro centro di ricerca dell’Università per Stranieri, molto più strutturato di TULE e con un’esperienza pluriennale, diretto da Fernando Nardi) e dal centro TULE, Chiara Valcelli – che si è aggiudicata la borsa – ha elaborato un itinerario in Umbria attraverso i luoghi rammentati o legati alla <em>Divina Commedia</em>. Ora stiamo incontrando alcuni operatori turistici per affinare il progetto e renderlo concretizzabile dal punto di vista operativo, ma iniziamo anche una serie di confronti con gli enti locali e le istituzioni, a partire dalla Regione. Questo trekking pensiamo possa diventare, anche dopo la prima edizione, una ulteriore proposta turistica per scoprire l’Umbria, i suoi borghi e le sue città, i suoi paesaggi e le sue produzioni tipiche. Sarà un banco di prova importante per il Centro TULE.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>* Si ringrazia per la collaborazione Alessandro Caravella, Dottore di ricerca nel Dottorato di ricerca in Scienze Letterarie, Librarie, Linguistiche e della Comunicazione Internazionale dell&#8217;Università per Stranieri di Perugia. </em></p>
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		<title>Il II libro dell’Eneide torna nella sua Città di Castello</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2020 13:24:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> ‘Si ritiene che l’originale sia andato perduto a seguito dell’alluvione’. È ciò che il gruppo di ricerca coordinato dalla professoressa Giovanna Zaganelli – ordinario in Critica letteraria e Letterature Comparate e in Semiotica del testo all’Università per Stranieri di Perugia e coordinatore del Dottorato di ricerca in Scienze Letterarie, Librarie, Linguistiche e della Comunicazione Internazionale ...</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/il-ii-libro-delleneide-torna-nella-sua-citta-di-castello/">Il II libro dell’Eneide torna nella sua Città di Castello</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Città di Castello. </span><em> </em>‘Si ritiene che l’originale sia andato perduto a seguito dell’alluvione’. È ciò che il gruppo di ricerca coordinato dalla professoressa Giovanna Zaganelli – ordinario in <em>Critica letteraria</em> e <em>Letterature Comparate</em> e in <em>Semiotica del testo</em> all’Università per Stranieri di Perugia e coordinatore del Dottorato di ricerca in <em>Scienze Letterarie, Librarie, Linguistiche e della Comunicazione Internazionale</em> dello stesso Ateneo – si è sentito rispondere, all’inizio, mentre cercava, nel fondo antico della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, una cinquecentina stampata a Città di Castello nel 1539. Non una cinquecentina qualunque, ma il volgarizzamento del II libro dell’<em>Eneide</em> virgiliana compiuto dal cardinale Ippolito de’ Medici e impresso ‘in Civitate Castelli’ il 20 luglio 1539 dai due tipografi ambulanti Antonio Mazzocchi, cremonese, e Nicolò Gucci da Cortona, la cui società tipografica era attiva nel XVI secolo a Firenze, Siena, Cortona e, appunto, Città di Castello.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 5 settembre 2020, in occasione della XX edizione della Mostra del libro antico e della stampa antica di Città di Castello (<a href="http://www.mostralibroantico.it">http://www.mostralibroantico.it</a>), nella suggestiva cornice di palazzo Vitelli a S. Egidio, il II libro dell’<em>Eneide</em> di Virgilio è ‘tornato’ a Città di Castello. <em>Alla ricerca dell’Eneide stampata in Civitate Castelli nel 1539. Storie, percorsi, ipotesi</em> è, infatti, il titolo del volume curato dalla professoressa Giovanna Zaganelli e da Sarah Bonciarelli, professore invitato all’Università di Louvain la Neuve (Belgio) e ricercatrice all’Università di Gand, ed editato in pieno lockdown dalla Editrice Pliniana diretta da Giorgio Zangarelli. Si tratta di un cofanetto che contiene sia l’edizione facsimilare della cinquecentina che la trascrizione, insieme ad alcuni saggi critici sull’opera e sul suo autore, Ippolito de’ Medici, il nipote di Lorenzo il Magnifico che era stato nominato cardinale nel 1529 da papa Clemente VII. Un gruppo di ricerca qualificato, quello coordinato dalla professoressa Giovanna Zaganelli, e tutto al femminile: la trascrizione dell’opera è, infatti, a cura della professoressa Zaganelli e del dottore di ricerca Martina Pazzi, mentre i saggi critici sono di mano della stessa professoressa Zaganelli, della ricercatrice Sarah Bonciarelli e del dottore di ricerca Chiara Gaiardoni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il prezioso cofanetto, risultato di un lavoro di alcuni anni di ricerca, si inserisce nell’alveo del progetto ‘Per una storia dei tipografi e librai: l’Alta Valle del Tevere’, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Città di Castello, presieduta dall’avvocato Fabio Nisi, in collaborazione con l’Università per Stranieri di Perugia. Nell’ambito dello stesso progetto, era stato presentato, nel 2015, a palazzo Vitelli a S. Egidio, un altro volume a cura della professoressa Zaganelli: <em>Tipografi, librai, illustratori. Uno sguardo alle arti editoriali</em>, sempre editato dalla Editrice Pliniana. <em>Alla ricerca dell’Eneide stampata in Civitate Castelli nel 1539. Storie, percorsi, ipotesi</em>, rappresenta, dunque, un altro prestigioso tassello nel percorso di ricostruzione della storia dei tipografi nell’Alta Valle del Tevere. L’originale del libro, di formato in-quarto e composto da 47 pagine impresse, è conservato in qualità di unico esemplare in Italia alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze ed è uno dei quattro esistenti al mondo: gli altri tre esemplari sono conservati, rispettivamente, alla British Library, alla Biblioteca del Hospital de Granada e alla Harvard University.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>‘In realtà è probabile che una tappa a Città di Castello – ha spiegato Giancarlo Mezzetti, direttore e curatore della Mostra – l’<em>Eneide</em> di Ippolito de’ Medici l’abbia fatta anche nel 1966, quando l’alluvione di Firenze colpì la Biblioteca Nazionale Centrale dove è conservata e molti volumi furono trasferiti nell’attuale museo Burri dei Seccatoi del tabacco’. Di questo II libro dell’<em>Eneide</em> si erano perse le tracce e solo gli indizi presenti nella Biblioteca di Città di Castello hanno spinto le curatrici a cercare questa cinquecentina che sembrava introvabile. Ora disponibile, con la stampa del cofanetto, per studiosi e appassionati.</p>
<p>‘Abbiamo scelto l’<em>Eneide</em> – ha affermato a tal proposito Fabio Nisi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Città di Castello e dell’Associazione Palazzo Vitelli a Sant’Egidio che promuove la Mostra in collaborazione con il Comune – per la sua storia speciale, diffusissima quando fu stampata e poi quasi persa. E perché creò un pubblico di lettori in volgare, cioè i primi lettori italiani. Ci è apparso – ha concluso Nisi – tutto molto connesso con la bibliofilia della Mostra e con l’opera di divulgazione della storia locale che stiamo portando avanti’.</p>
<p>Il volume, che il cardinale Ippolito de’ Medici ha dedicato a Giulia Gonzaga ricorrendo alla similitudine tra l’incendio che aveva devastato Troia e quello del suo cuore per la nobildonna, è una delle prime versioni cinquecentesche del poema latino virgiliano, qui riproposto nella traduzione in volgare in endecasillabi sciolti.</p>
<p>‘ Si è trattato di un lavoro che è durato a lungo e che ha tracciato un percorso progressivo di ricerca – ha spiegato la professoressa Zaganelli in occasione della presentazione dell’opera, a seguito dei ringraziamenti estesi al presidente della Fondazione Caricast, Fabio Nisi, al sindaco di Città di Castello, Luciano Bacchetta, e al collega Alessandro Scarsella dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ha tenuto una interessante lezione sul volume –. La Biblioteca di Città di Castello – ha proseguito la professoressa Zaganelli – lasciava traccia di questa cinquecentina, anche se mancava il corpo del libro, la sua copia cartacea, l’esemplare in carne ed ossa. Questi indizi ci hanno portato a Firenze, alla Biblioteca Nazionale Centrale, dove all’inizio ci è stato spiegato che l’esemplare era andato perduto a seguito dell’alluvione. Ma la ricerca è anche testardaggine e, alla fine, siamo usciti vittoriosi a seguito del ritrovamento di questa opera tradotta dal latino al volgare, una lingua, quest’ultima, in grado di acquisire una propria autonomia, nel momento in cui le tipografie stavano diventando delle straordinarie officine di cultura e di diffusione della lingua stessa. Riportiamo, dunque, nel suo luogo originario questo libro – ha affermato la professoressa Zaganelli – e lo facciamo grazie alla pubblicazione, per i tipi della Editrice Pliniana, di un cofanetto che comprende sia l’edizione facsimilare dell’opera che la trascrizione della stessa e alcuni saggi critici, ai quali hanno collaborato mie allieve che hanno studiato all’interno del Dottorato e collaboratrici (Sarah Bonciarelli, autrice di un saggio sui frontespizi virgiliani, Chiara Gaiardoni, autrice di un saggio sugli endecasillabi sciolti usati da Ippolito de’ Medici, e Martina Pazzi, co-autrice, insieme alla professoressa Zaganelli, della trascrizione della cinquecentina, <em>n.d.r</em>.). Un libro al femminile, dunque, che è uscito al tempo del Covid-19, non a caso a Città di Castello, una terra di tipografi’.</p>
<p>È seguita, poi, l’interessante relazione di Alessandro Scarsella, professore associato di <em>Critica letteraria</em> e <em>Letterature comparate</em> all’Università Ca’ Foscari di Venezia e direttore della rivista di bibliofilia e storia del libro «Charta». Il professor Scarsella ha esordito sottolineando l’importanza della pubblicazione di quest’opera nell’epoca della quarantena, ‘un periodo – ha affermato – in cui abbiamo avuto la percezione che tutto stesse franando e che il patrimonio collettivo anche librario fosse in pericolo’. ‘Oggi – ha proseguito – i rapporti umani si rinnovano e il libro vive di nuovo’. La sua relazione ha tratto spunto dal titolo del saggio critico della professoressa Zaganelli contenuto nel volume e ha teso a ‘interrogare il Cinquecento’ attraverso il II dell’<em>Eneide</em> di Virgilio in lingua volgare, un’opera che ha avuto la funzione di espandere la poesia virgiliana nel Rinascimento. ‘Interrogare il Cinquecento – è stato il commento del professor Scarsella – significa adottare una metodologia rigorosa che vada al di là della mera erudizione e che ci guidi come un filo di Arianna all’interno di un vero e proprio labirinto’. L’edizione facsimilare contenuta nel cofanetto è, per il professor Scarsella, sia soggetto che oggetto di studio. Tale tipo di edizione ha nella sua natura di foto-riproduzione l’imitazione dell’originale. Ma, come era solito ripetere Roland Barthes, vi è, sempre, una componente affettiva di fronte all’interpretazione di qualunque materiale fotografico nell’esercizio di fruizione e ricezione. Vi è, in ultima analisi, un legame con la scrittura e con il testo ripristinato. Un legame, questo, che secondo il professor Scarsella è restituito anche dalla trascrizione dell’opera e dalla legenda che l’accompagna e che indaga, tra i molteplici aspetti, anche quello della punteggiatura e dei segni diacritici, in alcuni casi funzionali a indicare le pause durante la lettura dell’opera. Il professor Scarsella, passando in rassegna la trascrizione e i saggi critici contenuti nel secondo volume del cofanetto, ha poi illustrato il momento storico in cui Ippolito de’ Medici decise di tradurre in volgare il II libro dell’<em>Eneide</em>: un periodo caratterizzato da un’atmosfera cupa e dal contrasto tra Impero e Papato, che deve avere, forse, spinto il giovane cardinale a interpretare la storia come ‘strage’. Il II libro dell’<em>Eneide</em> è il più noto del poema virgiliano, per il racconto del sacco e della caduta di Troia, per l’eccidio della città, per l’inganno del cavallo escogitato da Ulisse e per il riepilogo del mito troiano e dell’episodio di Lacoonte, di cui nel 1506 venne recuperato il gruppo scultoreo, con ogni probabilità visto da Ippolito de’ Medici. Un personaggio mondano, quello del cardinale, se si pensa alla raccolta dei primi sei libri del poema editata anche dallo Zoppino o ai ritratti che del cardinale hanno eseguito, tra gli altri, Tiziano e Bronzino o, ancora, ai suoi legami con il Berni. Si firma ‘Cavaliere errante’, Ippolito, nella dedica all’‘illustrissima signora’ Giulia Gonzaga, alla quale il cardinale dichiara di soffrire d’amore e di aver pensato di consolarsi immergendosi proprio nel II libro dell’<em>Eneide</em> e paragonando l’incendio del suo cuore all’incendio di Troia. Un po’ come fece Ariosto nelle sue rime pubblicate, postume, da alcuni tipografi ambulanti: l’autore dell’<em>Orlando furioso </em>aveva, infatti, qui attuato un parallelismo tra la sua visita ad un campo di battaglia francese e le sue pene d’amore, evidenziando che queste ultime perdurano anche dopo la morte. Ma, analizzando anche un altro elemento dell’apparato paratestuale della cinquecentina, il proemio di mano del giurista, ‘dottor de’ leggi’ e curatore Giovangallo da Castello, si evince una acuta riflessione sulla traduzione <em>per sensum</em>, così come la intendeva S. Girolamo: una traduzione, quella di Ippolito de’ Medici, che restituisce, secondo il giurista tifernate che tesse un elogio dell’autore secondo i modi tipici dello stile allusivo rinascimentale, i valori del testo virgiliano. Dal punto di vista del professor Scarsella, infine, il II dell’<em>Eneide</em> nell’edizione stampata da Mazzocchi e Gucci con una impaginazione pulita, elegante e quasi aldina, non solo rappresenta una testimonianza dell’espansione nel Cinquecento della poesia virgiliana, ma costituisce anche un documento linguistico importantissimo con riferimento al toscano vivo, ovvero al fiorentino che si parlava alla corte di Clemente VII. Un libro, dunque, che, per questo, come scrive Sarah Bonciarelli nel suo saggio critico, si proietta dal Tifernate verso l’Europa.</p>
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<p>Significative anche le riflessioni del sindaco di Città di Castello, Luciano Bacchetta e di Giorgio Zangarelli, direttore dello Stabilimento Tipografico ‘Pliniana’ e presidente della Sezione Grafica e Cartotecnica di Confindustria Umbria. ‘Siamo onorati – le parole del sindaco Luciano Bacchetta – di aver presentato un evento storico-culturale di portata nazionale nella nostra città, in cui la tradizione plurisecolare della scuola grafica rappresenta un grande valore che vogliamo preservare e consolidare. Occasioni come quella di oggi, scoperte e contributi di grande livello culturale, ci spingono a tutelare e rafforzare una scuola che abbiamo sempre difeso e che è erede di una tradizione forte sostenuta da un distretto industriale ancora molto radicato’. ‘La lavorazione della cinquecentina – ha precisato con orgoglio, Giorgio Zangarelli – ha coinciso con l’emergenza Covid, ma per fortuna ‘Altra stampa’, il codice Ateco sotto il quale è da sempre classificata la nostra attività, è stata ritenuta essenziale e quindi esentata, insieme all’intera filiera, dalla sospensione della produzione decretata il 22 marzo scorso. Pertanto in pieno periodo di lockdown, pur adottando tutte le misure di contenimento necessarie, siamo riusciti comunque a portare a termine questa edizione di alto profilo letterario’.</p>
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<p><strong>M. P. </strong></p>
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		<title>Quell’organismo cangiante che è il libro</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Nov 2019 16:17:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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		<category><![CDATA[Dottorato in Scienze letterarie]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> Professori associati, ricercatori, assegnisti di ricerca. E, ancora: giornalisti, insegnanti, progettatori e comunicatori editoriali, responsabili delle acquisizioni bibliografiche per sistemi bibliotecari di Atenei italiani, illustratori e autori, ma anche responsabili del settore ferroviario, responsabili di riviste scientifiche ed editor di University Press. Sono solo alcuni dei lavori attualmente svolti dai dottori di ricerca del Dottorato ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Professori associati, ricercatori, assegnisti di ricerca. E, ancora: giornalisti, insegnanti, progettatori e comunicatori editoriali, responsabili delle acquisizioni bibliografiche per sistemi bibliotecari di Atenei italiani, illustratori e autori, ma anche responsabili del settore ferroviario, responsabili di riviste scientifiche ed editor di University Press. Sono solo alcuni dei lavori attualmente svolti dai dottori di ricerca del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> (indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>), coordinato, all’Università per Stranieri di Perugia, dalla professoressa Giovanna Zaganelli.</p>
<p>Il 26 novembre 2019 nella suggestiva cornice dell’aula VI di palazzo Gallenga, i dottori di ricerca Toni Marino (Università per Stranieri di Perugia), Linda Barcaioli (Università per Stranieri di Perugia), Luca Guerra (Università degli Studi di Brescia), Sandro Natalini (Isia di Urbino), Elena Ranfa (Università degli Studi di Verona), Liana Botti (Università per Stranieri di Perugia), Davide Pairone (Università per Stranieri di Perugia) e i dottorandi in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> dell’Università per Stranieri di Perugia Puma Valentina Scricciolo, Luca Montanari, Antonello Lamanna, Maura Funari, Luca Padalino e Federico Meschini, hanno omaggiato, nel corso di una Giornata di Studi dottorale, le discipline del libro a più di 10 anni dall’istituzione dell’indirizzo di Dottorato in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>, raccontando le loro esperienze e i momenti formativi di questo percorso di crescita professionale e, insieme, personale. Tra loro, anche Sarah Bonciarelli, PhD dell’Università di Siena e ora ricercatrice postdottorale nella sezione di <em>Italianistica</em> dell’Università di Gent, e Vinicio Corrent, dottore di ricerca presso l’Università Jean Jaurès di Tolosa in cotutela con l’Università di Trento e insegnante di discipline letterarie.</p>
<p>‘Oggi – è stato il commento della coordinatrice del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dell’Università per Stranieri di Perugia, la professoressa Giovanna Zaganelli – è un po’ la festa del Dottorato, un Dottorato di ricerca che coordino da anni. Nello specifico, l’indirizzo di Dottorato in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> è stato istituito più di 10 anni fa: un numero importante, questo, specie se ci si riferisce al susseguirsi di eventi e di allievi che sono cresciuti nel nostro Ateneo. I giovani studiosi – oggi ne abbiamo una testimonianza – ricoprono posizioni lavorative importanti dal punto di vista qualitativo e quantitativo, come anche le statistiche a livello nazionale attestano. Questo è valido anche per gli altri tre indirizzi di cui si compone il nostro Dottorato, ovvero: <em>Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo</em>, <em>Cooperazione alla pace e allo sviluppo</em>, <em>Scienze del linguaggio</em>. Indirizzi, questi, che dialogano con quello in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>, per il quale costituiscono dei contrafforti, in quanto la scienza del libro e della scrittura beneficia di altre discipline. Il Dottorato – ha proseguito la professoressa Zaganelli – è un’ottima occasione di crescita, un momento unico di comunità scientifica che si apre dal punto di vista internazionale. L’indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> ha ripuntato l’attenzione, fin dal progetto di ricerca sulla storia dei tipografi in Umbria, sul concetto di libro, articolandosi in diversi progetti che partono dal Cinquecento e arrivano al libro su supporto digitale. Il libro è un organismo cangiante: è un oggetto materiale, un oggetto d’arte nella piccola editoria, un contenuto intellettuale che dà accesso alla lettura. È lecito domandarsi cosa ne sarà del libro e in quale direzione andranno i Dottorati, tenendo presente il regolamento europeo che li norma. Da parte nostra, beneficiamo di una fitta rete di rapporti con l’Europa (penso, ad esempio, a Madrid e a Badajoz), e della possibilità della cotutela, di contatti col resto d’Europa. Un altro interrogativo verte sulle discipline umanistiche: come siamo in grado di sostenerle? Il nostro compito è di riportare l’attenzione sul libro, come abbiamo fatto con il volume, uscito per i tipi della casa editrice Pliniana nel 2014, <em>Tipografi, librai, illustratori: uno sguardo alle arti editoriali</em>, che costituisce una traccia cartacea indelebile e che, chi sa, magari uscirà, più avanti, in formato digitale…’.</p>
<p>Ha parlato di &#8216;una interconnessione di pratiche e di interdisciplinarità&#8217;, il professor Fabrizio Scrivano dell&#8217;Università degli Studi di Perugia, con riferimento all&#8217;indirizzo di Dottorato in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>. &#8216;D’altronde, il libro, quale preciso oggetto di indagine di questo indirizzo dottorale &#8211; ha spiegato il professor Scrivano -, sollecita competenze e atteggiamenti mentali diversi. Si tratta di un Dottorato tematico e non disciplinare, una scuola d’eccellenza sotto l’aspetto formativo. Sarebbe bello avere un avviamento a questo tipo di studi: il riferimento è a un corso di laurea magistrale e a un master…’. &#8216;Sono d&#8217;accordo in merito all&#8217;interconnessione di pratiche e all&#8217;interdisciplinarità &#8211; è stata la risposta del professor Andrea Capaccioni, rivolgendosi all’amico e collega dell’Università degli Studi di Perugia –. La trasversalità viene applicata a varie discipline quando si pone al centro di un Dottorato il libro. Anche la biblioteca è un organismo multiculturale come ha affermato Solimine: in biblioteca nascono delle contaminazioni e dei percorsi interdisciplinari che danno luogo al formarsi di nuovi saperi. Le contaminazioni sono spesso non consuete nell’Accademia italiana: questo Dottorato poggia proprio sulla contaminazione dei saperi, è uno dei pochi indirizzi dottorali che getta uno sguardo sulla biblioteconomia, la disciplina che rappresento, e che ho applicato, vorrei ricordarlo, allo studio della bibliografia in un volume pubblicato insieme alla professoressa Zaganelli nel 2004 nella collana ‘Controsegni’ della casa editrice Testo &amp; Immagine: <em>Catalogare l’universo. Approcci semiotici alla bibliografia</em>’.</p>
<p>Spazio, poi, ai dottori di ricerca e ai dottorandi dell’indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>, all’interno delle tre sezioni a loro dedicate: ‘Scrittura e lettura’, ‘Le linee di ricerca dei dottorandi in Scienza del libro e della scrittura’, ‘Testimonianze dei dottori di ricerca in Scienza del libro e della scrittura’. Nella prima sezione, gli interventi dei dottori di ricerca Vinicio Corrent, Linda Barcaioli, Luca Guerra, Sandro Natalini ed Elena Ranfa hanno focalizzato la loro attenzione, rispettivamente, sul rapporto tra testi antichi e musiche moderne, che si adattavano all’antica poesia italiana, per esempio petrarchesca, in qualità di scritture notazionali, sull’utilità delle discipline umanistiche anche all’interno di aziende, ad esempio ferroviarie: allora, ‘Polifilo – il riferimento è all’<em>Hypnerotomachia Poliphili </em>di Francesco Colonna (1499) – va in treno’, nel senso che il metodo applicato dal coordinatore ferroviario, sulla base di un dato regolamento, può essere paragonato al metodo dello studioso, alla sua ricostruzione dei passaggi storici, agli studi pregressi che consentono di contestualizzare una determinata opera. E, ancora, i contributi di questa prima sessione hanno inteso riflettere sulle ‘Scritture di corpi’ e sulla tatuazione di massa nella contemporaneità – per cui la scrittura altro non è che una disposizione di produzione di ‘forme di vita’, in quanto ‘nega la nuda vita’ –, sulla progettazione dell’albo illustrato in quanto prodotto insieme artigianale e commerciale, nonché una vera esperienza per un bambino – il riferimento, qui, è a <em>Cappuccetto Rosso in pittogrammi</em>, con cui Sandro Natalini ha vinto, nell’anno corrente, il Premio Andersen per il ‘Miglior libro fatto ad arte’ – e, infine, sul lettore ibrido, sulle declinazioni possibili del tema della lettura, sugli spazi del leggere e sui cambiamenti nella lettura, che presuppongono una rielaborazione dei significati ed una rimediazione.</p>
<p>La seconda sessione della Giornata di Studi dottorale, dedicata ai dottorandi dell’indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> (Puma Valentina Scricciolo, Luca Montanari, Antonello Lamanna, Luca Padalino, Maura Funari e Federico Meschini) ha toccato ambiti distinti, ma complementari: dalle categorie di peritesto e di epitesto applicate alla ricerca sull’autobiografismo nell’opera di Clara Sereni, allo studio come esperienza (come necessaria vocazione dello studioso all’accoglienza del nuovo) e come testimonianza (in quanto peculiarità di un approccio allo studio che non si imponga su ciò che si sta studiando), dalle riviste online (come ‘Gentes’, la rivista di <em>Scienze umane e sociali</em> dell’Università per Stranieri di Perugia) e dalle University Press (come la Perugia Stranieri University Press) al rapporto testo-immagine nel modernismo italiano (con un focus sull’opera di Lorenzo Viani, anche sulla base dell’analisi di testo e contesto), fino alle coperte dei libri, alla duplice natura del libro, come oggetto e come prodotto intellettuale, e alle Digital Humanities tra documento (quale prodotto di una specifica tecnologia, la scrittura) e racconto, e tra avantesti e peritesti digitali.</p>
<p>La terza ed ultima sessione è stata la risultante delle testimonianze dei dottori di ricerca in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>, Toni Marino, Sarah Bonciarelli, Liana Botti e Davide Pairone. Se Sarah Bonciarelli e Liana Botti hanno posto l’accento su uno specifico segmento del perimetro tipografico – la prima, parlando di storia del libro e della tipografia, ha ripercorso alcuni dei progetti di ricerca promossi dall’indirizzo dottorale in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>, quali, ad esempio, <em>Per una storia dei tipografi e librai. L’Alta Valle del Tevere</em>, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Città di Castello; mentre la seconda ha ricostruito l’iter che collega i tascabili cinquecenteschi a quelli attuali, passando per i libri dal piccolo formato pubblicati nell’Ottocento e caratterizzati da una grande tiratura, un piccolo formato e un costo sostenuto –, Toni Marino e Davide Pairone si sono incentrati sull’editoria, sulla vendita della letteratura, sulla situazione attuale della produzione editoriale in Italia, sul fatto che l’editoria necessiti non solo di dati quantitativi, ma anche di dati qualitativi, e, non da ultimo, sul passaggio o, per meglio dire, sui passaggi più significativi dal percorso dottorale al mondo delle case editrici (nel caso di Davide Pairone), che includono anche le politiche scolastiche di educazione alla lettura.</p>
<p>Tanti percorsi, un unico, comune denominatore, come vuole Matthew Might dell’Università dello Utah: il Dottorato di ricerca non è che un punto di partenza. Un superamento del limite, sul quale i giovani studiosi devono continuare a premere, per valorizzare il loro titolo a livello nazionale ed internazionale, in ambito accademico e non solo.</p>
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		<title>‘La sacralità del testo e il testo sacro’</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jul 2019 11:02:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Comune di Nocera Umbra]]></category>
		<category><![CDATA[Dottorato di ricerca in Scienze Letterarie Librarie Linguistiche e della Comunicazione Internazionale]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Nocera. </span> La parola <em>testo</em> rinvia all’atto della tessitura, che va preservato nella sua originaria intenzione creativa. Chi tesse, infatti, intreccia un <em>textus</em>, un tessuto di segni che interroga il lettore e lo induce a sviluppare una funzione critica e immaginativa. Ci sono il testo sacro <em>tout-court</em> e la sacralità del testo, ad esempio di quello letterario. Entrambi si basano sul fatto che la scrittura eserciti un rispetto sacrale e che porti ad una evoluzione della cultura, oltre che alla ristrutturazione del pensiero. Il testo, allora, acquista una sua venerabilità, in quanto conferisce autorità a chi lo scrive e si inserisce in una concezione della sacralità che può essere anche totalmente laica.</p>
<p>La sacralità del testo e il testo sacro sono stati omaggiati, mercoledì 3 luglio, nella suggestiva cornice di Palazzo Camilli a Nocera Umbra, da un incontro dottorale introdotto dalla professoressa Giovanna Zaganelli, coordinatore del Dottorato di ricerca in <em>Scienze Letterarie, Librarie, Linguistiche e della Comunicazione Internazionale</em> dell’Università per Stranieri di Perugia, il prestigioso Ateneo che, stando ad una recente indagine condotta da <em>La Repubblica</em>, si è classificato al secondo posto per incremento di immatricolazioni nell’ultimo anno accademico, segnando un aumento del 23% con 460 iscrizioni, risultante di una politica di sinergie attivate con la Cina, di una serie di collaborazioni con vari Atenei europei, dell’attivazione di corsi di laurea che rispondono alle richieste professionali dell’attuale mercato del lavoro e, non da ultimo, di una seria e rigorosa attività di ricerca scientifica. L’incontro, che ha registrato la partecipazione dei dottorandi e dei dottori di ricerca dell’indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>, ha inteso presentare a un nutrito pubblico composto dalle Autorità di Nocera Umbra e da docenti, dottorandi, studenti dell’Università per Stranieri di Perugia e del Liceo delle <em>Scienze Umane</em> ‘Sigismondi’ di Nocera Umbra, alcune linee di ricerca che hanno a che fare col testo sacro e con la sacralità della scrittura, muovendo direttamente da alcune ricerche in corso condotte dai giovani studiosi dell’Ateneo perugino.</p>
<p>‘Oggi, nella cornice di Palazzo Camilli, in cui è ospitata una mostra a cura dell’associazione culturale ‘Il telaio umbro. Tele e ricami in Nuceria’ (nata con lo scopo di promuovere la tradizione tessile del territorio nocerino), il Comune di Nocera Umbra e l’Università per Stranieri di Perugia intraprendono un percorso’ è stato il commento del sindaco di Nocera Umbra, Giovanni Bontempi. ‘Si tratta del primo di tanti incontri che riusciremo a mettere in piedi nell’alveo di una collaborazione che si concretizza oggi ufficialmente’, ha proseguito il primo cittadino, che ha ricordato la rinascita di Nocera Umbra dopo gli eventi del 1997. ‘Un’occasione, questa, &#8211; ha sottolineato il sindaco del comune nocerino -, per iniziare una proficua collaborazione con la cultura accademica e con giovani studiosi che si avvicinano al territorio della ‘città delle acque’, ricca di arte, storia, cultura, che, proprio il 3 luglio, grazie alla partecipazione delle istituzioni locali, del Liceo delle <em>Scienze Umane</em> rappresentato, nella giornata odierna, dal professor Maurizio Morini, e delle associazioni, tra cui ‘L’Arengo’, mette a disposizione dell’Università per Stranieri di Perugia gli spazi di Palazzo Camilli’.</p>
<p>‘Quella di collaborare con il Comune e con il Liceo delle <em>Scienze Umane</em> di Nocera Umbra (scuola con la quale già abbiamo attivato una collaborazione in occasione dell’elaborazione della tesi di laurea del dottor Mattia Perucca sullo storytelling dell’acqua minerale di Nocera Umbra, presentata a Nocera in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, il 22 marzo scorso) rappresenta una possibilità straordinaria che qui ed oggi ha la sua concretizzazione’, ha esordito la professoressa Giovanna Zaganelli, che ha evidenziato l’importanza di questa collaborazione tra l’Ateneo perugino, il Comune e le Associazioni della città nocerina. Ha, poi, rimarcato il fondamentale apporto delle Università nella ricostruzione culturale dei centri storici, la professoressa Zaganelli, specie di quelli mortificati dal terremoto registrato nella nostra regione. Oltre che al sindaco, che ha costruito in prima persona questo canale diretto con l’Università per Stranieri di Perugia, i ringraziamenti della professoressa Zaganelli si sono indirizzati alla Curia, rappresentata da Don Ferdinando e da Don Angelo, con la quale è stato messo in essere un progetto di ricerca volto a studiare l’archivio della biblioteca, al professor Maurizio Morini, anima di questi contatti, nell’alveo di un rapporto verticale tra Atenei e scuole, e ai professori Aldo Stella e Toni Marino dell’Università per Stranieri di Perugia e Fabrizio Scrivano dell’Università degli Studi di Perugia.</p>
<p>La mattinata del 3 luglio, dunque, ha, di fatto, concretizzato questo rapporto di collaborazione, particolarmente con l’indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> del Dottorato di ricerca in <em>Scienze Letterarie, Librarie, Linguistiche e della Comunicazione Internazionale</em> dell’Università per Stranieri di Perugia. I quattro interventi presentati, tutti incentrati sulla sacralità del testo e sul testo sacro, hanno dialogato tra loro, concentrandosi su argomenti distinti, ma complementari. Dalle <em>testimonianze esposte lungo le vie del Sacro in Umbria</em>, presentate dal dottorando Pierpaolo Trevisi – che ha fatto leva sul fatto che l’uomo, dai graffiti alle epigrafi presenti nei santuari siti lungo la via Flaminia e la via Amerina, abbia cercato di lasciare traccia del proprio pellegrinaggio attraverso testi sacri e sacrali a scopo culturale e devozionale, come quelli presenti, ad esempio, nella chiesa della Maestà di Acciano, nella Chiesa di San Francesco a Narni o nella Cappella della Madonna di Loreto – all’<em>ermeneutica</em> <em>del testo sacro di Emmanuel Lévinas</em>, di cui ha parlato il dottorando Luca Montanari, con l’intento di porre in luce alcuni snodi teoretici tra l’interpretazione della Scrittura ebraica e l’ermeneutica contemporanea, concentrandosi sull’analisi delle ‘letture talmudiche’ del filosofo di origine lituana che ha riflettuto sulla parte attiva svolta dal lettore nell’interpretazione della Rivelazione e del carattere esemplare dell’ermeneutica ebraica (<em>Midrash</em>). E sempre alla <em>Midrash</em>, nello specifico al racconto inedito di Clara Sereni, <em>Sara e Hagar</em>, e alla sua riscrittura della Bibbia, è stata dedicata la comunicazione della dottoranda Puma Valentina Scricciolo, che, dopo avere sbirciato, durante l’elaborazione della sua tesi dottorale, nella libreria della laica Clara Sereni ed avervi trovato testi come <em>Massime dei padri</em> di Shlomo Bekhor e <em>Midrashim</em> di Riccardo Pacifici,  ha focalizzato la sua attenzione su una porzione di questo testo, interpretato come <em>topos</em> contemporaneo di riscrittura del testo sacro, istituendo un confronto con <em>Eva e le altre. Letture bibliche al femminile</em> di Eva Loewenthal e <em>La saggezza velata</em> di Yarona Pinhas, e argomentando sulla differenza tra esegesi cattolica ed ebraica delle scritture. Infine, la figura di devozione è stata indagata, prendendo in considerazione alcuni motivi presenti nell’opera del genio di Giacomo Leopardi, nel contributo della dottoressa di ricerca in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> ed assegnista all’Università per Stranieri, Chiara Gaiardoni, che ha preso in esame gli apparati iconografici delle letture devozionali consultate dal poeta. Dal punto di vista di una sacralità figurale intesa nel suo senso più ampio e laico, invece, la fonte iconica della prima canzone sepolcrale (<em>Sopra un bassorilievo antico sepolcrale</em>, 1831-1835) è rappresentata dal bassorilievo funebre realizzato da Pietro Tenerani.</p>
<p>A conclusione di questo ritaglio su Leopardi e il sacro, si è tenuta una tavola rotonda durante la quale gli spunti di riflessioni offerti dalle comunicazioni dei giovani studiosi sono stati commentati dal sindaco, da Don Ferdinando e dai docenti. A lanciare una provocazione è stata la professoressa Zaganelli, che ha chiesto alle sapienze presenti se fosse possibile rinvenire una prima identificazione di sacralità del testo totalmente laica, in quanto il testo acquista una sua venerabilità nel momento in cui dà a chi lo scrive una certa autorità. C’è, insomma, una sacralità che esula dal testo sacro e che ha un destinatario specifico? ‘Il testo sacro – ha affermato Don Ferdinando, dopo avere rimarcato l’importanza di questo progetto di collaborazione che può condurre la cittadinanza nocerina attraverso un percorso di crescita intellettuale e di valorizzazione del patrimonio storico – ci parla, illumina la nostra mente e richiama una sacralità interna all’uomo, ovvero la sua coscienza, coinvolgendo il lettore e aprendo scenari conoscitivi ed esistenziali’. Una riflessione a margine del tema, quella del professor Aldo Stella dell’Università per Stranieri di Perugia: ‘Vorrei partire dallo spunto dato dal sindaco quando ci ha illustrato il palazzo e la mostra dell’associazione ‘Il telaio umbro’: <em>textus</em>, che rimanda a tessitura, deriva proprio da <em>tessere</em>, costruire un ordito, una tela. L’autore costruisce il testo come se avesse configurato una tessitura. L’autore fa la tela, l’interprete la disfà. Ma in che senso questa tessitura è sacrale? Si tratta di una sorta di rete che gettiamo per afferrare la realtà, la verità delle cose. Il testo ha questo obiettivo: afferrare la verità delle cose, una sezione dell’esperienza. Possiamo, quindi, ravvisare in questo un’intenzione sacra, proprio perché ha a che fare con la verità: il testo sacro non rimanda ad una sezione della verità, ma alla verità assoluta’. ‘La forma del sacro, da un punto di vista psicologico, è la forma del mistero – è stata la suggestione data dal professor Fabrizio Scrivano dell’Università degli Studi di Perugia –: da un lato si tratta di un mistero da affrontare in senso epistemologico, dall’altro di una esistenza separata da ciò che siamo, dal <em>radicalmente altro</em>. La mente non può spiegare determinate cose ed è lì che risiede il mistero, nel tentativo di dare significato a ciò che non si può conoscere. Siamo psicologicamente orientati ad attribuire esistenza a ciò che non possiamo conoscere. La stessa scultura (si pensi all’opera di Arturo Martini) si trova in difficoltà nel comunicare lo spazio sacro, nella scelta degli strumenti, che non sono più, appunto, sacri, ma scoperti’. ‘Giacomo Leopardi, che stamattina è stato citato – ha concluso il sindaco di Nocera Umbra – è stato presente a Nocera Umbra, in questa piccola realtà ricchissima. Grazie a voi (ai docenti e ai giovani studiosi dell’Università per Stranieri di Perugia, n.d.r.) tutto questo patrimonio potrà essere valorizzato’.</p>
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		<title>Storie di eccellenze umbre</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2019 17:31:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione pubblicitaria]]></category>
		<category><![CDATA[cultura di impresa]]></category>
		<category><![CDATA[progetto Diventare grandi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> Qual è il ruolo svolto dalla comunicazione nell’imprenditoria locale? Come si può approfondire, da un punto di vista culturale, il concetto di impresa? Come lo si può raccontare mediante lo strumento culturale del giornale? Allo storytelling aziendale, alle storie delle eccellenze umbre e alle immagini raccontate dalla voce e dall’esperienza degli studenti del corso di ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Qual è il ruolo svolto dalla comunicazione nell’imprenditoria locale? Come si può approfondire, da un punto di vista culturale, il concetto di impresa? Come lo si può raccontare mediante lo strumento culturale del giornale?</p>
<p>Allo storytelling aziendale, alle storie delle eccellenze umbre e alle immagini raccontate dalla voce e dall’esperienza degli studenti del corso di laurea magistrale in <em>Comunicazione pubblicitaria, storytelling e cultura d’immagine</em>, attivo presso l’Università per Stranieri di Perugia, è stato dedicato l’evento ‘Storie di eccellenze umbre’, che si è tenuto nell’aula A della palazzina Valitutti, in piazza Giorgio Spitella, 3, a Perugia, giovedì 23 maggio.</p>
<p>Promotrice dell’evento, che ha registrato la partecipazione di docenti e di studenti dell’Università per Stranieri di Perugia, è stata la professoressa Giovanna Zaganelli, coordinatrice del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dell’Università per Stranieri di Perugia. È stata lei ad introdurre e a presentare la dottoressa Anna Mossuto, direttrice del <em>Corriere dell’Umbria</em> dal 2009 al 2017, ideatrice della rubrica su politica, economia e attualità ‘Milleparole’ su Radio Onda Libera e oggi coordinatrice dell’ufficio-stampa del Comune di Assisi, e la dottoressa Angela Pettinacci, che, dopo la laurea in <em>Comunicazione pubblicitaria</em> all’Università per Stranieri di Perugia, ha fatto parte dello staff del <em>Corriere dell’Umbria</em> e ora è impiegata nel settore della comunicazione alle Poste. Ha ricordato ‘L’Umbria che eccelle’, la professoressa Zaganelli, la rubrica del <em>Corriere dell’Umbria</em> ideata dalla dottoressa Anna Mossuto, che ha avuto il merito di tracciare una mappatura delle aziende umbre di eccellenza, ‘identificando, nelle diverse edizioni, circa trecento realtà aziendali della nostra regione, medio-piccole realtà di ampio respiro’. ‘L’Umbria che eccelle’, la rubrica del <em>Corriere dell’Umbria</em> poi confluita in una manifestazione promossa dalla testata regionale sotto la direzione di Anna Mossuto e volta a premiare, al teatro comunale di Todi, in collaborazione con la Banca Monte dei Paschi di Siena, le aziende del territorio umbro che si sono distinte per la capacità di ideare progetto innovativi, ‘ci ha fornito lo spunto – ha proseguito la professoressa Zaganelli – per costruire una convenzione, nel 2016 e nel 2017, fra il corso di laurea magistrale in <em>Comunicazione pubblicitaria, storytelling e cultura d’immagine </em>e la testata regionale’.</p>
<p>La Stranieri di Perugia, infatti, in collaborazione con il <em>Corriere dell’Umbria</em>, è stata promotrice del progetto ‘Diventare grandi. Comunicazione e cultura d’impresa’, che ha inteso raccordare la cultura accademica e quella d’impresa. Il progetto ha avuto avvio nel marzo del 2016, con un incontro degli studenti del corso di laurea in <em>Comunicazione pubblicitaria, storytelling e cultura d’immagine</em>, coordinati dalla professoressa Giovanna Zaganelli, con Anna Mossuto e il giornalista Federico Sciurpa, ed è proseguito, fino al 2017, con uno stage degli stessi studenti, che hanno affiancato i giornalisti nella loro attività di reporter e di ‘fotografi’ della realtà imprenditoriale umbra, sia durante la visita alle aziende premiate da ‘L’Umbria che eccelle’, che in un ciclo di incontri che si sono tenuti nella redazione perugina del <em>Corriere dell’Umbria</em>.</p>
<p>‘Il rapporto di collaborazione che si è instaurato con la professoressa Zaganelli è stato, per me, uno dei più soddisfacenti – ha esordito la dottoressa Anna Mossuto, che ha ricordato come, quando era alla guida del <em>Corriere dell’Umbria</em>, si è messa sulle tracce di storie aziendali di un certo interesse nel tessuto della medio-piccola imprenditoria umbra, a partire da un anno, il 2009, in cui la crisi economica ha iniziato a dare i primi, importanti, segnali. ‘Accanto a brand come Cucinelli, Luisa Spagnoli e la Perugina – è stato il commento della dottoressa Mossuto – abbiamo raccontato alcune aziende poco conosciute, che si sono, però, distinte per creatività, passione, storie di passaggi generazionali. Un mondo, questo, che nemmeno gli umbri conoscevano e che abbiamo raccontato anche grazie alle tecniche dello storytelling aziendale, che gli studenti conoscono bene. Progetti come questo – ha concluso – non dovrebbero essere lasciati cadere’. ‘Abbiamo raccontato le piccole e le grandi aziende umbre, sottolineandone l’umanità – ha affermato la dottoressa Angela Pettinacci. Ha, poi, focalizzato la sua attenzione sulla grafica della rubrica ‘L’Umbria che eccelle’, di cui gli studenti hanno avuto modo di sfogliare alcune copie, evidenziando il lettering, semplice e lineare, il cartellino con su scritto ‘Made in Umbria’, rappresentativo della regione identificata col colore verde, in quanto ‘cuore verde d’Italia’. ‘Durante le varie edizioni del progetto, della manifestazione e della rubrica ‘L’Umbria che eccelle’ ci siamo avvalsi della competenza di un collega che ha realizzato riprese-video delle aziende. Per questo, siamo stati ben contenti della realizzazione del video da parte degli studenti della Stranieri: un lavoro di finezza intellettuale e di civiltà’.</p>
<p>E proprio ai docenti e agli studenti che hanno partecipato all’evento di giovedì 23 maggio è stato presentato il video di 18 minuti circa realizzato dagli studenti del corso di laurea magistrale in <em>Comunicazione pubblicitaria, storytelling e cultura d’immagine</em>. ‘Abbiamo applicato i nostri studi sulle pratiche dello storytelling – ha detto Mattia Perucca, dottore magistrale in <em>Comunicazione pubblicitaria, storytelling e cultura d’immagine</em>, una delle anime del progetto ‘Diventare grandi’ e realizzatore del montaggio finale –, abbiamo raccontato le diverse aziende umbre attraverso l’uso di immagini e di parole, realizzando un video-report che permettesse di identificare immediatamente le diverse realtà imprenditoriali, anche mediante l’inserzione di schede che ne raccontassero, brevemente, la storia. C’è stata una serialità nella realizzazione di questo progetto, che è confluito, in parte, nella mia tesi di laurea magistrale in <em>Comunicazione pubblicitaria, storytelling e cultura d’immagine</em>’.</p>
<p>Sulla serialità e sulle attività propedeutiche al montaggio finale del video, che hanno portato alla realizzazione di una banca-dati di materiale testuale e audio-visivo, si sono soffermate le dottoresse di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> (indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>) dell’Università per Stranieri di Perugia, Chiara Gaiardoni e Martina Pazzi, che sono state tutor degli studenti in questo progetto insieme al dottor Toni Marino. Gli studenti hanno, infatti, realizzato foto e spezzoni di video poi assemblati nel montaggio definitivo, interviste ai proprietari delle aziende, articoli di giornale, bodycopy e locandine pubblicitarie e lo storyboard creativo, una narrazione per immagini delle varie fasi di lavorazione dei prodotti. Il tutto, hanno precisato le due tutor, grazie a una serie di incontri, coordinati dalla professoressa Zaganelli, che si sono tenuti in Università, a dei momenti laboratoriali svolti nei laboratori informatici della palazzina Valitutti, alle visite alle aziende e a una serie di incontri nella redazione del <em>Corriere dell’Umbria</em>.</p>
<p>Un progetto, dunque, che, come ha affermato la dottoressa Mossuto, non dovrebbe cadere. In linea con lei, il professor Rolando Marini, presidente del corso di laurea triennale in <em>Comunicazione Internazionale, Interculturale e Pubblicitaria</em> dell’Università per Stranieri di Perugia, che ha ribadito che gli studenti debbano essere stimolati verso la creatività, anche grazie a collaborazioni come questa che si è tenuta fra l’Ateneo perugino e la testata regionale, in quanto il giornale è un potente strumento culturale, che può raccontare la cultura d’impresa.</p>
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		<title>Tra assenze e presenze: &#8216;il gioco della scrittura&#8217;</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2019 14:20:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> <em>Lontananza di una persona (o di una cosa) dal luogo ove dovrebbe trovarsi. Privazione. Mancanza</em>. Sono tutte forme sinonimiche per designare l’assenza. Un concetto, questo, che può essere declinato da molteplici punti di vista: dalla storia del libro all’ermeneutica, dalle digital humanities alle teorie della ricezione, passando per la materialità del supporto e per gli itinerari paratestuali. Assenza come evento dell’<em>assente</em> operato dalla scrittura. Assenza come mancanza del contesto originario con riferimento ai fogli di pergamena riutilizzati per farne delle coperte di libri. Assenza come mancanza di interpretazioni univoche nei racconti del mito della signora del labirinto, Arianna. Assenza come mancata interpretazione delle testimonianze esposte medievali dei luoghi di pellegrinaggio in Umbria. Ma l’assenza può essere anche comunicata. Spazio, allora, agli appunti sul canone letterario contemporaneo, al binomio narrazione-complessità sondato dagli studi e dalle riflessioni che, da Gödel, conducono sino a Calvino, al senso etico della scrittura in Emmanuel Lévinas, alla narrazione del silenzio nell’opera di Albert Camus, e, infine, alla scrittura come ontologia del vuoto nel primo racconto di Natalia Ginzburg.</p>
<p>Il binomio <em>scrittura-assenza</em> è stato omaggiato, il 30 aprile scorso, a partire dalle 15.00, in una gremita sala Goldoni di Palazzo Gallenga, nell’alveo di un incontro dottorale dal titolo ‘Scrittura e assenza. La scienza del libro tra ermeneutica e digital humanities’, al quale hanno preso parte dottori di ricerca e dottorandi dell’indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> dell’Università per Stranieri di Perugia ed una dottoranda in <em>Filosofia teorica</em> dell’Università degli Studi di Macerata. I dottori di ricerca e i dottorandi sono stati coordinati dalla professoressa Giovanna Zaganelli – Direttore del Dipartimento di <em>Scienze Umane e Sociali</em> dell’Università per Stranieri di Perugia e Coordinatore del Dottorato in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dello stesso Ateneo – e dal professor Andrea Capaccioni – Docente di <em>Biblioteconomia</em> all’Università degli Studi di Perugia –.</p>
<p>‘Mi pregio di introdurre questa giornata dedicata alla scrittura, in qualità, anzitutto, di Coordinatore del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dell’Università per Stranieri di Perugia – ha esordito la professoressa Giovanna Zaganelli, introducendo il lavoro dei dottori di ricerca e dei dottorandi presenti –. L’indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>, che ho il piacere e l’onore di coordinare, ha dato ‘il là’ a questa giornata di studi. Quando i giovani studiosi mi proposero di approfondire il tema dell’<em>assenza</em>, non nascondo che restai un po’ perplessa. Ma, riflettendoci, pensai che, in effetti, l’assenza è un qualcosa che identifica il nostro mondo culturale, sociale, politico. L’assenza è da intendersi come non-presenza, ma anche come smaterializzazione del documento, come assenza di parola, di scrittura, di testi, di narrazioni. I dottori di ricerca e i dottorandi hanno sintetizzato tutto questo e sintetizzare è l’operazione più difficile che esista’. La professoressa Zaganelli ha, poi, colto l’occasione, nel salutare il dottor Antonello Lamanna, editor della University Press dell’Università per Stranieri di Perugia e direttore responsabile della rivista di <em>Scienze Umane e Sociali</em> «Gentes» dello stesso Ateneo, per presentare la pubblicazione, nei «Quaderni del Dottorato», della tesi dottorale del dottor Luca Guerra, uno dei moderatori dell’incontro, tesi dal titolo: <em>Le prestazioni biopolitiche della scrittura</em>.</p>
<p>‘Da parte mia, vorrei focalizzare l’attenzione sul sottotitolo scelto per questo incontro dottorale: <em>La scienza del libro tra ermeneutica e digital humanities</em> – è stato il commento del professor Andrea Capaccioni –. Le digital humanities sono state sentite, infatti, spesso ed erroneamente, come l’incombenza della tecnologia in ambito umanistico. Ma l’informatica umanistica non è affatto uno strumento esterno alla cultura. Il digitale entra nella cultura umanistica, introducendo un approccio diverso nello studio delle scienze umane. Il lavoro dell’umanista passa dallo studiolo al laboratorio e il digitale incide sul mondo fisico’.</p>
<p>E sulle digital humanities si sono incentrate alcune delle relazioni presentate martedì 30 aprile, e moderate, nella prima sessione, dal titolo ‘Ricostruire l’assenza’, dal dottorando in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> dell’Università per Stranieri di Perugia Federico Meschini, e, nella seconda sessione, basata sulla ‘Comunicazione dell’assenza’, dal dottore di ricerca dell’indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> dello stesso Ateneo, Luca Guerra. Dalle copertine e dai frammenti pergamenacei di riuso – e dal loro smembramento fino alla loro nuova presenza dal punto di vista dell’archeologia del libro, della stratificazione storica e delle tecnologie digitali – alle testimonianze esposte, ai graffiti e alle iscrizioni parietali lungo le vie del pellegrinaggio medievale in Umbria – la cui analisi consente di ricostruire idealmente le tappe dei vecchi itinerari, in cui i pellegrini, incidendo, hanno lasciato una traccia, un <em>mark</em> del loro passaggio – , passando per alcuni appunti su ‘ciò che non si può dire’ e su ‘ciò che possono le scienze umane’ – con l’interposizione del segno tracciato che trattiene il fluire immediato dell’esperire, aprendo la possibilità dell’<em>assente</em> e di una utopica nostalgia della presenza, attuata come rappresentazione e come forma – e per le diverse riscritture del mito della signora del labirinto, Arianna – che, in quanto testo mobile, non è mai concluso, né innocente, perché soggetto a continue contaminazioni, a vari processi di codificazione degli avvenimenti narrativi e dei differenti sistemi segnici: dai testi pittorici rinascimentali ai testi letterari e musicali sino ad arrivare ai labirinti del Novecento –.</p>
<p>E ancora: <em>assenza</em> come esclusione, e conseguente inclusione di alcune questioni critiche inerenti alla definizione del canone letterario contemporaneo; assenza e presenza come linea di confine tra narrazione e teoria della complessità computazionale, includendo il cosiddetto problema P vs. NP, con riferimento ai problemi risolvibili in tempo polinominale o ai casi in cui tale problema è l’oggetto stesso della narrazione. Assenza, infine, declinabile da altri tre punti di vista: come componente ermeneutica chiave nell’opera di Emmanuel Lévinas, con riferimento al significato etico dell’assenza nella scrittura del pensatore lituano, che non si riduce ad una mera mancanza dalle pagine del testo; come mancanza di risposte nella narrazione del silenzio e nei linguaggi dell’assurdo dell’opera di Albert Camus, in cui la <em>nègation</em> viene trattata in forma romanzesca ne <em>L’Etranger</em>, in forma drammatica, ad esempio, in <em>Caligula</em>, e in forma ideologica ne <em>Le Mithe de Sisyphe</em>; infine, come ontologia del vuoto nel primo racconto, <em>Un’assenza</em>, di Natalia Ginzburg, dalla lettura del quale emerge un quesito fondamentale: ‘si può narrare il vuoto? Si può utilizzare il segno grafico come rimedio apotropaico all’<em>horror vacui</em>?</p>
<p>Il problema è, sempre, lo stesso. L’assenza della scrittura. Il bianco della pagina, che, per dirla con Anne-Marie Christin, non implica un’assenza, nonostante non sia verbalizzato, né coincide con l’impossibilità di nominare. Ma che è, anzi, connotato da una chiara (e presente) valenza semantica.</p>
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		<title>Ascoltare e fissare l’oralità</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2019 20:11:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> Complessa è l’interfaccia tra oralità e scrittura. È necessario scindere tra società con o senza scrittura, tra tradizioni scritte e orali nelle società dotate di scrittura, tra chi sa leggere e chi sa scrivere. Esistono culture orali prive di scrittura, che vanno scisse da culture non esclusivamente orali, influenzate dalla scrittura. Perché senza scrittura non ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Complessa è l’interfaccia tra oralità e scrittura. È necessario scindere tra società con o senza scrittura, tra tradizioni scritte e orali nelle società dotate di scrittura, tra chi sa leggere e chi sa scrivere. Esistono culture orali prive di scrittura, che vanno scisse da culture non esclusivamente orali, influenzate dalla scrittura. Perché senza scrittura non si ha accumulazione di informazioni al di fuori del cervello. Da qui, l’importanza della mnemonica visiva, che, ad un livello morfologico, precede la scrittura e che, più che una mnemotecnica, è un codice. Lo stesso che viene utilizzato, ad esempio, nella costruzione di un testo rituale, di una cerimonia liturgica, di un racconto mitologico tràdito di bocca in bocca. Nel 1571 Gabriele Barrio, nel <em>De antiquitate et situ Calabriae</em>, annotava: ‘Fu detta <em>Messurga</em>, quasi <em>Messurgus</em>, tolta la a, che significa cantore, perché gli abitanti, a causa della fertilità del territorio, vivevano cantando, cioè in letizia’.</p>
<p>Indagare gli aspetti linguistici e sociolinguistici di una comunità calabrese in provincia di Crotone, Mesoraca, attraverso un’esplorazione dei fenomeni della sfera sonora e una raccolta di materiale dialettologico e etnomusicologico. È stato questo l’obiettivo perseguito dalla ricerca, avviata nel 1992, confluita in <em>Così parla Mesoraca. Dialetto e lingua di un paese della Calabria</em> (Perugia, Eranuova, 1998) e sottesa al volume, edito quest’anno, a Perugia, per i tipi di Morlacchi Editore, <em>Calabria Sound System. Musiche tradizionali, lessico e oralità contemporanea</em>, che reca di Antonello Lamanna (giornalista presso l’ufficio stampa dell’Università per Stranieri di Perugia, dove è ideatore e responsabile del progetto ‘Voxteca’, un osservatorio-laboratorio dei dialetti italiani e dell’oralità contemporanea. È direttore responsabile della rivista di Scienze umane e sociali «Gentes» del Dipartimento di <em>Scienze Umane e Sociali</em> dell’Università per Stranieri di Perugia ed è il fondatore ed editor della Perugia Stranieri University Press, la casa editrice dell’Ateneo perugino. Coordinatore del Centro di Studi Internazionale sulle Campane (Cescav), si dedica allo studio della musica popolare e della tradizione orale e svolge ricerche dialettologiche ed etnomusicologiche nel Centro e nel Sud Italia. Tra le diverse pubblicazioni, ha curato, per ‘Voxteca’ ed Egea, <em>La valle parlante. Il mondo popolare del cantastorie Riziero</em> (2013) e <em>D’altro canto. Scenari contemporanei della musica popolare umbra</em> (2014)).</p>
<p>‘Per capire una comunità, l’ho ascoltata’ ha esordito Antonello Lamanna giovedì 4 aprile, davanti ad una nutrita platea riunitasi nel Salone d’onore di Palazzo Donini, a Perugia, in occasione della presentazione del suo ultimo libro, <em>Calabria Sound System. Musiche tradizionali, lessico e oralità contemporanea</em> (Perugia, Morlacchi Editore, 2019). ‘Ne ho esaminato la lingua – ha proseguito – e la porta dialettale ha sancito l’ingresso verso altre porte, quelle delle più disparate discipline. Questo libro non è la ricerca iniziata negli anni Novanta del secolo scorso, ma una parte della ricerca. Una ricerca che si è costituita come un mosaico di relazioni, di differenti tipologie testuali. Se l’ambito editoriale pone dei limiti, la ricerca non li ha. Tendo l’orecchio, quando mi trovo in un luogo, ne immagazzino ricordi sonori, ascolto le parole che evocano in me delle emozioni uditive. È il caso, ad esempio, dei brani musicali, dei canti, come quello di ‘Donna Righetta’ o di ‘Occhi turchini’ – il primo trasposto in racconto da Mirko Revoyera, il secondo magistralmente interpretato da Enrico Bindocci e Kyria Constantinou, armonizzando una versione tradizionale calabrese e un brano musicale cipriota. Altre ‘incursioni’ musicali e teatrali sono state performate da Otello Profazio, cantautore folk, e da attori e musicisti che hanno interpretato il repertorio tradizionale della Calabria, tra cui Mirko Bovini, Sandro Paradisi, Luigi Serrapiede, Bruno Pilla e Luca Petrilli (n.d.r.) –. Numerose, le storie dei cantori che ho conosciuto e che vivono in questa ‘terra di persone che cantano’. Hanno mostrato di avere un orecchio assoluto, come il pastore Alessandro, che riesce ad accordare migliaia di campane, sulla base di una vera e propria lingua dei pastori, di una grammatica complessa’.</p>
<p>Non è inusuale, infatti, sentire a Mesoraca accordare o suonare una zampogna, ascoltare i canti polivocali della mietitura e delle raccolte delle olive, scorgere una gamma di sonorità e repertori musicali. ‘La prima foto – ha osservato Luigi Cimarra, etnolinguista e Direttore del Museo di Civita Castellana – ritrae una persona che fa un concerto di campane. E non è un caso che sia stata scelta questa immagine policroma: sottende la volontà di riporre al centro dell’attenzione il campanile, il suo precipuo significato nel contesto culturale, in quanto rappresentazione della comunità, della <em>civitas</em>’. Si tratta della prima delle 7mila foto del corpus etno-fotografico che correda il volume, a fianco delle 50 tracce tra voci, suoni, tasselli di un mosaico sonoro di riti, cerimonie, pratiche arcaiche (dalla farsa del Carnevale ai rosari cantati della Quaresima), canti tradizionali, liturgici, sulla zampogna, tarantelle, pastorali e narrazioni popolari. ‘Il dialetto – ha affermato Luigi Cimarra – è un elemento culturale identitario e, in quanto tale, riecheggia il suono civico delle campane. Non è una forma decaduta dell’italiano, ma il prodotto di una evoluzione del latino in un territorio determinato storicamente, che è legato ad una realtà contingente: le parole scompaiono, a volte, perché scompaiono le cose che le parole rappresentano. Tutto ciò fa di Mesoraca un unicum della tradizione popolare italiana’. Ma un ponte viene gettato fra Calabria ed Umbria, come ha sottolineato Pietro Abbritti, Presidente dell’Associazione Amici della Calabria e dell’Umbria, in occasione del suo saluto alle autorità presenti, fra cui Donatella Porzi, Presidente dell’Assemblea Legislativa della Regione Umbria, e la Rettrice dell’Università per Stranieri di Perugia, Giuliana Grego Bolli, la quale ha rimarcato lo stretto legame di amicizia e di consuetudine, anche legata ad una lunga tradizione di formazione universitaria, che intercorre tra le due regioni. Tale rapporto risulta essere oggettivato anche nello studio della tradizione orale e popolare italiana portato avanti nell’alveo del progetto ‘Voxteca’, un archivio di suoni, parole, lingue contemporanee, di cui l’Ateneo perugino rappresenta l’ideale luogo di accoglienza. Uno degli obiettivi del progetto, infatti, è quello di offrire documenti sonori utili all’identificazione della persona in quanto membro di una specifica comunità culturale.</p>
<p>L’aspetto musicale delle lingue permette di organizzarne i significati, la struttura logico-sintattica, la gerarchia delle informazioni, riflettendo l’elaborazione culturale di una comunità in un preciso spazio-tempo. È quello che è stato fatto con Mesoraca, l’antica Messurga, e con i suoi canti polifonici, rosari cantati, ninna-nanne, lamenti funebri, litania, suoni di tamburelli e fischietti. Per ascoltarne, e fissarne, l’oralità.</p>
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		<title>Una giornata in tipografia</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2019 20:33:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Editrice Pliniana]]></category>
		<category><![CDATA[tipografia]]></category>
		<category><![CDATA[Universit? per Stranieri di Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> ‘La tipografia può essere definita come l’arte di disporre le lettere, distribuire lo spazio e controllare i caratteri in modo da favorire al massimo la comprensione del testo da parte del lettore’. In First principles of tipography, pubblicato a Cambridge nel 1936, Stanley Morison profila il suo concetto di ‘leggibilità’, che risiede nell’efficienza e nell’utilità ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Alta Valle del Tevere. </span> ‘La tipografia può essere definita come l’arte di disporre le lettere, distribuire lo spazio e controllare i caratteri in modo da favorire al massimo la comprensione del testo da parte del lettore’. In <em>First principles of tipography</em>, pubblicato a Cambridge nel 1936, Stanley Morison profila il suo concetto di ‘leggibilità’, che risiede nell’efficienza e nell’utilità proprie del mezzo tipografico funzionale alla stampa dei libri. La tipografia e il libro stampato, secondo il promotore della rinascita dei caratteri della tipografia umanistica per la Monotype Corporation, devono ‘adempiere a un servizio pubblico’. ‘La tipografia oggi – siamo nel 1936 (n.d.r.) – non ha tanto bisogno di ispirazione o di <em>revival</em> quanto di ricerca’.</p>
<p>Di ricerca, appunto. Il progetto ‘Per una storia dei tipografi e librai in Umbria: l’Alta Valle del Tevere’ ideato e coordinato dalla professoressa Giovanna Zaganelli, direttore del Dipartimento di <em>Scienze Umane e Sociali</em> dell’Università per Stranieri di Perugia e coordinatore del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em>, va in questa direzione. Realizzato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Città di Castello, è inserito nelle attività del Dottorato in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> e sancisce una collaborazione pluriennale fra il prestigioso Ateneo perugino e la Fondazione stessa. Una collaborazione, questa, che si è oggettivata nella messa a punto di un museo virtuale (<a href="http://www.tipografielibrai.it">http://www.tipografielibrai.it</a>), nella pubblicazione, nel 2014, per i tipi della Editrice Pliniana, del volume <em>Tipografi, librai, illustratori. Uno sguardo alle arti editoriali</em>, a cura di Giovanna Zaganelli, nella realizzazione del progetto collaterale con la Universidad Complutense de Madrid sulla tipografia madrilena del Settecento e nella fondazione del Centro di Documentazione ‘Tipografie del Tifernate’. Ricostruire la storia della tradizione tipografica e libraria in Umbria, con particolare riferimento all’Alta Valle del Tevere, da un punto di vista storico, scientifico, tecnico e didattico. Questo, l’obiettivo del progetto sulle tipografie, che si interessa del patrimonio culturale e del sapere tecnico, della storia del libro e della divulgazione a livello internazionale dei risultati degli studi, attraverso la costituzione di una officina scientifica.</p>
<p>È stato proprio Giorgio Zangarelli, direttore della Editrice Pliniana di Selci Lama – fra le più antiche tipografie dell’Italia centrale, è dotata di macchinari per la stampa offset e per la stampa digitale ed è specializzata nella stampa di volumi di pregio – ad aprire le porte o, per meglio dire, ‘il portone da cui si passa da 106 anni’ della sua azienda, in una giornata di fine febbraio dall’aria pre-primaverile, alla professoressa Giovanna Zaganelli e alla sua allieva Sarah Bonciarelli, ora ricercatrice all’Università di Gent, in Belgio. La professoressa e la giovane ricercatrice hanno trascorso ‘una giornata in tipografia’, immerse in racconti di escursioni fra le pagine della «Rivista Grafica», fra gli stemmi in cera lacca di antichi testi documentari conservati alla Pliniana, o di passeggiate, tanto amate dall’imprenditore tifernate, in Val d’Orcia, alle Cinque Terre, nei pressi della villa Magherini-Graziani o del castello Bufalini di San Giustino.</p>
<p>All’interno della biblioteca dell’antica limonaia, ora sede dello stabilimento di viale F. Nardi a Selci Lama, lo sguardo attento e scrutatore del visitatore può poggiare su pregiati volumi della collana «C.A.V.» (ad esempio, su <em>Le livre de ma vie. Mémories autobiographiques</em>, datato agli anni 1927-1964), su un libro intitolato <em>La carta. Storia, materiale, tecniche</em>, che reca la firma di Peter F. Tschudin, sui tomi che compongono la collana «Contributi di filologia italiana» o ancora sui <em>Processi inquisitoriali di Vittore Soranzo (1550-1558)</em> di Pier Paolo Piergentili. Nel museo storico dell’azienda si possono ancora oggi ammirare le cassettiere in legno contenenti i caratteri di piombo, le scatole con le matrici, i cliché in zinco raffiguranti piantine di città o frontespizi di libri, il rullo ancora impregnato di inchiostro, e i vecchi macchinari: dalla macchina da stampa piano-cilindrica Super Unigraf alla piegatrice Leonis, dalla linotype alla monotype. È qui, vicino alla cassettiera in legno contenente i caratteri di piombo, che è affisso, dentro una raffinata cornice in legno, un articolo datato al 31 giugno 1913 ed editato in <em>Plinio il Giovane</em>, un periodico mensile illustrato. Il titolo, <em>Quattro ritratti della famiglia Vitelli</em> è un elemento paratestuale che orienta la lettura e l’attacco ‘La famiglia Vitelli comincia con un Matteo morto nel 1287, da cui nacque Vitello’ concretizza, nero su bianco, un percorso attraverso le carte d’archivio, sospese fra l’alba dei tempi della cavalleria e dell’aristocrazia e il loro tramonto. Ci sono, poi, dei graziosi segnalibri, donati da Giorgio Zangarelli e connotati dalla funzione dell’indicalità. ‘Un bambino che legge sarà un uomo che pensa’: una affermazione, questa, che campeggia su uno dei deliziosi segnalibri, sopra l’immagine di un piccolo lettore che se ne sta appollaiato sopra tre tomi di colore diverso. In un altro segnalibro, impresso in occasione del centenario della celebre tipografia e casa editrice umbra, vengono ripercorsi i cento anni al servizio della cultura con delle note sulle due date salienti: il 1913, anno della fondazione dello stabilimento da parte di Ruggero Fiordelli, parroco di Selci Lama, e il 2013, quando la casa editrice è ancora attiva con le moderne tecnologie, ma con memoria storica museale. La casa editrice nel 2013 ha pubblicato un volume sulla sua storia, ricorrendo a tre tecniche di stampa: in copertina la parola <em>Pliniana</em> è ripetuta due volte, al dritto, in stampa tipografica a piombo, in rosso e subito dopo in forma speculare, a rovescio, in nero. Il tutto in piombo, offset, e stampa digitale, a supporto della filosofia dello storico stabilimento tipografico. ‘La Pliniana – si legge nell’introduzione di Giorgio Zangarelli al volumetto <em>Cento anni. Costituzione della Società Cooperativa Tipografica «Pliniana»</em> – ha attraversato tutto il Novecento tra momenti floridi e momenti di ristrettezza, è vissuta e sopravvissuta a due conflitti mondiali, nei suoi locali via via ampliati sono transitate oltre a generazioni su generazioni tutte le tecnologie tipografiche’.</p>
<p>‘Egregio signore – si legge, ancora, in una lettera datata in Città di Castello al 5 dicembre 1886 e indirizzata a Scipione Lapi, di cui campeggia, all’ingresso dello stabilimento, un austero ritratto – voi che, non curando noie e fastidii consacrate la vita ad un indefesso lavoro: che a noi inesperti fornite il modo d’istruirci nella nobile arte della Stampa ’. ‘Siamo il ramo cadetto della Scipione Lapi’ è stato il commento di Giorgio Zangarelli con riferimento all’allora storico laboratorio litografico sorto a Città di Castello nel 1872, poi divenuto industria beneficiaria di una committenza posta ben oltre l’angusto ambito locale.</p>
<p>D’altronde, per riuscire buoni tipografi occorrono due cose, come voleva Carlo Frassinelli: ‘limitati mezzi, i 26 segni dell’alfabeto; illimitata devozione al mestiere e all’arte’. La stessa devozione che è propria dell’imprenditore tifernate Giorgio Zangarelli.</p>
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		<title>Per una perpetua perfettibilità</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 17:24:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Autore e testo]]></category>
		<category><![CDATA[filologia]]></category>
		<category><![CDATA[paleografia]]></category>
		<category><![CDATA[Universit? per Stranieri di Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Si legge ciò che si sa di dover leggere. A sostenerlo è Giorgio Pasquali in Pagine stravaganti (Firenze, Sansoni, 1968): ‘l’occhio assuefatto a determinati segni non trova soddisfazione che in un ductus di quella fatta’, prosegue il filologo. Se è vero che scrivere, dopo un periodo di addestramento, diventa un abito psicofisico irriflesso (si scrive ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Si legge ciò che si sa di dover leggere. A sostenerlo è Giorgio Pasquali in <em>Pagine stravaganti</em> (Firenze, Sansoni, 1968): ‘l’occhio assuefatto a determinati segni non trova soddisfazione che in un ductus di quella fatta’, prosegue il filologo. Se è vero che scrivere, dopo un periodo di addestramento, diventa un abito psicofisico irriflesso (si scrive come si parla o come si gesticola), e se è altrettanto vero che un testo è scritto per essere letto, come si può intessere un discorso sul rapporto che intercorre fra quel testo ed il suo autore? Partendo, forse, proprio dall’etimologia di ‘autore’, che deriva da <em>augeo</em>: colui che accresce un testo. Il riferimento, qui, è all’autorità, all’autenticità, a qualcosa che è di più di un consiglio e di meno di una legge. A differenza del copista, che scrive di cose altrui senza aggiungere o cambiare, o del compilatore, che scrive di altri come testo principale e di suo sotto forma di glossa, l’autore è colui che scrive di suo come elemento principale, aggiungendo, magari, un commento e altri testi a conferma di quanto scritto in precedenza. In questa breve rassegna, di mano del paleografo Armando Petrucci, l’autore compare per ultimo. Ma può, senz’altro, aprire il discorso.</p>
<p>‘Autore e testo nel riflesso della produzione manoscritta’ è stato il titolo del seminario che Antonio Ciaralli – professore associato di <em>Paleografia latina</em> all’Università degli Studi di Perugia ed allievo di Armando Petrucci – ha indirizzato, mercoledì 6 febbraio, ai dottorandi del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dell’Università per Stranieri di Perugia coordinato da Giovanna Zaganelli, direttore del Dipartimento di <em>Scienze Umane e Sociali</em> dello stesso Ateneo, e a quelli dell’indirizzo in <em>Scienze linguistiche e filologiche</em> in particolare.</p>
<p>‘Ogni filologo necessita di un dialogo fitto con un paleografo’ – è stato il commento di Daniele Piccini, professore associato di <em>Filologia italiana</em> all’Università per Stranieri di Perugia e direttore del Comitato scientifico dell’indirizzo di Dottorato in <em>Scienze linguistiche e filologiche</em> dello stesso Ateneo, che scorge nel collega e amico Antonio Ciaralli ‘un’attenzione metodologica, un accento posto non solo sull’analisi del singolo manoscritto, ma su tutta una serie di problemi relativi al copista e all’autore che copia se stesso, nell’alveo di un costante esercizio di decifrazione condotto in senso ampio, come voleva il suo grande maestro, Armando Petrucci, di cui l’allievo ha da poco pubblicato il ‘Ricordo’.</p>
<p>‘Il connubio filologia-paleografia si pone alla base di ogni lavoro nell’ambito delle nostre ricerche’ – ha esordito Antonio Ciaralli, che ha rimarcato l’importanza di un cammino da fare insieme: ‘loro (i filologi, n.d.r.) capiscono ciò che io (paleografo, n.d.r.) so leggere’ nei meandri dei contorni delle testimonianze scritte. ‘Oggi – ha proseguito Ciaralli – esco fuori dal mio campo per affrontare un argomento difficile, quello del rapporto fra autore e testo, e, nel farlo, non potrò far altro che essere un buono studente, che ripetere ciò che già Armando Petrucci ha scritto nei suoi saggi lucidissimi, esemplari, datati agli anni Ottanta del secolo scorso, ma ancora moderni’. Il riferimento è, nello specifico, a quegli scritti che hanno trattato della letteratura attraverso i manoscritti, degli autografi, dei libri d’autore, della scrittura del testo. E, non da ultimo, del binomio paleografia-filologia: una relazione, questa, che con la critica genetica si stringe ulteriormente, perché attraverso la filologia della trasmissione – accostata alla filologia della tradizione: da un lato, dunque, la storia della tradizione critica di un testo, dall’altro uno studio condotto sulle testimonianze, sulla manifestazione dei testi e sulla loro espressione concreta – si intraprende lo studio della partecipazione dell’autore alla scrittura di un testo. ‘Lo studio della partecipazione dell’autore all’opera di scritturazione del proprio testo – scrive Armando Petrucci – e l’analisi delle modificazioni nel tempo di tale partecipazione e dei modi in cui essa si è di volta in volta realizzata possono costituire un contributo notevole sia alla migliore conoscenza dei processi di produzione di testi complessi, sia alla critica dei testi stessi: ma ancor di più possono servire a meglio precisare, per ciascuna epoca e situazione storica, alcuni rapporti, quale quello scrittura-lettura o quello, appunto, libro-testo’.</p>
<p>La critica strutturalistica ha indagato il problema della scomparsa dell’autore e della sua riapparizione sotto varie forme. Ma non è stata questa la prospettiva prescelta per guardare alla questione dell’autore: il termine, si è detto, deriva dal latino <em>augeo</em> e designa colui che incrementa il testo, che lo accresce. Colui, in definitiva, che scrive il proprio testo come elemento principale e che aggiunge un commento o altri testi a conferma di quanto scritto in precedenza. Se si osserva, però, la realtà medievale, è difficile discernere l’autore dal copista e dal compilatore: l’opera non è altro che la risultante di un lavoro collegiale, a cui prendono parte segretari, compilatori, e, appunto, autori. La partecipazione diretta dell’autore alla fattura materiale dei propri testi interessa vari ambiti: l’ideazione, la fase di trasformazione del testo in libro d’autore, le fasi di scrittura o, almeno in epoca classica, di dettatura. Un’officina, questa, sospesa fra ideazione dell’opera e sua messa in esistenza, e che passa per una mediazione compiuta dall’autore e per delle inevitabili trasformazioni, determinate dalle mutazioni delle tecniche di scrittura e dalle modificazioni della figura dell’autore e, perciò, del rapporto fra autore e pubblico, fra autore e testo (tenendo conto, in quest’ultimo caso, del diverso orientamento delle teorie letterarie).</p>
<p>Il processo di scrittura autoriale ha inizio nell’XI secolo: prima di allora possiamo solo attribuire a qualcuno i testi presi in esame. Con l’XI secolo, invece, si dispone di testimonianze numericamente considerevoli di autografi e, di conseguenza, è a quest’epoca che è opportuno rifarsi per prendere in considerazione una modificazione sostanziale del rapporto fra autore e testo. La maggior parte degli autori sono monaci, che interagiscono con il mondo delle biblioteche, e con quelli della storiografia e dell’agiografia. Due, i luoghi in cui si insegna a scrivere nell’XI secolo: la chiesa (con le sue istituzioni: scuole cattedrali e monasteri) e notariati. I testi qui prodotti sono caratterizzati da unicità, conservazione nel luogo di produzione e destinazione nell’ambito ristretto del cenobio: si tratta di codici caratterizzati da un processo di correzione e di aumento autoriali, da aggiunte e da integrazioni di parti mancanti. Interventi, questi, che sono compiuti per mezzo di tecniche lente, risolte nella rasura e nella riscrittura, ovvero in operazioni che camuffano le modifiche apportate. Questa, una tassonomia: nel verso di una pergamena conservata all’archivio arcivescovile di Ravenna ci sono una nota tarda di tipo archivistico e due testi nel margine superiore e lungo il margine laterale, testi che hanno a che fare con il discorso relativo all’autografia. Il testo fu scoperto da Alfredo Stussi, è databile al 1220 circa – ovvero risale alla fase aurorale della nostra storia letteraria – e fa parte dell’area padano-meridionale, mentre la lingua è ravennate. Si tratta di un testo autoriale, di un atto giuridico: a scrivere non è stato un notaio, ma uno scrivente gravitante attorno all’ambito ecclesiastico. Un testo aggiunto in margine, compare nel <em>Ritmo laurenziano</em>, con errori di copia: si è di fronte ad una pagina con scritte avventizie, aggiunte, testi di vario genere, <em>ex-libris</em>, tracce, depositi occasionali. L’<em>intentio</em> della conservazione è affidata ad una sorta di religiosità del manufatto.</p>
<p>La prima vera testimonianza di una autografia autoriale è data dal <em>Liber ad honorem Augusti</em> dedicato a Enrico VI di Svevia: i distici sono suddivisi in cinquantadue parti che trattano di cronaca di guerra e dell’elogio per la conquista del regno, mentre il testo poetico è affiancato da alcune miniature. Il rapporto testo-immagine è stato, qui, progettato dall’autore, che inserisce le didascalie al di sotto delle miniature. Ma è nella carta di guardia finale che Pietro assume la paternità dell’opera: ‘Ego magister Petrus (…) composui’. Si parla di <em>compositio</em>, addirittura. Il ‘nostro’ compie un’operazione senza precedenti: da un anonimato imperante e da una passività nei confronti della materia ad una costruzione attiva del testo. Chi è Pietro? Un curiale, un notaio? Forse un notaio: era stato educato alla beneventana.</p>
<p>Con riferimento alla modificazione del rapporto fra autore e testo, un ruolo non secondario e che va sottoposto a giudizio di revisione è giocato dalla cultura notarile: quanto le prassi di scrittura autografica dei notai hanno inciso su quelle di scrittura autoriale in letteratura? Chi scrive nell’Italia di inizio Duecento? Se è vero che la domanda di scrittura e di lettura aumenta col progresso dell’organizzazione urbana, cresce esponenzialmente il bisogno di documentazione. Gli autori sono coloro che possono conferire autorità a ciò che scrivono, in quanto godono della <em>fides publica</em> su ciò che scrivono. Se i chierici sono <em>scriptores</em> e non <em>auctores</em>, ovvero copiano i testi, spetta ai notai intessere un tessuto di relazioni con i testi letterari, e agli studiosi porre sotto la lente di ingrandimento tale rapporto. Dei <em>Documenti d’amore</em> di Francesco da Barberino ci sono giunti due manoscritti, conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana: entrambi i codici presentano parti autografe e il testo organizzato, su cui l’<em>autore</em> interviene con una traduzione in latino ed un commento nella medesima lingua, a margine. Ma con Francesco da Barberino non si compie ancora un salto completo verso l’autorialità, a differenza che con un suo contemporaneo, nipote e figlio di notai: Francesco Petrarca. ‘Una religione dello scrivere’, la sua: ‘Petrarca – per Armando Petrucci – sviluppò soprattutto nell’età matura e in vecchiaia una vera e propria religione dello scrivere e scrisse e riscrisse di suo proprio pugno molte delle sue opere. Ma per lui l’autoscrittura rappresentò lo strumento primario ed essenziale di una complessa strategia scrittoria e libraria, che mirava al rinnovamento radicale sia delle tipologie grafiche in uso al suo tempo, sia della stessa forma libro’. Petrarca ha rivoluzionato, dunque, il modo di scrivere basso-medievale. Non è uno scriba, non un calligrafo: deve, da intellettuale qual è, aprire la strada ad uno stuolo di eruditi che, operativamente, cambiando il <em>modus scribendi</em> (si pensi, ad esempio, a Colluccio Salutati, a Niccolò Niccoli, a Poggio Bracciolini).</p>
<p>E quest’arte del rifare, questa perpetua perfettibilità sono esperibili entrando nell’officina autoriale petrarchesca, popolata, come nel <em>Codice degli abbozzi</em>, in quegli appunti che il poeta laureato si porta dietro per tutta la vita, di frettolosi abbozzi, di varianti, di ripensamenti, di un incedere della scrittura che macchia, che oblitera il testo, pur lasciandolo percepibile, di un discorso critico condotto su di sé attraverso glosse marginali e interlineari.</p>
<p>Perché la scrittura, specie se autoriale, è un fatto di riscrittura. E di ‘perpetua perfettibilità’.</p>
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		<title>Variazioni di scrittura</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2019 11:46:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Quanto alla necessità di scrivere certe lettere, certi segni alfabetici, che non sarebbero mai comparsi nella stessa forma, Roland Barthes era solito ripetere: ‘il mio desiderio non s’inscrive affatto nel codice che mi è stato insegnato e che mi sono imposto, bensì nel simulacro del lettore che io mi figuro’. Inesistente nel caso delle note, personalizzato nel caso delle missive, eidetico nel caso del testo. La scrittura, dal canto suo, è ritorno alla mano, al gesto manuale nella sua ampiezza antropologica. E il supporto di scrittura, ‘una materia soggettiva, la sostanza distesa sotto la mano, contatto della pelle e della materia che mette alla prova il corpo’. Ci sono tante scritture quanti sono i supporti che le condizionano, opponendo diverse resistenze allo strumento che traccia e alla contestura della materia, e obbligando la mano a gesti di aggressione o di carezza.</p>
<p>Studiare il libro nelle sue molteplici componenti significa indagare i rapporti che coesistono fra i supporti materiali, nella loro evoluzione nel tempo, e i processi di codifica e decodifica, ricezione e fruizione del testo. Significa studiare l’origine e le pratiche scaturite dalla scrittura e analizzarne le forme. E, non da ultimo, oltrepassare i confini del segno alfabetico sino a comprendere sistemi semiotici come i testi verbo-visivi, e, perché no, le scritture rupestri, i testi graffiti, il libro nella sua fisicità, il taccuino e il diario corredati di elementi autografi, i supporti digitali contemporanei e quelli che concretano e ospitano ogni forma di testimonianza scritta. Perché la relazione iconico-linguistica può agire come punto di raccordo fra diversi campi disciplinari: l’iconologia, la semiotica del testo e della cultura, l’estetica, la critica letteraria, la bibliologia. Pur mantenendo salda la coerenza tematica, che, grazie agli strumenti della semiotica del testo, permette di approfondire la natura dei diversi processi di interpretazione e riscrittura, mediante una trasposizione intersemiotica che dallo scritto giunge al figurato e all’audiovisivo, percorrendo (anche) i meandri dei dintorni del testo, della paratestualità.</p>
<p>È di questo (e non solo di questo) che si occupa l’unico indirizzo tematico, in <em>Scienza del libro e della scrittura</em>, del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dell’Università per Stranieri, coordinato dalla professoressa Giovanna Zaganelli, direttore del Dipartimento di <em>Scienze Umane e Sociali</em> dello stesso Ateneo perugino. E giovedì 17 gennaio, alle 15.00, nella sala docenti della palazzina Valitutti, i dottorandi Roman Winter, Federico Meschini, Puma Valentina Scricciolo, Pierpaolo Trevisi, Maura Funari e Luca Montanari hanno esposto ad una commissione presieduta dalla professoressa Giovanna Zaganelli e composta dai docenti Fabrizio Scrivano, Andrea Capaccioni, Antonio Allegra e Michele Dantini, gli esiti delle ricerche condotte sinora e lo stato di avanzamento dei lavori. Filo rosso conduttore, il libro e la scrittura, come punto di raccordo di progetti diversi fra loro, ma radicati nel binomio scrittura-lettura, come due pratiche di produzione di senso, in cui la prima altro non è, per dirla ancora con Barthes, ‘un esercizio monumentale di ripetizione’, ‘un satori’, che fa vacillare la conoscenza e crea un vuoto di parola. Dal terreno, misterioso e lucidissimo, della fiaba nord-europea, delle saghe, dei racconti popolari su streghe e sirene, indagato, mediante uno spoglio della banca-dati danese e olandese, da una prospettiva semiotica, attraverso gli strumenti di analisi che erano stati propri di Propp o lo schema narrativo canonico elaborato da Greimas, ad altri data-base, alle biblioteche e agli archivi digitali, che analizzano, applicando i risultati della ricerca quantitativa a dati qualitativi, e mediante l’uso dei progressi attuati nell’alveo della filologia digitale e dell’informatica umanistica, intese sia in senso diacronico che sincronico, l’oggetto-libro nella sua fisicità e l’edizione di un testo come macchina computazionale. Una combinazione, questa fra hard sciences e soft sciences, fra informatica, bibliologia e media-studies, fra i diversi settori i cui la testualità digitale si è declinata, fino a incorporare gli ambienti testuali dei social-network, da analizzare come delle vere e proprie narrazioni, sulla base della pratica dello storytelling e dell’applicazione incrociata del modello gutenberghiano e televisivo. Dallo spoglio delle missive facenti parte dell’epistolario della scrittrice Clara Sereni e dalla scrittura del sé, del libro di famiglia, della memoria privata novecentesca alla creazione di nuovi miti post-risorgimentali, fino all’analisi della documentazione conservata alla Fondazione Gramsci, all’Archivio Bonsanti, all’Istituto di cultura italiana di Tel Aviv, al fine di indagare il rapporto di una delle tre donne di Casa Sereni con la scrittura e con il mondo dell’editoria. Ancora, dai venti testi graffiti intorno al 1386 – gli anni dello Scisma, dei due Papi, della costruzione della biblioteca in San Francesco d’Assisi, dell’arrivo di una ipotetica Apocalisse –, scritture esposte, presumibilmente della stessa mano, e incise a due metri e mezzo da terra, al di sotto del ciclo giottesco nella Basilica assisana, all’indagine condotta nei dintorni del testo sui significati della coperta del libro, dall’invenzione della stampa, fino agli e-book, passando per la via etica del senso, attraverso uno studio dell’ermeneutica del testo sacro, nei suoi aspetti teoretici ed epistemologici, concretatisi nelle pratiche dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islamismo.</p>
<p>Tutte ricerche, queste, condotte nella consapevolezza che, come scriveva (ancora) Barthes, ‘la scrittura è sovente (sempre?) servita a nascondere ciò che le era stato affidato’, contro una concezione della scrittura come ancella tardiva della parola. La funzione comunicativa del testo scritto è posteriore rispetto a quella estetico-rituale. Tanto che, un tempo, ‘il vento avrebbe confuso le lettere, così che nessuno, tranne gli uomini sacri, avrebbe potuto carpirle&#8217;.</p>
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		<title>Narrare la memoria</title>
		<link>http://www.perugiaonline.net/narrare-la-memoria/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 18:24:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> Narrare significa raccontare e raccontare significa ordinare. La scrittura nasce con le liste e contiene in sé sia il germe narrativo che quello computazionale. Questi due aspetti possono essere combinati dalle Digital Humanities, tenendo conto del fatto che gli strumenti non sono mai neutrali? Sì, se si riflette, ad esempio, sul fatto che le analisi ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Narrare significa raccontare e raccontare significa ordinare. La scrittura nasce con le liste e contiene in sé sia il germe narrativo che quello computazionale. Questi due aspetti possono essere combinati dalle Digital Humanities, tenendo conto del fatto che gli strumenti non sono mai neutrali? Sì, se si riflette, ad esempio, sul fatto che le analisi quantitative (e qualitative) dei Big-data necessitano della narrazione e dello storytelling, oltre che dell’elaborazione critica. Elaborazione critica. Spirito critico. Solo per mezzo di questo si può non credere (o cedere) alle bufale, alle famigerate fake-news. Non c’è da stupirsi, allora, se in una gustosissima vignetta di Andrea Pazienza, una bambina chieda al padre: ‘Papà, ma è vero che gli elefanti volano’? Che il papà risponda: ‘Ma dove l’hai letto?’. Che la bambina esclami: ‘Nell’<em>Unità</em>’. E che il papà concluda: ‘Sì, ma trenta, quaranta centimetri, non di più’.</p>
<p>Martedì 15 gennaio, alle 15.00, nella sala-docenti della palazzina Valitutti dell’Università per Stranieri di Perugia si è tenuto il seminario dottorale ‘Reti memoria e narrazione. Archivi e biblioteche digitali tra ricostruzione e racconto’, titolo dell’ultimo libro di Federico Meschini, edito nel 2018 da Sette Città nella collana Biblioteca. Il racconto e i suoi meccanismi sembrano essere sottesi alla dimensione storico-documentale messa in essere da archivi e biblioteche digitali, che permettono di recuperare il passato. Se le reti telematiche non vengono considerate solo come un fenomeno comunicativo, da un mero punto di vista sincronico, ma anche come una manifestazione dalla valenza diacronica si può mettere a frutto e usare proficuamente lo strumento computazionale. E si può narrare la memoria.</p>
<p>L’introduzione al seminario dottorale è spettata alla professoressa Giovanna Zaganelli, direttore del Dipartimento di <em>Scienze Umane e Sociali</em> dell’Università per Stranieri di Perugia e coordinatore del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dello stesso Ateneo. ‘Questo libro fresco di stampa – è stato il commento della professoressa Zaganelli – parte dal web, dalle reti, dagli archivi digitali e arriva al racconto, attuando un confronto fra ciò che è informazione e ciò che è narrazione e racconto pervasivo. Nel secondo capitolo della prima parte, dedicata al web e alla sua storia, c’è un affondo su due eventi mediatici, i cento-cinquantanni dell’Unità d’Italia e la prima guerra mondiale: il primo è legato ad eventi mediatici molto meno pervasivi, mentre il secondo è caratterizzato dalla frammentarietà e dalla distribuzione degli accadimenti, dalle piccole storie personali’. La professoressa Zaganelli, rivolgendosi ai dottorandi e ai dottori di ricerca presenti, ha concluso affermando che questo argomento possa essere loro d’aiuto nell’alveo delle ricerche condotte, in quanto lo storytelling è un qualcosa di pervasivo in termini di racconto degli eventi, così come lo sono le categorie spazio-temporali.</p>
<p>Ha lasciato, poi, la parola a Federico Meschini, dottorando dell’indirizzo in <em>Scienza del libro e della scrittura</em> del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dell’Università per Stranieri di Perugia e docente a contratto di <em>Informatica umanistica</em> all’Università degli Studi della Tuscia, che ha ripercorso le varie tappe di un itinerario di studi e ricerche condotti sin dai primi anni Duemila. Ha focalizzato la sua attenzione sulle Digital Humanities, il dottor Meschini, su questa strana disciplina in cui il computer costituisce l’applicazione della digitalizzazione al patrimonio culturale, sancendo l’incontro fra le <em>hard sciences</em> e le <em>soft sciences</em>. Come gli archivi digitali offrono la possibilità di narrare la memoria, anche sulla base di fonti documentarie? Lo storytelling è una pratica di informazione pervasiva, in cui la narrazione gioca un ruolo importante. I social network hanno esponenzialmente incrementato gli ambienti conoscitivi della rete, rendendo il web meno statico e anzi conducendolo ai meta-dati, che lo rendono uno spazio più ordinato basato sui criteri dell’intelligenza artificiale. La stessa realtà è diventata narrazione: si pensi al linguaggio della politica italiana, alle fake-news, all’analisi narratologia applicabile ai social, come ambienti narrativi. Creare un blog, prima, era un’attività informativa, mentre i social sono una sorta di simulacro di noi stessi, un luogo-non luogo di continua e fluida esposizione, qualcosa che esiste solo se lo possiamo raccontare. Facebook è il social network più testuale, un ambiente a scopo emotivo, in cui si sottendono passione, istinti. Chi ha un modello gutenberghiano, ovvero una cultura verticale e verticalizzata, di approfondimento degli argomenti, riesce a usare Facebook con un certo grado di intelligenza, mentre chi ha solo il modello mediale, televisivo, tende a cadere inevitabilmente nello scontro o nella scrittura di monologhi, esattamente come se fosse in televisione. Fa parte di un gruppo, sui social, pur non facendone realmente parte: la tecnologia non crea, ma svela le camere dell’eco. Almeno a livello letterario (ma non solo) viviamo una declinazione popolare della condizione post-moderna: il post-moderno è la cultura del frammento, la consapevolezza del racconto. Si può essere presenti e assenti allo stesso tempo. Se Facebook viene utilizzato con consapevolezza testuale, nei commenti postati, possono svilupparsi anche discussioni proficue, molto più ricche di alcuni saggi, al punto che, a volte, vengono realizzati degli e-books sulla scorta di queste. Noi percepiamo il tempo come lineare. E anche un articolo, una monografia, un libro si muovono su questo piano. Il concetto di spazialità è stato modificato, in quanto viviamo in un eterno presente. Facebook è un grande data-base: siamo costantemente a contatto con la molteplicità, come insegnava Calvino nelle Lezioni americane e come ha evidenziato il quadrato semiotico che lega la consistenza (in inglese è ‘coerenza’) all’apertura e alla leggerezza, che, come voleva sempre Calvino, non è sinonimo di superficialità, ma un planare sulle cose dall’alto.</p>
<p>Allora, forse, alla bambina della vignetta di Andrea Pazienza si può rispondere che no, che, anche se è scritto nell’<em>Unità</em>, gli elefanti non volano proprio.</p>
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		<title>L’epica della mano</title>
		<link>http://www.perugiaonline.net/lepica-della-mano/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 16:36:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> Come fare una storia dell’arte italiana del Novecento? Come tratteggiare un paesaggio di continuità e discontinuità storiche, artistiche, culturali e non solo politico-istituzionali? Come incorporare in questo contesto le autorappresentazioni identitarie e i concetti di eredità e tradizione? Come approdare a modelli interpretativi nuovi che superino l’antitesi ‘fascismo/anti-fascismo’ su cui per secoli si è radicata ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Come fare una storia dell’arte italiana del Novecento? Come tratteggiare un paesaggio di continuità e discontinuità storiche, artistiche, culturali e non solo politico-istituzionali? Come incorporare in questo contesto le autorappresentazioni identitarie e i concetti di eredità e tradizione? Come approdare a modelli interpretativi nuovi che superino l’antitesi ‘fascismo/anti-fascismo’ su cui per secoli si è radicata la ricostruzione del Novecento italiano dal periodo <em>entre-deux-guerres</em> alle neoavanguardie e oltre? E, non da ultimo, come interpretare l’allegoria del genio dell’artista che toglie la vita al flusso, depositandolo sui materiali dell’arte? Le forme, d’altronde, si annunciano, sono luminose, traggono la luce fuori dall’ombra e sottendono un’epica della mano, che correda l’idea mitografica dell’artista latino, attraversando un piano estetico ed un piano civile. La mano altro non è, forse, che ‘un varco metafisico all’ingresso del luminoso’.</p>
<p>A questi quesiti ha risposto il seminario dottorale tenuto dal professor Michele Dantini – docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università per Stranieri di Perugia, Visiting Professor (‘Visual Arts and Globalization’) alla Scuola IMT Alti Studi di Lucca e Direttore del Master in <em>Educational Management per l’arte contemporanea</em>, Castello di Rivoli, Museo di arte contemporanea/Università degli Studi del Piemonte Orientale ‘Amedeo Avogadro’ – martedì 11 dicembre nella Sala Docenti della Palazzina Valitutti dell’Università per Stranieri di Perugia. Il seminario &#8216;Continuità/discontinuità. Arte e politica in Italia <em>entre-deux-guerres</em> e Repubblica&#8217;, rivolto ai dottorandi di tutti e quattro gli indirizzi di cui si compone il Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dell’Università per Stranieri di Perugia, coordinato dalla professoressa Giovanna Zaganelli, Direttore del Dipartimento di <em>Scienze Umane e Sociali</em> dello stesso Ateneo, ha posto l’accento sul paesaggio di &#8216;continuità&#8217; storiche, artistiche e culturali, e di &#8216;discontinuità&#8217;, non solo politico-istituzionali, che caratterizza il secondo Novecento italiano, tenendo in considerazione, nell&#8217;alveo della storia dell&#8217;arte <em>tout-court</em>, anche le autorappresentazioni identitarie, la storia della mentalità e del sentimento religioso e, non da ultimo, temi come l&#8217;eredità e la tradizione. Emerge, infatti, da parte della storiografia artistica più recente, l&#8217;esigenza di approdare a modelli interpretativi nuovi che superino l&#8217;antitesi &#8216;fascismo/antifascismo&#8217; su cui per troppo tempo si è radicata la ricostruzione del Novecento italiano dal periodo <em>entre-deux-guerres</em> alle neoavanguardie e oltre. Quali sono, in ultima istanza, se esistono, le continuità sociali e culturali, in Italia, nel passaggio fra fascismo e Repubblica?</p>
<p>A seguito dell’introduzione della professoressa Giovanna Zaganelli, Direttore del <em>Dipartimento di Scienze Umane e Sociali</em> e Coordinatrice del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em>, che, partendo dall’ultimo libro pubblicato dal professor Michele Dantini, <em>Arte e sfera pubblica. Il ruolo critico delle discipline umanistiche</em> (Roma, Donzelli Editore), ha fatto leva sul ruolo critico delle discipline umanistiche e sull’incrocio di estetica, politica, lettura dell’immagine che segue criteri scientifici – una commistione, questa, che era stata propria anche della Scuola di Tartu, che si poneva come obiettivo primario di dare alle scienze umanistiche il rigore di quelle ‘dure’ – il professor Michele Dantini ha proposto ai dottorandi un esercizio di interpretazione storico-artistica, guidandoli attraverso un percorso storico post-unitario che ha interessato la nazione politica italiana. L’obiettivo è stato quello di esercitare la storia dell’arte non su un piano meramente fattuale, ma critico, con tutto il corredo di domande, inquietudini, urgenze storico-culturali ed esegetiche che ne deriva e attraversando la storia post-unitaria della nazione politica italiana, un concetto ben diverso, questo, da quello di ‘nazione culturale’.</p>
<p>Come fare, dunque, una storia dell’arte italiana del Novecento? Tenendo anche conto del fatto che si tratta (anche) di una storia dell’assenza, della reticenza, dell’implicito? Con gli anni Quaranta, e, per la precisione, con gli anni ’43 e ’45, si assiste ad una tabula rasa, ad un nuovo inizio, con Alberto Burri e Lucio Fontana. Una tabula rasa politica implica una tabula rasa in campo artistico? Le immagini, nella loro viscosità, hanno una longevità in realtà superiore a quella dei cicli della storia politica. Queste, le premesse, le basi problematiche e interpretative poste dal professor Dantini a fondamento della sua analisi dei dati sensibili, della sua narrazione per immagini. Un racconto che è partito da uno dei Tagli di Fontana, datato al 1960 e inserito nell’alveo di un contesto geopolitico occidentalista. D’altronde, di Fontana abbiamo accettato la reputazione planetaria che dell’artista ha proposto il collezionismo anglo-americano: quella di un artista concettuale, non figurativo, vicino al non-oggetto. Prima dei ‘Tagli’ c’erano i ‘Buchi’ di Fontana, alla fine degli anni Quaranta. E prima dei ‘Buchi’ c’erano le scene delle battaglie: in un fregio di ceramica di ‘Battaglia’, del ’48, si scorge il dettaglio di una scena equestre. Si tratta di una pittura d’ira, di rabbia: la rabbia dei cavalieri, che combattono per la gloria. Una situazione figurativa di identità nazionale di stampo mitografico futurista, marinettiano. Allora, fra il Fontana del ’48 e quello dei ‘Buchi’ dev’esserci qualcosa in comune: i ‘Buchi’ possono essere la traduzione performativa del colpo di lancia, in quanto la tela stessa viene uccisa in termini di performance: l’eroico furore congenito alla tradizione si concretizza qui in termini ermetici. Si possono individuare intere famiglie iconografiche a supporto di queste narrazioni: il riferimento è (anche) alle scene di corrida di Pablo Picasso, al gesto omicida del torero, all’allegoria del genio dell’artista che toglie la vita al flusso, per poi depositarlo sui materiali dell’arte. Ma anche alle ceramiche di Fontana, col tema dell’uccisione dell’animale e quello degli elementi magico-rituali, o alla concezione di Marinetti, secondo il quale il poeta deve spendersi con ‘ardore, splendore, generosità’, in un vortice di metafore, in un continuo tentativo di auto-posizionamento da parte dell’artista, modellato, così come i processi creativi, dalla logica di mercato. Nel Manifesto del Futurismo del 1909 è contenuto un compendio dell’artista latino e non internazionalista: vi sono termini che si riferiscono a una tradizione latina e italiana di matrice berniniana. L’artista latino è un artista dell’eroico furore: il genio riceve l’idea e la forgia, creando un’opera d’arte riconoscibile e autografa, determinata dall’idea di improvvisazione. I futuristi sostenevano questo: che non vi fosse bellezza se non in una battaglia. Questo crea continuità con la tradizione, col tema dell’ardore: la forma deve uscire dalla materia per darne una prima notizia. L’artista italiano è chiamato da Dio, riesce a colloquiare con i nuclei della creazione, è geniale e non meticoloso, scolastico, accademico. Allora, possiamo (ri)leggere Fontana in quanto portatore del genio di una determinata tradizione. Nella sua <em>Annunciazione</em>, del 1951, il colpo omicida e irripetibile dell’artista è un fatto, appunto, di annunciazione. L’artista è incarnazione del luminoso, del divino, viene visitato dalle forme. Anche queste ultime si annunciano, sono luminose: traggono la luce fuori dall’ombra. Ce lo hanno insegnato sia la rivista «Valori plastici» che il modernismo italiano, anti-liberale, anti-francese. Il fatto che Fontana, nel ’47, abbia invocato un certo eroico furore marinettiano, mussoliniano, si trasferisce, inabissandosi, nei ‘Buchi’ e nei ‘Tagli’. Non è un caso che Ugo Mulas abbia fotografato il gesto dell’artista che taglia e non l’opera, che è un oggetto residuale.</p>
<p>Il secondo caso-studio è stato dato dall’eleganza omicida del guerriero equestre, dal momento cruciale della mano. Un’epica della mano, che correda l’immagine mitografica dell’artista latino, dell’eroico furore dell’artista che si fa medium del luminoso. Umberto Boccioni, ne <em>La città che sale</em> (1910-1911), oltre che restituire un’immagine di gloria, rappresenta visivamente il manifesto marinettiano: vi sono il proletariato, il socialismo, tutto ciò che rischia di compromettere la potenza della nazione, l’elogio del corporativismo fascista che trionfa durante il Ventennio. Ma non tutte le mani sono corporative: c’è la mano dell’artista che forgia e attraversa i due piani, estetico e civile, come nel caso del <em>Senza titolo</em> del 1919 di Ottone Rosai. Un dettaglio del primato della mano dell’artista italiano che realizza il miracolo, creando la forma dal caos.</p>
<p>Elogio dell’ordine, quindi. Omaggio al folklore, riconciliazione col cuore della nazione. E allora anche pizze e mandolini possono diventare motivo di orgoglio nazionale, nell’ambito di un ritorno all’ordine figurativo. Possiamo fermarci qua, ad esempio, nell’analisi dei <em>Giocatori di carte</em> di Gino Severini (1924). Ma se si criticizza la tela, se la si guarda con gli occhi di un pittore che è stato cubista o attraverso un singolo dettaglio, il significato cambia: vi sono elementi segnaletici che spostano il senso dal centro, che fanno scattare una lettura diversa, un differente punto di vista, un’altra concezione di centro e di periferia. Si apre un foro nella parete, un foro che crea un’illusione: allora quel gioco di carte può essere trasposto su un piano allegorico. Lo stesso esercizio di lettura si può applicare a <em>Il giocoliere</em> di Antonio Donghi del 1936, o agli <em>Studi</em> di Picasso, in cui la mano svolge un ruolo centrale in senso autoriale, o ancora al suo <em>Autoritratto con tavolozza</em> del 1906, in cui questa ultima si sostituisce alla mano, diventandone una propaggine, in una persistenza fra amanuense e amanuense, di una <em>humanitas</em> che non ha niente di stalinista, che si oppone all’ultimo totalitarismo.</p>
<p>In un eterno balletto fra mente e mano: la prima conia nuove immagini, la seconda non fa in tempo a fermare sul foglio il corteo di divinità che l’immaginazione produce. E si pone come ‘un varco metafisico all’ingresso del luminoso’.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8216;Uccidiamo il chiaro di luna&#8217;</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jun 2018 15:15:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia dell'arte]]></category>
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		<category><![CDATA[Universit? per Stranieri di Perugia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> Il problema della continuità. Tra le due guerre. E quello, stringente, della coscienza italiana, motore, già nell’Ottocento, di un emblematico atteggiamento di autori che hanno fatto il ‘Risorgimento filosofico’, come un Manzoni, come un Leopardi. E, ancora, come un Cuoco, che si rifà a un’origine arcaica, un De Sanctis, per il quale la critica letteraria ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Il problema della continuità. Tra le due guerre. E quello, stringente, della coscienza italiana, motore, già nell’Ottocento, di un emblematico atteggiamento di autori che hanno fatto il ‘Risorgimento filosofico’, come un Manzoni, come un Leopardi. E, ancora, come un Cuoco, che si rifà a un’origine arcaica, un De Sanctis, per il quale la critica letteraria era un modo per rifugiarsi in un cantuccio di particolare, o un Gioberti, che rivendica il primato, da questo punto di vista, degli italiani. Perché, se il Risorgimento esiste grazie al recupero del passato storico, tale linea storicistica culmina nel ruolo di Gentile, che, come interprete del fascismo, va a chiudere questo processo di coscienza nazionale proprio grazie alla filosofia. È stato un compito molto chiaro e al contempo molto arduo, il suo : ha dovuto concretizzare una dimensione nazionale in un Paese privo di tradizione nazionale, rivendicando l’originalità della filosofia italiana, a volte sintesi di filosofie differenti. Gentile ha, quindi, proposto, e lo ha fatto in maniera cosciente, il ruolo della filosofia italiana, in un’operazione di riscrittura del passato teoretico italiano, individuando nel Risorgimento il punto di svolta della tradizione nazionale. In Gentile gli umanisti assumono il senso di fattori della coscienza italiana. Si tratta della tematica delle due Italie. Il punto fondamentale è che questo discorso permette di individuare in Gentile un taglio morale, e non pedagogico. Lui, che ha collocato il Fascismo come compimento del Risorgimento. Ma tale interpretazione del passato storico pare non finire con la morte di Gentile: l’esempio è offerto da un noto filosofo post-gentiliano, Garin, che si richiama al Rinascimento. Pur esprimendosi, nel 1947, in maniera negativa nei confronti degli studi di Gentile antecedenti alla guerra, Garin accoglie la proposta gentiliana di concludere la storia della filosofia iniziata, appunto, da Gentile. Cosa è successo, cos’ha determinato questa continuità, se è vero che si può beneficiare della centralità immanentista che Garin desume da Gentile?</p>
<p>Questo, il quesito che si è posto Antonio Allegra (Università per Stranieri di Perugia). Queste, le linee essenziali dell’intervento da lui presentato in occasione del convegno ‘L’entre deux guerres in Italia’, tenutosi a palazzo della Penna, a Perugia, e curato da Michele Dantini, Michela Morelli e Gemma Zaganelli. Fra storia dell’arte, storia della critica e storia politica. Il convegno, aperto dal Rettore dell’Università per Stranieri, Giovanni Paciullo, e presieduto da Francesco Federico Mancini (Università degli Studi di Perugia), da Michele Dantini (Università per Stranieri di Perugia) e da Gemma Zaganelli (Università degli Studi di Perugia), ha registrato gli interventi, fra gli altri, di Paola Salvatori (Scuola Normale Superiore di Pisa), dal titolo <em>Le esposizioni storico-politiche del Ventennio e il ruolo degli artisti</em>, di Michele Dantini (Università per Stranieri di Perugia), <em>Renzo De Felice e la storia dell’arte</em>, Alessandro Del Puppo (Università degli Studi di Udine), <em>Ignazio Silone e Clement Greenberg. Le ragioni di una difficile ‘terza via’</em>, Alessandro Romanello (Accademia dei Lincei di Roma), <em>Fascismo e modernità: riflessioni a partire dal Convegno internazionale sull’architettura del 1936</em>, Stefania Petrillo (Università degli Studi di Perugia), dal titolo <em>Il </em><em>«</em><em>volto amato» </em><em>della patria e il Salone del paesaggio umbro del 1930</em>, Aurora Roscini Vitali (Università La Sapienza di Roma),<em> «L’ephémère est eternel</em><em>». La creazione effmera come possibilit</em><em>à </em><em>espressiva nel corso del Ventennio</em>, Michela Morelli (Università degli Studi di Perugia), <em>Arte e fascismo: dibattiti e strategie culturali a Perugia e Centro Italia</em>, Andrea Baffoni (storico e critico dell’arte), <em>La propaganda culturale dell</em><em>’«</em><em>Impero»: autopromozione futurista e politica culturale</em>, il già citato Antonio Allegra (Università per Stranieri di Perugia), <em>Note su un</em><em>’</em><em>ideologia nazionale. La filosofa e le sue continuit</em><em>à</em>, e Alessandra Migliorati (Università degli Studi di Perugia), con un intervento titolato <em>Il </em><em>“</em><em>giottismo</em><em>” </em><em>di Riccardo Francalancia fra memoria storica e attualit</em><em>à </em><em>nella visione identitaria dell</em><em>’</em><em>Italia fra le due guerre</em>.</p>
<p>‘Emerge, da parte della storiografia artistica più recente, nazionale e internazionale, dedicata all’arte italiana del primo e ancor più del secondo Novecento – si legge nella nota introduttiva –, la domanda di modelli interpretativi nuovi e di più dettagliati approfondimenti storico-culturali, ad oggi mancanti. In particolare è evidente, da parte di studiosi di lingua non italiana, la difficoltà a accedere a fonti non tradotte e a misurarsi con una più ampia pluralità di testi e voci, primarie e secondarie; giungendo così a un’articolata ricostruzione di contesti. In assenza di un rinnovamento degli studi storico-artistici, intesi questi ultimi anche nel senso di una più ampia e aggiornata storia culturale, si rischia di avanzare interpretazioni arbitrarie o di radicare l’intera ricostruzione del Novecento italiano, dal periodo entre-deux-guerres alle neoavanguardie almeno, a un’antitesi ‘fascismo/antifascismo’ che, pur importante, non sembra storiograficamente risolutiva per un ampio numero di artisti, critici etc. etc.; ed è divenuta da decenni oggetto di discussione da parte di storici politici, scienziati sociali e giuristi delle più diverse tendenze. Soprattutto si è incapaci di cogliere determinate  continuità esistenti, nella storia dell’arte, tra la prima e la seconda metà del Novecento; e di misurarsi così con una domanda che la comunità degli storici si è invece posta da tempo. E cioè: quali sono, se esistono, le continuità sociali e culturali, in Italia, nel passaggio tra fascismo e Repubblica; in un momento dunque di profonde discontinuità politico-istituzionali? E come si collegano tra loro, oppure si disgiungono, la prima metà del primo e del secondo Novecento; gli anni Trenta, poniamo, e gli anni Cinquanta o Sessanta?’.</p>
<p>Hanno risposto a queste domande i relatori, con interventi di levatura incentrati, ad esempio, come ben esemplificato dai titoli soprascritti, sul problema dell’intensa organizzazione di mostre storico-politiche che caratterizzò gli anni Trenta e che fu uno dei più validi strumenti utilizzati dal regime per il conseguimento del consenso (si pensi alla <em>Mostra della Rivoluzione Fascista</em> o alla <em>Mostra augustea della romanità</em>), o sugli studi di De Felice, che toccano, in molti punti, la storia dell’arte, pur non essendo divenuti lettura corrente per gli storici figurativi (la tesi presentata dal professor Dantini ha inteso mettere in luce che la riflessione di De Felice sui temi del consenso e della nazione contiene spunti di interesse anche per gli storici dell’arte italiana del primo e del secondo Novecento), o ancora sul tema del paesaggio nell’arte italiana fra le due guerre, nella politica di valorizzazione delle bellezze naturali e del ‘volto amaro della patria’. Così come, negli anni Trenta, trovano peculiare declinazione le categorie di ‘effimero’, nella quale la creazione artistica, a fianco della canonizzazione di uno stile novecentista e littorio, trova spazi originali di sperimentazione, di ‘cinegiornale’ (il riferimento è al cinegiornale Luce, che, fra il 1941 ed il 1943, ospitò degli spezzoni dedicati a pittori e scultori coevi come Soffici, Romanelli e Tosi), e di propaganda culturale dell’Impero, con l’autopromozione futurista e la politica culturale, anche in relazione all’attività di Enrico Prampolini. Non mancano, tuttavia, anche riletture di Giotto e fenomeni di ‘giottismo’: quello insito in Francalancia ha i suoi presupposti nell’ambiente di ‘Valori plastici’ e nella rilettura che di Giotto fa Carrà negli anni Venti, spostando in chiave nazionalista una speculazione teorica sul cubismo, non disgiunta da un esoterismo di base. C’è, poi, come è stato illustrato, una ‘terza via’, rappresentata dalle esperienze di Silone e Greenberg e da quella del Convegno internazionale sull’architettura del 1936, che consentono di riscrivere, in parte, la storiografia dell’arte, e, in parte, la politica del regime, che ebbe indubbi contatti con la modernità, interpretandone alcune istanze profonde, per quanto piegandole ad un progetto politico conservatore.</p>
<p>Del tipo: ‘Uccidiamo il chiaro di luna’. Pur salvaguardando la luna.</p>
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		<title>‘Salute, malattia e bellezza dal Rinascimento all’età moderna’</title>
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		<pubDate>Mon, 28 May 2018 21:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> Quattro. Il numero delle pagine che Carchia e D’Angelo dedicano, nel loro dizionario (Laterza, 2005), alla categoria estetica della ‘bellezza’: «possiamo distinguere – si legge nell’introduzione –, in una prima approssimazione, due accezioni del concetto di bellezza. In senso lato, si definisce bello ‘tutto ciò che vediamo, sentiamo, immaginiamo con piacere ed approvazione (…). Viceversa, ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Quattro. Il numero delle pagine che Carchia e D’Angelo dedicano, nel loro dizionario (Laterza, 2005), alla categoria estetica della ‘bellezza’: «possiamo distinguere – si legge nell’introduzione –, in una prima approssimazione, due accezioni del concetto di bellezza. In senso lato, si definisce bello ‘tutto ciò che vediamo, sentiamo, immaginiamo con piacere ed approvazione (…). Viceversa, il bello <em>strictiori sensu</em> è, accanto alla grazia, alla sottigliezza, al sublime e simili, una categoria del bello <em>sensu largo</em>. Solo il bello in senso stretto è una categoria specificamente estetica, dunque in qualche modo moderna. In altri termini, da un punto di vista delimitatamente estetico, ‘si può paradossalmente dire che il bello è una categoria del bello’, ovvero una categoria che si differenzia da altre consimili (l’adeguatezza, l’ornamento, l’avvenenza, la grazia, la sottigliezza, il sublime) o opposto (il brutto e le sue suddivisioni) (…)». Che dire, allora, del concetto di ‘bellezza’ dal Rinascimento all’età moderna? Come aveva i capelli, ancor prima, Beatrice? Non è dato sapere. Ma, da Laura in poi, almeno fino all’Ottocento escluso le muse son tutte bionde. Poi c’è Marylin, che, in una lettera datata al 1954, esorta ad ‘amarla solo per i suoi capelli biondi’. E ancora: come si combina questa categoria estetica con i concetti di ‘salute’ e di ‘malattia’?</p>
<p>‘Salute, malattia e bellezza dal Rinascimento all’età moderna, è stato il titolo scelto per il convegno che si è tenuto, il 16 ed il 17 maggio, all’Università per Stranieri di Perugia (Palazzo Gallenga, Sala Goldoni) e che è stato promosso dal Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento diretto dal professor Roberto Fedi. Proprio al noto petrarchista, già direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia, è toccato fare ‘gli onori di casa’, decretando aperta l’attività pubblica del Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento: «oggi inauguriamo – è stata la sua dichiarazione – l’inizio di questa attività ufficiale. Questo convegno, che vede la partecipazione di studiosi italiani e stranieri e di molti dottorandi nasce con l’altro Centro di Studi sul Medioevo e sul Rinascimento diretto a Los Angeles, alla UCLA, dal professor Massimo Ciavolella: la partecipazione congiunta di studiosi <em>in fieri</em> credo sia molto positiva». «Il professor Fedi – ha affermato il Magnifico Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia, Giovanni Paciullo – ha svolto un’attività importante in questo Ateneo, fin da quando ha guidato, insieme ad altri docenti, la fase di passaggio da ‘scuola di lingua italiana’ ad Università strutturata in corsi di laurea, costruendo intorno a sé una scuola. Una delle principali responsabilità che ho nei confronti di questo Ateneo poggia sul sistema di relazioni internazionali, che hanno sempre caratterizzato il suo magistero, e di cui un riferimento è costituito proprio dal Rinascimento. La formula su cui si basa il Centro di Studi diretto dal professor Fedi corrisponde a quella dell’Università, che si apre ad una visione più ampia, la terza missione: un passaggio di ridisegno dell’impegno delle Università, della didattica e della ricerca, della ‘terza missione’, appunto, un vivere la propria esperienza nel territorio, promuovendo una iniziativa di educazione permanente». «Il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali – è stato il commento della professoressa Giovanna Zaganelli, direttrice del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia e coordinatrice del Dottorato di ricerca in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale dello stesso Ateneo – ha seguito le varie fasi della strutturazione del Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento. Per me è motivo di orgoglio e di interesse essere qui, oggi. Il professor Fedi porta in campo questo ponte con gli Stati Uniti, con la UCLA, e con altre Università italiane presenti in questa giornata inaugurale. Penso che un centro internazionale sia da intendersi come un laboratorio di ricerca. Porto qui, in questa occasione una notizia: l’Anvur ha riconosciuto come ‘innovativo ed internazionale’ il Dottorato di ricerca che coordino. Un’ottima opportunità, questa, anche per il nostro centro, che viene inaugurato e il cui insieme degli interventi di oggi e di domani è autorevole».</p>
<p>A partire dal suo, incentrato su ‘Tre idee di bellezza del <em>Polifilo</em> tra scrittura e immagine’: l’<em>Hypnerotomachia Poliphili</em>, attribuita a Francesco Colonna, esce nel 1499 dall’officina di Aldo Manuzio. Una splendida copia è conservata alla Biblioteca Comunale Augusta di Perugia: qui l’interdipendenza fra testo e immagine si pone alla base del concetto di ‘bellezza’, <em>fil rouge</em> delle riflessioni, poggianti sui concetti di innovazione tipografica, chiarezza narrativa e purezza architettonica delle tecniche descrittive. Prima di approfondire alcuni interventi presentati nel corso della prima giornata di convegno, tenutasi il 16 maggio, restituiamo ai lettori ‘un volo pindarico’ sugli argomenti trattati dagli studiosi partecipanti e basati sui concetti di ‘salute, malattia e bellezza dal Rinascimento all’età moderna’: ‘Visitare gli ammalati’ è stato il titolo dell’intervento presentato da Monica Bindi (Soprintendenza Firenze, Pistoia e Prato), che muove da una delle formelle del fregio in terracotta invetriata policroma che decora la facciata dell’ospedale del Ceppo di Pistoia (rappresentante l’insegnamento medico e quello della chirurgia), fondato nel 1277 e passato sotto il controllo dell’ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze nel 1501. Rinaldo Canalis, della David Geffen School of Medicine della UCLA, si è invece occupato de ‘Il mistero della morte di Huayana Capac Inca’, l’ultimo Inca regnante, la cui morte viene attribuita, dalla maggior parte dei cronisti e degli storici moderni, ad un’epidemia di vaiolo: un’ipotesi, questa, contrastata da Canalis, che propone, come patologia alternativa, la bartonellosi o il tifo, malattie che precedettero l’arrivo dei conquistatori. Il professor Giovanni Capecchi, dell’Università per Stranieri di Perugia, ha presentato un intervento dal titolo ‘Il corpo dello Stato: pestilenze e malattie politico-sociali’, in cui ha interpretato la malattia come metafora politico-sociale: i contagi pestilenziali, infatti, sono stati spesso legati a disordine sociale, a sua volta una malattia nel corpo della pòlis, perché anche la società si ammala. Sulla letteratura termale nel Cinquecento e su ‘miracoli, pratiche sanitarie e nuova scienza medica’ ha focalizzato la sua attenzione la relazione proposta da Chiara Gaiardoni (Università per Stranieri di Perugia): nel Cinquecento si registrano alcune delle massime espressioni della cultura delle acque, confluite nel <em>De balneis omnia quae extant apud Graecos, Latinos et Arabas</em> di Tommaso Giunti, fra concezioni miracolistiche dei bagni e studi prettamente medici. Metodi e indagini sulla paleopatografia sono stati presentati da Francesco Maria Galassi (Flinders University, Adelaide, Australia), Giovanni Spani (College of the Holy Cross, Worcester, Massachusetts) e da Elena Varotto (Università degli Studi di Catania): studiando le malattie del passato, tale disciplina combina ragionamento clinico, filologia e storia della medicina e ricostruisce la presentazione clinica di come si manifestavano le malattie anche millenni fa, avvalendosi dello studio di fonti documentarie e archivistiche. Contemplare la bellezza nella sofferenza e nella malattia in epoca rinascimentale può essere (anche) un ‘Dolce martir’: partendo dalla Maddalena Penitente di Donatello, passando per la Pietà Bandini di Michelangelo e giungendo sino agli affreschi del Pellegrinaio, Jenny Luchini (Università per Stranieri di Perugia) ha messo in luce come sia possibile contemplare la bellezza anche da luoghi di sofferenza. O da luoghi di morte, che suscitano paura: ‘Paura della morte e morale eroica nel Decameron’ è il titolo dell’intervento presentato da Toni Marino (Università per Stranieri di Perugia): nell’opera di Boccaccio la rappresentazione della morte, funzionale all’avanzamento dell’intreccio, ha posizione incipitaria, mostrandola in tutta la sua veste distruttiva. La morte in Boccaccio fa paura e presuppone delle reazioni distruttive, spesso legate a processi degenerativi della morale precedente, a volte costruttive e connesse alla progettazione sociale. ‘Declinazione dell’idea di felicità nell’Illuminismo meridionale’ è stato il titolo scelto per la relazione di Sebastiano Martelli (Università degli Studi di Salerno), che ha posto l’accento sul dibattito sulla felicità in seno al processo di secolarizzazione messo in moto dal secolo del Lumi in tutta Europa e sul confronto fra due tipi di felicità, pubblica e individuale, nelle riflessioni di Genovesi e dei suoi allievi, Galanti e Longano. Dall’idea di felicità a quella dei giardini principeschi: in ‘Dal bello al Sublime: quando i ‘giardini principeschi’ perdono il loro fascino’ Sara Morganti (Università per Stranieri di Perugia) ha messo a fuoco il tema dei giardini inglesi, che Umberto Eco ha identificato col nome di ‘poetica delle montagne’, legata all’idea di sublime, che, dalla seconda metà del Settecento ha influenzato anche l’architettura e la letteratura, oltre che la natura. Agli ‘Experimenti’ di Caterina Sforza è stato dedicato l’intervento di Laura Nuti (Università per Stranieri di Perugia), che ha indagato la sperimentazione e la produzione da parte della nobildonna del Rinascimento, di preparati per la salute e per la bellezza, di cui lasciò testimonianza scritta in un corpus di oltre 400 ricette in italiano volgare, spaziando dalla medicina alla cosmesi. Da testo documentario a testo maiolico: ‘L’amore scortese. Erotismo e grottesco nella maiolica di Deruta’ è il titolo della relazione presentata da Puma Valentina Scricciolo (Università per Stranieri di Perugia), che è ruotato attorno al concetto di ‘Rinascimento clandestino’, legato al collezionismo privato, all’opera di Francesco Xanto Avelli, Pietro Aretino e Marcantonio Raimondi e alla maiolica derutese, con focus sui manufatti delle maestranze di Deruta. Il decoro del corpo, però, non è solo appannaggio della maiolica derutese: anche nell’erbario rinascimentale di Pietro Andrea Mattioli si può rinvenire un approfondimento su questa tematica. A occuparsene è stata Giovanna Spina (Università per Stranieri di Perugia), che ha evidenziato come negli erbari illustrati del Cinquecento il connubio fra medicina, salute e bellezza fosse particolarmente sondato, come nel caso de <em>I Discorsi</em> o <em>Commentarii</em> di P.A. Mattioli, che sottolinea l’importanza delle cure estetiche e del decoro del corpo umano. Il tema della bellezza è stato affrontato anche da un altro punto di vista: ‘Beltà rinascimentale: <em>must, </em><em>prêt-à-porter </em>e <em>haute couture</em>’ è il titolo dell’intervento presentato da Guadalupe Vilela Ruiz (Università per Stranieri di Perugia), che ha approfondito l’aspetto relativo al costume nell’Umanesimo e nel Rinascimento, quando ‘l’eleganza italica’ costituiva un modello di raffinatezza e maestosità dei capi. Da un punto di vista più marcatamente filosofico si colloca la relazione presentata dal professor Aldo Stella (Università per Stranieri di Perugia), dal titolo ‘Dove si nasconde la salute?’, che vuol essere un omaggio a Gadamer, il quale si interrogava sul nascondersi della salute intesa come benessere o ‘essere nel bene’: ciò che si perde di vista, insomma, sembra essere la persona che soffre, per cui la salute cessa di valere come lo stato che viene percepito dal soggetto, che deve essere, quindi curato non solo nel suo aspetti materiale, ma nella sua dimensione esistenziale.</p>
<p>Si fornisce, ora, un approfondimento sulla prima sessione del convegno, presieduta dal professor Fedi: per primo, la parola è spettata al maggiore studioso di Italianistica degli Stati Uniti, il professor Massimo Ciavolella (UCLA, Center for Medieval &amp; Renaissance Studies, Los Angeles), che, in qualità di direttore del Centro, si è occupato di malattia d’amore, che fino a poco tempo fa non si conosceva sul piano scientifico. Il professor Ciavolella ha presentato una relazione dal titolo ‘Curare il corpo, persuadere la mente: il rapporto tra erotomania, malinconia e nostalgia nella cultura rinascimentale’, incentrata sugli elementi in comune fra erotomania, malinconia e nostalgia, tanto che le loro patologie si sono spesso sovrapposte. La trattazione parte da lontano, quando Girolamo Cardano, studioso, matematico, medico e astrologo morto nel 1576 definisce il suo carattere e la sua personalità in un lungo oroscopo sulla sua persona. Un’inclinazione innata e lacerata fra il desiderio di sapere e il desiderio della carne. Robert Burton, dal canto suo, dice di non credere agli astri. Marsilio Ficino afferma che chi ha Venere nel Leone, ha la stessa lussuria e quindi la stessa natura di Venere. Campanella, così come Tolomeo, accumula aforismi su questi argomenti: il primo spiega, attraverso di essi, la follia amorosa, ovvero gli effetti di Venere nel segno mascolino. Gli astrologi considerano Venere e Saturno con proprietà opposte, ma l’influenza di entrambi trova un terreno comune a livello somatogenico. Gli erotomani, infatti, sopraffatti dagli stimoli della carne, possono diventare malinconici, fino a raggiungere livelli di supereccitazione erotica, tanto che l’erotomane vive sotto la falce di Saturno. Una vera e propria ossessione, che si è fissata nell’immaginazione nel Rinascimento. Eros e malinconia, prodotti di un’immaginazione corrotta, fissa sull’oggetto particolare dell’immaginazione nel Rinascimento. Quanto alla fisiologia del cervello e alla natura dei sensi interni, che controlla l’atto del percepire e del capire, Gregor Reisch, in <em>Margarita philosophica</em>, illustra delle immagini impresse dai sensi, ovvero l’immaginazione, la memoria che li contiene, la fantasia che li elabora. Avicenna, spiega tutto ciò nel <em>De anima</em>: le immagini passano da fuori a dentro fino ad arrivare come essenza di quell’immagine alla potenza cognitiva, al pensiero vero e proprio. Si ha una corruzione della potenza o facoltà estimativa, che dovrebbe separare intenzioni buone da intenzioni nocive. Nel <em>De amore heroico</em> di Arnaldo da Villanova l’amante fissa la sua attenzione su come ottenere l’oggetto della percezione per raggiungere il piacere distruttivo immaginato nella propria mente. I sintomi della condizione della malinconia erotica corrispondono, d’altronde, ad un temperamento saturnino. Coloro che nascono sotto il segno di Venere possono diventare malinconici e folli, mentre chi nasce sotto il segno di Saturno è portato ad un atteggiamento ossessivo. I malinconici dovrebbero seguire una dieta psicologica e fisiologica. Giordano Bruno scrive che, a causa del loro temperamento, i malinconici sono impressionabili, e immaginano il piacere con maggiore intensità: sono indotti da un pensiero speculativo e risultano agitati da passioni più violente. Cardano rimane convinto per tutta la vita che la sua libidine travolgente e la sua concezione fra eros e malinconia faccia parte del patrimonio congenito della propria età e che non può esserci tregua da questa terribile malattia, che toglie fame e sete, e che può essere causa di morte. ‘Laboravi interdum etiam amore heorico’. Johannes Hofer, in <em>Dissertatio medica de nostalgia</em> definisce la nostalgia nella sua tesi discussa a Basilea. È un neologismo, quello creato da Hofer: nostalgia indica sia il ritorno che la sofferenza: i soldati svizzeri mercenari portati in Francia vivevano un momento di delusione, di disfacimento. Per la prima volta, dunque, la nostalgia viene trattata come una malattia, che affonda le proprie radici nella semiotica medica. La mente non può immaginare nulla che non sia corporeo: a essere colpita è quella parte del cervello, il centro ovale, in cui i sintomi della malattia sono simili a quelli provocati dall’eccessivo desiderio erotico. Una tristezza continua, la patria come unico pensiero, la perdita di forza, una minore sensibilità a fame e a sete, palpitazioni di cuore, etc. Le terapie che venivano impiegate erano le stesse usate per l’eros e la malinconia: oppiacei, salassi, frequentazioni con amici. Infine, nei casi più estremi, il rimpatrio.</p>
<p>Mirella Masieri (Università del Salento) ha parlato, invece, de ‘Il tarlo dell’eros: il mal francese nella poesia erotica del Cinque e Seicento’: la sifilide nella poesia erotica della fine del Quattrocento, fu un fertile terreno di metafore, dall’elogio nel ‘Capitolo in lode del malfranzese’ di Giovanni Francesco Bini al racconto contenuto nel ‘Capitolo in lode del legno santo’ di Agnolo Firenzuola. La sifilide era temuta più per le sofferenze che per l’impatto sociale: vasta è la letteratura sugli aspetti più inquietanti del male. Molte, sono le leggende sull’origine della malattia: la tesi americanista, secondo la quale nel 1493 i marinai di Colombo l’avrebbero introdotta nelle Americhe,  è ancora la più accreditata. Si aprì, così, la polemica su chi dovesse essere l’untore: i napoletani parlarono di ‘mal francese’, i francesi di ‘mal napoletano’. Ciò che è importante è che si registrò sin da subito una rapida propagazione, tanto da diventare un fenomeno sociale di vaste proporzioni, con implicazioni etiche e comportamentali. Nella produzione erotica, quindi, si registra anche la presenza di entità negative come la sifilide: l’attività poetica del gruppo dei vignaioli si focalizza proprio sul mal francese. Le terapie proposte furono tutte poco efficaci: si basavano sul ricorso al mercurio, all’argento vivo, somministrato come unguento, o a saune effettuate dentro botti chiuse. Ma il mercurio è velenoso: gli affetti morivano avvelenati e non di sifilide. Dal 1517 la cura fu sostituita dal legno santo, che non fa nulla contro la sifilide. Fu così che il Firenzuola scrisse il ‘Capitolo in lode del legno santo’.</p>
<p>Antonella Tropeano (Università per Stranieri di Perugia, Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento) ha relazionato circa ‘L’antica tradizione dell’aegritudo amoris dal Medioevo al Cinquecento’, ripercorrendo il tema del mal d’amore, quale condizione fisica e psicologica, classificata in filosofia, letteratura ed arte (<em>hereos</em>, <em>aegritudo amoris</em> e <em>fin’amor</em>). Il tema del mal d’amore si ricollega a quelli della ferita inferta da amore e della malattia dell’anima, prigione del corpo. In ogni luogo i segni non mutano: a cambiare nel tempo è l’atteggiamento con cui gli uomini si sono relazionati al mal d’amore. Si pensi ai lirici greci e latini (Saffo, Ovidio, Catullo) o al mal d’amore che colpì Fedra, Didone, Medea. Catullo, più precisamente, invocava la misericordia degli dei per essere liberato da un <em>morbum </em>funesto e non corrisposto. Per Lucrezio, l’amore è un morbo distruttivo, mentre per Fedra una passione incontrollabile. Un amore folle, totale, cui si sacrifica tutto. L’eros viene esaminato anche nei testi della medicina, dai medici della scuola di Ippocrate, quale dolce infermità, malattia agognata, attraverso gli occhi, che portano l’amore al cuore. Nel Medioevo, si sviluppa la letteratura degli <em>exempla </em>e delle problematiche rispetto al genere femminile: Guido Cavalcanti indaga la malinconia e la fatalità del linguaggio lirico, mentre Petrarca canta la passione per Laura, un lungo tormento, quello di un uomo alla mercè dello sguardo dell’amata. Boccaccio propone dei rimedi contro la malattia d’amore, contro una passione amorosa totalizzante con dei risvolti devastanti se non ricambiata, ovvero come malattia dell’anima e del corpo. Come quella provata da Enea Silvio Piccolomini per Cinzia. Pietro Bembo, dal canto suo, conduce un dibattito sull’amore: negli ‘Asolani’, l’amore coincide con la legittimità nella vita spirituale dell’uomo. L’amore terreno è considerato precario se non conduce alla spiritualità. Non a caso, in Ariosto, Orlando impazzisce quando scopre che Angelica è diversa da quella che credeva: il suo amore coincide con la perdita di senno, con la follia, a fronte dell’amore devoto di Bradamante.</p>
<p>Il primo intervento della seconda sessione, presieduta dal professor Sebastiano Martelli (Università degli Studi di Salerno) è stato quello del professor Roberto Fedi, Direttore del Centro Internazionale di Studi sul Rinascimento dell’Università per Stranieri di Perugia: il suo intervento, ‘Amami per i miei capelli biondi’ rimanda al titolo di un libro, pubblicato da Le Càriti Editore nella collana Talia, dal titolo ‘I poeti preferiscono le bionde. Chiome d’oro e letteratura’. «Lo so – ha esordito il professor Fedi – è un titolo furbino. Un titolo che ho scelto, perché parleremo di capelli biondi e di bellezza rinascimentale. Mi sembrava questa frase cadesse a proposito. Chi l’ha detta? L’ha detta il mito della bellezza bionda, Marylin Monroe, che, in una lettera, scrive questa frase. Alcuni l’hanno presa in modo superficiale. Nel 1954 scrive ‘Love me for my blond hair only’. La Monroe non è ancora un mito. Ma è uscito da poco ‘Gli uomini preferiscono le bionde’. C’è l’idea di una Monroe-bionda svanita, confondendo il personaggio con la persona. Il destinatario, un poeta che vive a New York, secondo la mia ricostruzione, le ha mandato un suggerimento, di leggere un volume, in cui Marylin ritrova una poesia dialogica, in cui si legge: ‘Amami per me stessa, non per i miei capelli gialli’. Marylin trasforma questa frase in un’altra cosa. Si passa da una notazione giornalistica ad una notazione mitica: è lì che comincia il mito. Ma prima? Cos’era successo prima? A chi amasse i capelli biondi e la poesia lirica? Abbiamo la fortuna di sapere quando, cosa, dove, perché. La data è il 1327, il luogo, la chiesa di Santa Chiara ad Avignone. Petrarca vi entra e gli appare una fanciulla, poco più che diciassettenne, bionda, bellissima. È amore a prima vista. Questa cosa rimane impressa nella sua poesia, nella sua anima, per tutta la sua vita. Ha i capelli biondi, metafora dell’immaginazione poetica, della realtà, dell’amore. Ma la fanciulla è già sposata e muore con la peste del 1348, dopo aver messo al mondo undici figli. Rimarrà fino al Cinquecento e oltre la metafora della poesia e della vita. E prima? Prima le cose non erano così. Il mito va anche alla rovescia. Beatrice ‘non ha capelli’, Dante non se ne interessa: parla del sorriso, degli occhi, non dei capelli. Petrarca innova partendo dalla tradizione, in avanti. Ma il mito va anche indietro. ‘Erano i capei d’oro a l’aura sparsi’. Nel 1912, una canzone recita così: ‘son fili d’oro i tuoi capelli biondi’. Per i provenzali le fanciulle potevano essere anche bionde. Che succede in avanti? Prima del Petrarca i capelli hanno un valore denotativo: ci sono, punto e basta. Dopo Petrarca il colore dei capelli ha un valore connotativo. Nel Cinquecento, con il Petrarchismo, Firenzuola, compone un trattato sulla bellezza delle donne: l’unico colore dei capelli delle donne è il biondo. E tutte le altre? Le donne hanno i capelli neri. Un terzo delle donne è biondo, ma una su venti ha i capelli biondi nel bacino del Mediterraneo. E chi non aveva i capelli biondi? Mi sono sbalordito di quanti siano i trattati, i volumi dedicati al modo di diventare bionde. I libri nel Cinquecento su come diventare bionde li compravano le donne. Marinello scrive un testo fondamentale per la biondezza (un trattato con quattro edizioni, perché ha un suo pubblico: volumi in ottavo, che fanno parte di volumi di ginecologia, sulle malattie delle donne e che suggeriscono come farsi biondi i capelli, come fosse una malattia). Rotula de Ruggero è una delle prime donne che scrive trattati di ginecologia. Ecco una ricetta su come trasformare i capelli biondi in capelli neri: si prenda un ramarro e, staccatagli testa e coda, lo si cuocia bene in olio e in tal modo unga la testa e ciò rende i capelli lunghi e neri. La cosmesi c’è sempre stata. Il Marinello, nel 1562, pubblica una trentina di ricette per farsi i capelli biondi, per farsi ‘la bionda’: ‘si prenda del latte di donna che nutra un fanciullo maschio, unire semi di girasole e quivi lasciarlo dieci giorni, poi pestarlo e poi spremere olio, dove cucinare oro tirato in folia (foglia oro), poi ungervi i capelli’. Un’altra ricetta: ‘si prendano fusti con radici di gambi di cavoli e bruciarli, con la cenere bollire parti di agrimonia e salice con aloe, levarle dal fuoco, spargere zafferano, pestare e mischiare, e lavarci il capo di sera’. L’abbronzatura, d’altro lato, è vista come aspetto negativo, fino al boom economico: un elemento contadino, a differenza della pelle bianca come il latte. Però il sole fa diventare più biondi i capelli. Allora, si opta per tese larghe del cappello, per via che i capelli stiano al sole: questo facilita il processo che fa divenire biondi i capelli. In realtà questa storia non finisce: viene tramandata nelle canzoncine popolari, poi in Alfieri, nelle rime per contessa d’Albany che in effetti era brutta, ma che ha i capelli biondi. Poi in Ugo Foscolo: l’editore delle ‘Ultime lettere di Jacopo Ortis’ chiama Sassoli e glielo fa concludere. Sassoli non è un cattivo letterato. Teresa non ha più in questa edizione i capelli neri: ha i riccioli d’oro sparsi sulla testa.</p>
<p>Donne bionde, dai capelli d’oro, e donne brune. Dov’è che finiscono le ragazze brune? Le ragazze brune finiscono nelle canzoni (nell’Ottocento sono tutte brune: Lucia dei ‘Promessi Sposi’, Silvia di Leopardi), nella poesia popolare, quella realistica. La bellezza femminile nelle chiome. La mia non è una forma di esibizionismo ‘biondistico’! Ma un piccolo contributo alla storia del biondo».</p>
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